EMILE ZOLA.
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ROMA. (da: LE TRE CITTÀ).
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Parte 4.
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1923. STEN Editrice (già Azienda della Società Tipografico-Editrice Nazionale di Roux e Viarengo, Marcello Capra, Angelo Panizza. TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da: Claudio Paganelli, "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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10.
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L'indomani stesso, Pietro che non aveva che un pensiero, finirla al più presto, volle mettersi in campagna.
Ma un'incertezza lo faceva esitare. A qual porta battere anzitutto, a qual personaggio presentarsi, se voleva evitare ogni errore, fra gente che sentiva così complicata e così vanitosa?
Ed avendo avuto, nell'aprire la porta, la fortuna di scorgere nell'andito don Vigilio, il segretario del cardinale, lo pregò di entrare un momento in camera sua.
- Desidero che mi rendiate un servizio, signor abate. Mi rimetto a voi: ho bisogno di un consiglio.
Indovinava che quell'omettino magro, color di zafferano, che tremava sempre pel brivido della febbre e che fin allora aveva avuto l'aria di sfuggirlo, probabilmente per paura di compromettersi, doveva essere molto ben informato di tutto, ed aver sempre le mani in pasta, nel suo riserbo esagerato e pauroso.
Però da qualche tempo si mostrava meno selvatico, i suoi occhi neri davano un baleno nel vedere il vicino, come se fosse acceso anche lui dall'impazienza che doveva struggere questi nell'immobilità a cui lo avevano condannato durante tanti giorni. Quindi non tentò di evitare il colloquio.
- Vi chiedo scusa ? riprese Pietro ? di farvi entrare in una camera disordinata. Ho ricevuto da Parigi questa mattina dell'altra biancheria e dei vestiti d'inverno. Figuratevi che ero venuto per quindici giorni con una piccola valigia ed ora sono quasi tre mesi che mi trovo qui, senza essere più prossimo al mio scopo che nel giorno dell'arrivo.
Don Vigilio crollò il capo.
- Sì, sì, lo so.
Allora Pietro gli spiegò come monsignor Nani avendogli fatto dire dalla contessina di agire, di vedere le persone influenti per difendere il suo libro, egli si trovasse molto impacciato, ignorando in che ordine dovesse regolare le sue visite per renderle proficue.
Per esempio, gli conveniva anzitutto recarsi da monsignor Fornaro, il prelato della Consulta che era incaricato della relazione del suo libro, giacchè gliene avevano rivelato il nome?
- Ah! ? esclamò don Vigilio fremendo, ? monsignor Nani è giunto a questo punto! Vi ha rivelato il nome! Questo, in verità, non lo avrei creduto!
Poi, cessando di stare in guardia, in un impulso di passione:
- No, no! Non cominciate da monsignor Fornaro. Andate anzitutto a fare una umilissima visita al prefetto della Congregazione dell'Indice, a Sua Eminenza il cardinale Sanguinetti, perchè egli non vi perdonerebbe di aver recato ad altri il vostro primo omaggio, se mai venisse a risaperlo...
S'interruppe, soggiungendo a voce più bassa, con un brivido di febbre.
- E lo saprebbe; ogni cosa si sa.
Poi, quasi cedendo ad un'improvvisa baldanza ispirata dalla simpatia, afferrò le mani del giovane prete straniero.
- Caro signor Froment, vi attesto che sarei felicissimo di potervi giovare, perchè siete un'anima semplice e mi fate pena ormai... Ma non dovete chiedermi l'impossibile. Se sapeste tutto, se vi confidassi tutti i pericoli da cui siamo circondati!... Per altro, credo di potervi dire fin da oggi di non fare nessun assegnamento sopra Sua Eminenza il cardinale Boccanera. Più volte, in mia presenza, ha disapprovato assolutamente il vostro libro... Solamente, siccome è un santo, un brav'uomo perfettamente onesto, se non vi difende, non vi attaccherà neppure; resterà neutro per riguardo verso la nipote, la contessina, che adora e che vi protegge... Quindi non perorate la vostra causa, quando lo vedrete: non vi gioverebbe e potreste irritarlo.
Pietro non si rammaricò troppo di quella confidenza perchè aveva compreso, fino dal suo primo abboccamento col cardinale e nelle poche visite fattegli dipoi, rispettosamente, di avere in lui un avversario che non cambierebbe idea.
- Dunque mi recherò da lui per ringraziarlo della sua neutralità ? disse.
Ma don Vigilio fu ripreso dai suoi terrori.
- No, non lo fate: egli potrebbe indovinare che ho parlato, e che disastro, in tal caso! la mia posizione sarebbe compromessa. Non ho detto nulla, non ho detto nulla! Andate anzitutto dai cardinali, tutti i cardinali. Siamo intesi che io non ho detto altro.
E non volle discorrere più a lungo quel giorno, uscì dalla camera, rabbrividendo e frugando a destra ed a sinistra l'ombra del corridoio, con gli occhi ardenti, pieni di inquietudine.
Pietro uscì subito per recarsi dal cardinale Sanguinetti. Erano le dieci, aveva una certa probabilità di trovarlo.
Il cardinale abitava presso la chiesa di San Luigi dei Francesi, in una via stretta e buia, il primo piano, molto borghese, d'una palazzina.
Non era la rovina maestosa, d'una grandezza principesca e malinconica, in cui si ostinava il cardinale Boccanera.
L'antico appartamento di gala aveva assunto proporzioni modeste, come il piede di casa.
Non v'era più sala del trono, nè cappello rosso appeso sotto al baldacchino, nè seggiolone rosso, volto verso il muro, in attesa della visita del papa.
Due stanze successive che servivano di anticamera, una sala in cui il cardinale dava udienza, il tutto senza lusso e perfino senza comodi, dei mobili di mogano del tempo dell'impero, degli addobbi e dei tappeti polverosi, sbiaditi dall'uso. Ecco tutto.
Il visitatore dovette ancora suonare più volte e quando il servitore, il quale infilava senza fretta la giacca, finì col socchiudere la porta, fu per dirgli che Sua Eminenza era a Frascati dal giorno antecedente. Pietro rammentò allora che il cardinale Sanguinetti era uno dei vescovi suburbicari ed aveva a Frascati, sua sede, una villa dove andava spesso a passare qualche giorno, quando v'era spinto dal desiderio di riposo o da qualche ragione politica.
- E Sua Eminenza tornerà presto?
- Ah, nessuno lo sa... Sua Eminenza è indisposta ed ha chiaramente raccomandato che non si mandi nessuno a seccarlo laggiù.
Quando Pietro si ritrovò in istrada si sentì disorientato di quel contrattempo.
Giacchè la cosa urgeva, doveva senza altro indugio recarsi da monsignor Fornaro, in piazza Navona che era vicina.
Ma ricordò la raccomandazione di don Vigilio che era d'avviso che egli si recasse prima dai cardinali, ed ebbe un'ispirazione; stabilì di recarsi immediatamente dal cardinale Sarno, con cui aveva fatto conoscenza un venerdì da donna Serafina.
Nella sua nullità volontaria, questi era tenuto per uno dei membri più potenti e più formidabili del Sacro Collegio, il che non impediva a suo nipote, Narciso, di protestare che non conosceva uomo più ottuso per tutte le questioni estranee ai suoi soli lavori.
Seppure non facesse parte della Congregazione dell'Indice, poteva sempre dare un buon consiglio e forse agire sui colleghi colla sua grande influenza.
Pietro si recò difilato al palazzo della Propaganda, dove sperava di trovare il cardinale.
Quel palazzo, di cui si vede la goffa facciata in piazza di Spagna, è un immenso edifizio nudo e massiccio che occupa tutt'un angolo, fra due vie.
E Pietro, a cui il suo pessimo italiano non poteva essere d'aiuto, ci si smarrì; salì delle scale che gli toccò ridiscendere, un vero labirinto di gradinate, di anditi e di sale.
Finalmente ebbe la fortuna di capitare nel segretario del cardinale, un giovane prete molto cortese che aveva già veduto al palazzo Boccanera.
- Ma certo, credo che Sua Eminenza non esiterà a ricevervi. Avete fatto benissimo di venire a quest'ora, perchè è qui tutte le mattine... Seguitemi, vi prego.
Fu un nuovo viaggio.
Il cardinale Sarno, per lungo tempo segretario alla Propaganda, vi presiedeva presentemente, come cardinale, la commissione che organizza il culto nei paesi d'Europa, Africa, America ed Oceania, che sono convertiti al cattolicismo; ed a questo titolo aveva uno studio, degli uffizi, una sede amministrativa, dove regnava da funzionario maniaco, invecchiato sul suo seggiolone di cuoio, senza essere mai uscito dalla cerchia ristretta delle sue posizioni verdi, senza conoscere altro del mondo che l'aspetto della via che i pedoni e le carrozze percorrevano sotto alla sua finestra.
In fondo ad un andito buio, rischiarato in pieno giorno da fanali di gaz, il segretario lasciò il compagno sopra una panca.
Non tornò che dopo un buon quarto d'ora, sempre col suo fare premuroso e cortese.
- Sua Eminenza è occupata in una conferenza con dei missionari che partono. Ma avrà finito tra poco e mi ha detto di introdurvi nel suo studio, dove l'aspetterete.
Quando Pietro fu solo nel gabinetto, si diede ad osservarne con curiosità l'arredamento.
Era un ampio locale, senza lusso, parato di verde con mobili di palisandro e damasco verde.
Le due finestre, che davano sopra una via laterale, molto angusta, rischiaravano di luce tetra le pareti fosche ed il tappeto sbiadito; ed all'infuori di due mensole, non vi erano altri mobili che una scrivania vicino ad una delle finestre, una tavola di legno nero dal panno tarlato, tanto ingombro che spariva sotto gli incartamenti e gli scartafacci.
Pietro vi si avvicinò per un momento, guardando il seggiolone sfondato dall'uso, il paravento che lo riparava freddolosamente, il vecchio calamaio chiazzato d'inchiostro.
Poi cominciò a spazientirsi, nell'afa morta ed opprimente che gli toglieva il respiro, nel silenzio profondo e triste, turbato solo dai sordi rumori della via.
Ma, mentre si decideva a camminare lentamente su e giù, capitò sopra una carta geografica, appesa al muro, carta di cui l'aspetto lo colpì, e suscitò in lui pensieri così profondi, da fargli scordare ogni altra cosa.
Quella carta a colori era quella del mondo cattolico: la terra intiera, il mappamondo svolto, in cui le diverse tinte indicavano i territori, che appartenevano al cattolicismo vittorioso e signore supremo, e quelli dove il cattolicismo era in lotta contro gli infedeli; questi ultimi essendo classificati, secondo la loro organizzazione, in vicariati o prefetture.
Non era quella l'esposizione grafica di tutto lo sforzo secolare del cattolicismo? La dominazione universale, che ha voluto fin dalla prima ora, e che non ha cessato di volere, e di conseguire attraverso i secoli?
Dio ha dato la propria terra alla Chiesa, conviene dunque che essa ne prenda possesso finchè l'errore si ostina a regnare.
Da qui l'eterna battaglia, i popoli disputati ancor oggi alle religioni nemiche, come ai tempi in cui gli Apostoli abbandonavano la Giudea per diffondere il Vangelo. Durante il Medio Evo, il grande còmpito fu quello di organizzare l'Europa conquistata, senza potere neppur tentare la riconciliazione con le chiese scismatiche dell'Oriente.
Poi scoppiò la riforma. Lo scisma si aggiunse allo scisma, e tutta la metà protestante d'Europa e tutto l'Oriente ortodosso divennero terre da riconquistare.
Ma, colla scoperta del nuovo mondo, l'ardore bellicoso si ridestò; Roma ambì per sè quel secondo emisfero terrestre, si istituirono delle missioni, che partirono per insegnare la legge di Dio ai popoli, ignorati il giorno precedente, eppure donati da lui con gli altri alla Chiesa.
E così si erano formate da sè le grandi divisioni della cristianità: da una parte le nazioni cattoliche, quelle in cui bastava mantener viva la fede, e che erano dirette dalla segreteria di Stato del Vaticano: dall'altra le nazioni scismatiche o pagane, che conveniva ricondurre all'ovile e convertire, e su cui la propaganda faceva il possibile per regnare.
Quella Congregazione aveva poi dovuto scindersi anch'essa in due rami, per facilitare il lavoro, il ramo orientale, che doveva occuparsi specialmente delle sètte dissidenti dell'Oriente, ed il ramo latino, di cui il potere si stendeva su tutti gli altri paesi di missione.
Vasta impresa d'organizzazione conquistatrice, immensa rete, dalle maglie salde e strette, gettata sul mondo per non lasciarsi sfuggire neppur un'anima.
Solo davanti a quella carta Pietro ebbe l'impressione chiara di quel congegno, che funzionava da secoli, per assorbire l'umanità.
Riccamente dotata dai papi, e disponendo di un fondo considerevole, la Propaganda gli apparve come una forza a sè, un papato nel papato; e comprese il nome di Papa Rosso, dato al prefetto della Congregazione, poichè non era veramente infinito il potere di quell'uomo di conquista e di dominazione, di cui le mani arrivano da un capo all'altro del mondo?
Se il cardinale segretario dominava l'Europa centrale, punto così limitato del globo, non aveva tutto il rimanente, lui, gli spazi sconfinati, le contrade lontane, quasi ignote ancora?
Poi le cifre parlavano chiaro: Roma regnava senza contestazione sopra duecento milioni di cattolici, apostolici e romani; mentre gli scismatici d'Oriente e della Riforma, sommati insieme, oltrepassavano già quella cifra; e che divario qualora si aggiungesse il miliardo d'infedeli di cui si doveva ancora promuovere la conversione!
Pietro fu così colpito da quella cifra che ne ebbe un brivido.
E che? Era vero dunque? Circa cinque milioni di ebrei, quasi duecento milioni di maomettani, più di settecento milioni di seguaci di Brahma e di Budda, tacendo di cento milioni di altre religioni, di fedi diverse d'ogni genere, di fronte a cui i cristiani non erano che trecento milioni circa, e divisi tra loro, in guerra continua, una metà proclive e l'altra avversa a Roma!
Era possibile che, in diciotto secoli, il Cristo non avesse neppure conquistato il terzo dell'umanità, e che Roma, l'onnipotente, non avesse potuto sottomettere che la sesta parte dei popoli? Una sola anima salvata su sei. Quale proporzione spaventosa!
Ma la carta parlava brutalmente: l'impero di Roma, segnato in rosso, non era che un punto perduto quando lo si paragonasse all'impero degli altri Dei, segnato in giallo, le terre sconfinate che la Propaganda doveva ancora propiziarsi. E sorgeva il quesito del numero dei secoli che ci vorrebbero perchè le promesse del Cristo fossero adempiute, la terra tutta intiera ligia alla sua parola, la società religiosa signora della società civile, la quale sarebbe fusa in un regno solo ed in una sola fede. E di fronte a quel quesito, all'assunto portentoso che rimaneva da compiere, che stupore si risentiva riflettendo alla placida serenità di Roma, alla sua persistente ostinazione, che non ha mai dubitato in passato, ed oggi dubita meno che mai, sempre all'opera coi suoi vescovi, i suoi missionari, scevra da ogni stanchezza, compiendo la sua opera senza tregua, come gli esseri infinitamente minimi hanno fatto il mondo, nella certezza assoluta che ella sola, un giorno, sarà la signora della terra!
Ah! quell'esercito sempre in cammino, Pietro lo vedeva, l'udiva in quel momento, al di là dei mari, attraverso i continenti, occupato a preparare ed a riaffermare la conquista politica in nome della religione.
Narciso gli aveva riferito con quale studio le ambasciate dovessero sorvegliare l'opera della Propaganda a Roma, perchè le missioni erano spesso degli strumenti nazionali che disponevano di una forza decisiva nelle terre lontane.
Il potere spirituale assicurava il temporale; colla conquista delle anime si accaparravano le persone. Quindi era una lotta incessante in cui la Congregazione favoriva i missionari italiani o quelli delle nazioni sue alleate, di cui desiderava l'occupazione vittoriosa.
S'era sempre mostrata gelosa della rivale francese, la Propaganda residente a Lione, ricca quanto lei, altrettanto potente e più ricca di uomini e di energia. Non si contentava di colpirla di un tributo oneroso, la avversava, la sacrificava in tutti i luoghi dove temeva il suo trionfo.
A più riprese si erano sbanditi i missionarii e gli Ordini religiosi della Francia, per dare il posto a missionarii italiani, o tedeschi.
Ed era quel focolare di raggiri politici che Pietro indovinava ora, sotto lo zelo civilizzatore della fede, in quello studio tetro e polveroso che non era mai rallegrato dal sole.
Sentiva di nuovo un brivido nelle ossa, quel brivido delle cose che si sanno, ma, che ad un tratto e ad una certa ora, ci appaiono immani e spaventose.
Non era cosa da turbare i più savii e da far impallidire i più forti, quel congegno di conquista e di dominio, che, organizzato con ogni cura, funzionava nel tempo e nello spazio con l'ostinazione delle cose eterne, non contento di possedere le anime, ma lavorando allo scopo di regnare nell'avvenire su tutti gli uomini, e seppure ancor molto lontano dal tenerli in sua balìa, disponendo però già di loro, e cedendoli solo ai padroni temporanei che glieli tengono in custodia?
Che sogno gigantesco, Roma sorridente che aspetta con calma il secolo in cui avrà fuso i duecento milioni di maomettani, i settecento milioni di seguaci di Brama e di Budda, in un popolo unico, di cui ella sarà la regina spirituale e temporale, nel nome trionfante del Cristo!
Una tossettina secca fece voltare il capo a Pietro, che sussultò, scorgendo il cardinale Sarno, che era entrato senza che egli lo vedesse.
Essere trovato così davanti a quella carta fu per lui come l'essere sorpreso in un atto biasimevole, nel tentativo di violare un segreto. Una calda vampa gli invase il volto. Ma il cardinale, che lo aveva fissato attentamente con gli occhi torbidi, andò fino alla scrivania, e si abbandonò sul seggiolone senza dire una parola, dopo averlo dispensato, con un gesto, dal bacio dell'anello.
- Ho voluto presentare i miei omaggi a Vostra Eminenza. E' forse indisposta?
- No, no, è sempre quella maledetta infreddatura che non mi lascia. Eppoi, ho tante brighe in questo momento!
Pietro guardava, sotto lo scialbo barlume della finestra, quell'essere così gracile, così deforme, colla spalla sinistra più alta della destra, che non aveva più nulla di vivo, nemmeno lo sguardo, nel volto logoro e terreo.
Ricordava un suo zio a Parigi, il quale, dopo aver passato molti anni in fondo ad un uffizio del ministero, aveva lo stesso sguardo spento, la stessa pelle di pergamena, lo stesso inebetimento di tutto l'essere rifinito.
Era possibile che quel vecchietto mummificato, attorno al cui scheletro ondeggiava la sottana nera, listata di rosso, fesse il padrone del mondo, e conoscesse a tal punto la carta della cristianità, seppur non fosse mai uscito da Roma, che il prefetto della Propaganda non prendeva la menoma risoluzione senza aver chiesto il suo avviso?
- Sedete un momentino, signor abate. Dunque siete venuto a trovarmi, avete qualche domanda da farmi?
E, pur disponendosi ad ascoltarlo, sfogliava colle dita scarne gli incartamenti raccolti davanti a lui, gettando un'occhiata su ogni documento, come un generale esimio, di cui l'esercito è lontano, lo guida alla vittoria, dal fondo del suo studio, senza mai perdere un minuto.
Un po' sconcertato, nel vedere così chiaramente esposto lo scopo interessato della sua visita, Pietro si decise a dire le cose a bruciapelo.
- Infatti, mi permetto di venire a chiedere qualche consiglio alla somma sagacia di Vostra Eminenza. Ella non ignora che sono a Roma per difendere il mio libro, e sarei felicissimo se volesse degnarsi di dirigermi e di aiutarmi colla sua esperienza.
Narrò brevemente a che punto si trovasse l'affare, perorando la propria causa. Man mano che parlava, vedeva il cardinale farsi astratto e pensare ad altro, mostrando di non intendere.
- Ah! sì, avete scritto un libro, se n'è discorso una sera da donna Serafina... E' una colpa, un prete non deve scrivere. A che scopo? E se la Congregazione dell'Indice lo perseguita, ha certamente ragione. Che ci posso fare io? Non sono un membro di quella Congregazione; non so nulla, io, nulla affatto.
Invano Pietro si sforzò di ragguagliarlo, di commuoverlo, disperato di vederlo così inaccessibile, così indifferente.
E si avvide che quella intelligenza tanto vasta e penetrante nel campo in cui lavorava da quarant'anni, si faceva ottusa appena si usciva dalla sua specialità.
Non era nè curiosa, nè duttile. Ogni scintilla di vita si spegneva negli occhi vuoti, il cranio pareva ancor più depresso, tutta la fisionomia assumeva un aspetto di vera imbecillità.
- Non so nulla, non posso nulla ? ripeteva. ? E non raccomando mai nessuno.
Però fece uno sforzo.
- Nani c'entra in questa storia. Che vi consiglia Nani?
- Monsignor Nani ha avuto la bontà di rivelarmi il nome del relatore, monsignor Fornaro, consigliandomi di recarmi da lui.
Il cardinale parve meravigliato. Un po' di luce riarse nel suo sguardo.
- Ah! davvero, davvero... Ebbene, se Nani ha detto così, deve avere la sua idea. Andate da monsignor Fornaro.
Si alzò dalla poltrona, congedando il visitatore, che dovette ringraziarlo con un profondo inchino.
Poi, senza accompagnarlo fino alla porta, sedette subito di nuovo e non si udì più, nella stanza morta, che il lieve scricchiolìo delle sue dita scarne che sfogliavano gli atti.
Pietro seguì con docilità il consiglio, decidendosi a passare da piazza Navona nel tornare in via Giulia.
Ma da monsignor Fornaro un servo gli disse che il padrone era uscito, e, che per trovarlo, conveniva presentarsi per tempo, verso le dieci.
Fu solo l'indomani mattina quindi che potè essere ricevuto.
Aveva avuto la cura di assumere prima qualche informazione sul prelato, e sapeva quindi l'essenziale sul suo conto: nato a Napoli, Fornaro aveva cominciato gli studi dai Barnabiti di quella città, compiendoli al seminario di Roma, ed aveva poi occupato a lungo la cattedra di professore all'Università Gregoriana.
Addetto ora alla Consulta di parecchie Congregazioni, e canonico a S. Maria Maggiore, monsignor Fornaro si struggeva pel desiderio ambizioso di ottenere subito l'uffizio di canonico a S. Pietro, sognando poi pel lontano avvenire il titolo di segretario della Concistoriale, uffizio cardinalizio che promette la porpora. Teologo di vaglia, gli si muoveva solo il rimprovero di far omaggio alla letteratura, scrivendo nelle riviste religiose degli articoli, che aveva la prudenza di non firmare. Era anche molto propenso alla società.
Appena Pietro ebbe consegnato il suo biglietto di visita, venne introdotto, ed avrebbe forse concepito il sospetto di essere atteso se l'accoglienza fattagli non avesse dimostrato la più schietta delle sorprese, mista ad una certa inquietudine.
- L'abate Froment, l'abate Froment ? ripeteva il prelato, guardando il biglietto che aveva serbato in mano. ? Entrate, entrate, ve ne prego... Stavo per avvertire che non si lasciasse passar nessuno, perchè ho un lavoro urgente... Ma non vuol dire, sedete.
Pietro rimase affascinato, guardando con ammirazione quel bell'uomo, alto e robusto, splendidamente bello a cinquantacinque anni. Col volto roseo e sbarbificato, lunghi ricci, appena segnati da qualche filo bianco, naso elegante, labbra fresche, occhi lusinghieri, Fornaro offriva il tipo più pomposo e seducente dell'alto clero romano.
Molto accurato della persona, e di una semplicità elegante, era veramente maestoso nella sottana nera a collare violetto.
E la vasta sala in cui riceveva, sala allegramente illuminata da due grandi finestre che davano sulla piazza Navona, ed arredata con un gusto artistico molto raro oggi nei prelati romani, era serena e fragrante, e metteva attorno alla sua bella figura una cornice di soavità e di benevolenza.
- Sedete dunque, ve ne prego, signor abate, ed abbiate la bontà di dirmi a che cosa debbo l'onore della vostra visita.
Si era rinfrancato, assumendo un fare ingenuo e premuroso, ed all'improvviso, di fronte a quella domanda così naturale e che avrebbe dovuto prevedere, Pietro si sentì sconcertato. Doveva entrare immediatamente in materia, confessando lo scopo delicato della visita? Sentì che questa era la risoluzione la più spiccia e la più dignitosa.
- Dio buono, monsignore: so che quello che vengo a fare presso di voi non si usa generalmente. Ma m'hanno suggerito questo passo, e mi è parso che fra gente onesta non potesse mai essere un torto ricercare in buona fede la verità.
- Ma di che si tratta? di che? ? chiese il prelato, con un'apparenza di ingenuità assoluta e continuando a sorridere.
- Ebbene, ecco la cosa in due parole: ho saputo che la Congregazione dell'Indice vi aveva consegnato il mio libro, la Roma Novella, coll'incarico di esaminarlo, e mi permetto di presentarmi pel caso che aveste qualche schiarimento da domandarmi.
Ma qui parve che monsignor Fornaro non volesse udir altro: recò ambe le mani alla testa, indietreggiando, senza però scemare in nulla di cortesia.
- No, no! non mi dite questo, non proseguite, mi dareste un immenso dolore. Poniamo, se volete, che vi hanno indotto in errore, perchè non si deve sapere nulla, non si sa nulla, gli altri ed io stesso siamo al buio... In grazia, non parliamo di queste cose.
Per fortuna, Pietro, che s'era avveduto dell'effetto decisivo prodotto dal nome dell'assessore del Sant'Uffizio, ebbe l'idea di rispondere:
- Certo, monsignore, nulla è più lontano da me che l'idea di procurarvi il menomo impiccio, e vi ripeto che non avrei ardito di venirvi ad importunare, se monsignor Nani non m'avesse fatto sapere il vostro nome ed il vostro indirizzo.
Anche questa volta l'effetto fu istantaneo. Solo, monsignor Fornaro si arrese con la grazia disinvolta che poneva in tutti i suoi atti. Nè si arrese subito d'altronde, essendo molto malizioso e sottile.
- Come! L'indiscreto è monsignor Nani! Oh, lo sgriderò, andrò in collera!... E che ne sa lui d'altronde? non fa parte della Congregazione, possono averlo indotto in errore... Gli direte che sbaglia, che non c'entro per nulla nel vostro affare, e così imparerà a rivelare i segreti indispensabili, rispettati da tutti.
Poi, con atto gentile, coi suoi occhi lusinghieri, la bocca rosea e fresca:
- Suvvia ? replicò ? giacchè monsignor Nani lo desidera, acconsento a discorrere un momentino con voi, caro Froment, a patto che non mi chiediate nulla sulla mia relazione, nè su quello che si è potuto dire e fare alla Congregazione.
Anche Pietro sorrise questa volta, perchè ammirò la facilità con cui si potevano fare le cose, purchè le forme fossero rispettate.
E spiegò di nuovo il suo caso. Disse il suo sommo stupore nell'udire del processo fatto al suo libro, e l'impossibilità in cui si trovava anche ora di scoprirvi i reati che avevano provocato quella misura.
- Davvero, davvero! ? ripetè il prelato, attonito di tanta innocenza. ? La Congregazione è un tribunale e non può agire se non le si presenta una querela. Incrimina il vostro libro perchè glielo hanno denunziato, ecco tutto.
- Sì, lo so... denunziato!
- Ma certo: tre vescovi francesi di cui mi permetterete di tacervi i nomi hanno presentato l'accusa, e la Congregazione è stata costretta a far l'esame dell'opera incriminata.
Pietro lo guardava, stralunando gli occhi.
Denunziato da tre vescovi, e perchè, ed a che scopo?
Poi ricordò il protettore.
- Ma via, il cardinale Bergerot mi ha scritto una lettera di approvazione che ho messa come prefazione al mio libro. Non era questa una garanzia sufficiente per l'episcopato francese?
Monsignor Fornaro crollò il capo con astuzia, prima di decidersi a dire:
- Ah! sì, certo; la lettera di Sua Eminenza è bellissima; credo però che avrebbe fatto meglio di non scriverla, specialmente pel vostro bene.
E siccome il prete, di cui la meraviglia cresceva, apriva la bocca per spingerlo a spiegarsi:
- No, no, non so nulla, non dico nulla... Sua Eminenza il cardinale Bergerot è un santo che tutti venerano, e, se potesse commettere un peccato, non si dovrebbe incolparne che il suo ottimo cuore.
Vi fu una pausa: Pietro aveva sentito una voragine aprirsi davanti a lui. Non ardì insistere, ma riprese, con un certo impeto:
- Insomma, perchè il mio libro e non i libri degli altri? Non intendo di farmi un delatore anch'io, ma quanti libri conosco, su cui Roma chiude gli occhi, mentre sono di gran lunga più pericolosi del mio!
Questa volta monsignor Fornaro sembrò felicissimo di essere del suo stesso avviso.
- Avete ragione ? sappiamo purtroppo di non poter colpire tutti i libri perniciosi, e ne siamo afflittissimi. Conviene riflettere al numero incalcolabile di libri che saremmo costretti di leggere: quindi che volete? condanniamo i peggiori in blocco.
E si diffuse in spiegazioni. In altri tempi gli stampatori non dovevano mettere un libro sotto i torchi senza averne preventivamente sottoposto il manoscritto all'approvazione del vescovo. Ma oggi, colla spaventosa produzione della stampa, si capisce quale sarebbe stato il terribile impaccio dei vescovadi, se, ad un tratto, i tipografi si fossero adattati alla regola.
Non c'era nè il tempo, nè il denaro, nè il personale necessario per quell'assunto gigantesco.
Quindi la Congregazione dell'Indice condannava in massa, senza esaminarli, i libri comparsi e da comparire che appartenevano a certe categorie: anzitutto i libri perniciosi ai costumi, tutti i libri erotici, tutti i romanzi; poi le Bibbie volgarizzate, tutti i libri sacri che non possono venir concessi senza discernimento; finalmente i libri di stregoneria, di scienza, di storia, o di filosofia contrarii al dogma, i libri eresiarchi; infine i libri di semplici ecclesiastici che discutono la religione.
Queste erano leggi savie, divulgate da parecchi papi, di cui l'esposizione serviva di prefazione al catalogo dei libri vietati, che la Congregazione pubblicava: leggi senza le quali quel catalogo, per essere completo, avrebbe occupato, esso pure, una intera biblioteca.
Nello sfogliarlo, si constatava al postutto che l'interdetto colpiva per lo più i libri dei preti, dedicandosi Roma, specialmente nella difficoltà e l'enormità del suo còmpito, a vegliare con cura sull'adempimento delle norme della Chiesa.
E quest'era il caso di Pietro e del suo lavoro.
- Comprenderete ? continuò monsignor Fornaro ? che non vogliamo mettere in mostra dei libri malsani coll'onorarli di una condanna speciale. Sono una legione presso tutti i popoli, e noi non avremmo nè la carta, nè l'inchiostro sufficienti per colpirli tutti. Ci limitiamo a condannarne uno di tratto in tratto, quando è firmato da un nome celebre, e fa troppo chiasso, o racchiude delle aggressioni pericolose contro la fede. Questo basta per ricordare al mondo la nostra esistenza ed il nostro fermo proposito di difenderci, senza abbandonare nessuno dei nostri diritti, o dei nostri doveri.
- Ma il mio libro, il mio libro? ? riprese Pietro ? perchè lo perseguitate?
- Ve lo spiegherò quanto mi è lecito, caro Froment. Siete prete, il vostro libro ha un certo successo, ne avete pubblicato un'edizione a buon prezzo, che si vende facilmente; e non parlo del merito letterario che è notevole, un soffio di vera poesia che mi ha acceso di ammirazione e di cui vi faccio i più sinceri complimenti... Come volete che, date queste condizioni, si chiuda gli occhi sopra un lavoro a cui ponete per chiusa l'annientamento della nostra santa religione e la distruzione di Roma?
Pietro rimase senza voce, istupidito dalla sorpresa.
- La distruzione di Roma, gran Dio! Ma se la voglio ringiovanita, eterna e nuovamente regina del mondo!
E ripreso dal suo ardente fervore, si difese, confessò la sua fede, il cattolicismo che tornato alla Chiesa primitiva, attingeva un sangue rigenerato nel Cristianesimo fraterno di Gesù, il papa che sciolto da ogni sovranità terrena, regnava sull'umanità tutt'intera con la carità e l'amore, salvando il mondo dalla terribile crisi sociale che lo minacciava, per guidarlo al vero regno di Dio, alla comunità cristiana di tutti i popoli, uniti in un popolo solo.
- Il Santo Padre può egli sconfessarmi? Non sono queste le sue idee segrete che si comincia ad indovinare e che il solo mio torto sarebbe di avere espresso troppo presto e troppo liberamente? Se mi fosse concesso di vederlo, non otterrei subito da lui la promessa che si cesserebbe dal perseguitarmi?
Monsignor Fornaro non parlava limitandosi a crollar il capo, senza irritarsi dell'impeto giovanile del prete. Sorrideva anzi con amabilità sempre crescente, quasi tanta innocenza e tanta immaginazione lo divertissero.
Infine riprese allegramente:
- Parlate, parlate pure! Non sono io che vi interromperò, poichè mi è vietato di parlare. Ma il potere temporale, il potere temporale...
- Ebbene, il potere temporale? ? domandò Pietro.
Di nuovo il prelato ammutì, alzando al cielo il volto amabile, agitando con gesto artistico le belle mani. E quando riprese la parola di nuovo fu per dire:
- Poi c'è la vostra religione novella. Poichè la parola ci sta due volte: "la religione novella, la religione novella". Ah Dio!
Si agitava ancor più, smaniando a tal punto che Pietro, vinto dall'impazienza, esclamò:
- Non so che cosa direte nella vostra relazione, monsignore, ma vi affermo che non ho mai inteso di attaccare il dogma. E via, quando lo si osservi in buona fede, questo fatto emerge da tutto il libro; non ho voluto fare che un'opera di pietà e di salvezza... In buona giustizia, bisogna tener conto delle intenzioni.
Monsignor Fornaro era tornato molto calmo, molto paterno.
- Oh! le intenzioni, le intenzioni...
Si alzò per congedare il visitatore.
- Siate convinto, caro Froment, che sono molto onorato della vostra visita... Naturalmente non posso rivelarvi il tenore della mia relazione, ne abbiamo parlato fin troppo ed avrei dovuto rifiutarmi ad ascoltare la vostra difesa. Ciò nullameno mi troverete sempre disposto ad adoperarmi per voi in tutto quello che non sarà contrario al mio dovere.
E ad un nuovo sussulto di Pietro:
- Ma caspita, così è! Si giudicano i fatti e non le intenzioni. Qualsiasi difesa è inutile dal momento che il libro esiste ed è quello che è... Per quanto possiate commentarlo, non lo cambierete... Gli è per questo che la Congregazione non convoca mai gli imputati, accettando solo una ritrattazione pura e semplice. E la cosa più savia che potreste fare sarebbe di ritirare il vostro libro, di sottomettervi... No? Non volete? Ah! come siete giovane, amico mio!
Rideva più forte dell'atto di ribellione, di indomita superbia, sfuggito al suo "giovane amico", come lo chiamava. Poi, sull'uscio, abbassando la voce in una nuova rivelazione:
- Suvvia, mio caro, voglio fare qualcosa per voi, vi darò un buon consiglio... Io non so nulla, in fondo. Consegno la mia relazione, la si stampa, la si legge, salvo a non tenerne il menomo conto... Ma il segretario della Congregazione, il padre Dangelis può quello che vuole, persino l'impossibile... Andate quindi a trovarlo, nel convento dei Domenicani, dietro piazza di Spagna... Ma non parlate di me... Arrivederci, caro, arrivederci!
Pietro, sbalordito, si ritrovò in piazza Navona, non sapendo più quello che doveva credere o sperare.
Un pensiero lo invadeva: perchè continuare quel conflitto in cui gli avversarii rimanevano anonimi ed inafferrabili? Perchè ostinarsi più a lungo in quella Roma, così affascinante, in cui non aveva avuto che disinganni?
Era meglio fuggire, tornare quella sera stessa a Parigi, sparirvi, dimenticando nell'esercizio della più umile carità la delusione che lo aveva amareggiato. Egli era in una di quelle ore di prostrazione in cui l'assunto sognato sembra impossibile.
Ma, nel suo turbamento, continuava a camminare e muoveva pur sempre al suo scopo.
Quando si vide sul Corso, poi in via dei Condotti e finalmente in piazza di Spagna, risolvette di andare anche dal padre Dangelis, il convento dei Domenicani essendo là, sotto alla Trinità de' Monti.
Ah! quei Domenicani, egli non aveva mai pensato a loro senza una riverenza commista ad un po' di sgomento.
Che baldi sostegni della idea teocratica ed autoritaria erano stati per lunghi secoli!
Da essi la Chiesa aveva derivata la sua autorità più salda ? essi erano i gloriosi soldati della vittoria.
Mentre San Francesco conquistava per Roma le anime degli umili, San Domenico sottometteva le anime degli intelligenti e dei forti, tutte le anime superiori.
E questo con uno slancio, un fervore mirabile di fede e di energia, mercè tutti i mezzi d'azione possibili, le prediche, i libri, la pressione correzionale e giudiziaria.
Se non creò l'inquisizione, San Domenico se ne valse, ed il suo cuore mite e paterno combattè lo scisma col sangue e col fuoco.
Lui ed i suoi frati, vivendo nella povertà, la castità e l'obbedienza, le più alte virtù di quei tempi tanto oltracotanti e licenziosi, se ne andavano per le città, sforzandosi di far ascoltare la loro parola agli empii e di ricondurli alla Chiesa e deferendoli al tribunale religioso quando i loro ammonimenti non bastavano.
San Domenico si occupò anche della scienza, la volle sua: fece il sogno di difendere Dio con le armi della ragione e della sapienza umana, avolo dell'angelico San Tommaso luce del Medio Evo, che ha compendiato ogni dottrina, e psicologia, e logica, e politica, e morale, nella Somma.
E fu così che i Domenicani fecero echeggiare il mondo del loro nome, diffondendo le dottrine di Roma dai pulpiti celebri di tutti i popoli, ponendosi in lotta quasi dovunque contro lo spirito liberale delle Università, vigili custodi del dogma, artefici instancabili della fortuna dei papi, i più potenti tra quegli artisti, scienziati e letterati, che hanno costruito l'immenso edificio del cattolicismo, ancora così potente.
Ma ormai Pietro vedendo vacillare quell'edifizio, che si credeva imperituro, ed eretto per l'eternità, si chiedeva di quale utilità potessero riuscire oggi quegli artefici di altri tempi, colla loro vigilanza ed i loro tribunali morali, morti sotto l'abbominio delle genti; la loro parola che nessuno più ascolta, i loro libri che non si leggono quasi più, la loro parte di superiori e di civilizzatori, ormai resa nulla dalla scienza odierna, di cui le verità mettono in pericolo il dogma da tutte le parti.
Certo, essi costituiscono tuttavia un ordine influente e prospero, ma quanto sono lontani dal tempo in cui il loro generale regnava a Roma, padrone del Sacro palazzo, avendo in tutta Europa dei conventi, delle scuole e dei sudditi!
Non serbavano più di quel vasto retaggio che qualche uffizio nella Curia romana, fra cui la carica di segretario della Congregazione dell'Indice, dipendente altre volte dal Santo Uffizio, in cui essi imperavano da padroni.
Pietro venne subito introdotto dal padre Dangelis.
La sala era vasta, squallida e bianca, tutta soffusa di limpido sole.
Non conteneva che una tavola e degli sgabelli, con un grande crocifisso di bronzo appeso alla parete.
Accanto alla tavola stava il padre, in piedi, un uomo molto scarno, sulla cinquantina, severamente drappeggiato nell'antico abito bianco e nero.
Nel suo lungo viso d'asceta, dalle labbra sottili, dal naso piccolo, dal mento sottile e caparbio, gli occhi grigi serbavano una immobilità che imponeva. D'altronde si mostrò molto reciso, molto semplice, di una urbanità glaciale.
- L'abate Froment... l'autore della Roma Novella, non è vero?
Sedette sopra uno degli sgabelli, additandone un altro.
- Abbiate la cortesia di farmi sapere lo scopo della vostra visita, signor abate.
Allora Pietro dovette ricominciare la sua difesa, i suoi schiarimenti, ed in breve la cosa gli si fece tanto più ardua inquantochè le sue parole cadevano in un silenzio profondo, in un gelo di morte.
Il padre non si muoveva, con le mani incrociate sulle ginocchia, gli occhi acuti e penetranti fissi negli occhi del prete.
Finalmente, quando questi si tacque, disse senza fretta:
- Signor abate, ho stimato bene di non interrompervi, ma io non dovevo ascoltare quanto avete detto. L'istruzione del processo è avviata, e non vi ha forza al mondo che possa ormai incepparne il corso. Non intendo quindi chiaramente che cosa voi possiate aspettarvi da me.
Pietro ebbe il coraggio di rispondere con voce tremante:
- Aspetto della bontà e della giustizia.
Un pallido sorriso, tinto d'orgoglio, piegò le labbra del monaco.
- Non abbiate paura; Dio si è sempre degnato di illuminarmi nelle mie modeste funzioni. Del resto non rendo giustizia: non sono che un semplice impiegato che ha l'incarico di classificare e di documentare gli atti. E sono le loro Eminenze stesse, i membri della Congregazione, che giudicheranno il vostro libro. Lo faranno senza dubbio con l'aiuto dello Spirito Santo, e non avrete che da chinar il capo sotto la loro sentenza, quando sarà ratificata dal Santo Padre.
Tagliò corto e si alzò, costringendo Pietro a fare altrettanto.
Erano quasi le parole di monsignor Fornaro; soltanto il monaco le aveva dette con accento duro e reciso, con una specie di placida baldanza.
E dappertutto Pietro dava di cozzo contro quella stessa forza anonima, quella macchina, di cui gli ingranaggi vogliono ignorarsi tra di loro e che stritolava tutto. Per lungo tempo ancora lo farebbero correre così dall'uno all'altro senza che gli tornasse possibile di trovare la testa, la volontà ragionante ed imperante. E non c'era altro davvero che chinar il capo.
Però, ebbe, prima di uscire, l'idea di pronunziare ancor una volta il nome di monsignor Nani, di cui cominciava a conoscere la potenza.
- Vi chiedo scusa di avervi disturbato inutilmente. Non l'ho fatto che in seguito all'affettuoso consiglio di monsignor Nani, il quale, per sua degnazione, mi porta un po' d'interesse.
Ma anche questa volta l'effetto fu impreveduto: la scarna figura del padre Dangelis si illuminò d'un sorriso, uno stiramento del labbro in cui trapelava la più sprezzante ironia.
S'era fatto più pallido, ed i suoi occhi intelligenti mandarono una vampa.
- Ah! E' monsignor Nani che vi manda... Ebbene, se credete che una protezione possa giovarvi, basta che vi volgiate a lui... E' onnipotente. Andate, andate a trovarlo.
E questo fu il solo incoraggiamento che Pietro riportò dalla sua visita; il consiglio di tornare presso quegli che lo mandava.
Sentì che naufragava e decise di tornare al palazzo Boccanera per riflettere e comprendere bene le cose, prima di continuare le sue pratiche.
Gli venne subito l'ispirazione d'interrogare don Vigilio, ed il caso volle che quella sera, dopo cena, egli l'incontrasse nell'andito, col suo lume, mentre andava a coricarsi.
- Avrei tante cose a dirvi! Ve ne prego, caro abate, entrate un momentino in camera mia.
Con un gesto, l'abate gli accennò di tacere; poi bisbigliò con un filo di voce:
- Non avete veduto l'abate Paparelli al primo piano? Ci seguiva.
Spesso, infatti, Pietro incontrava per la casa il caudatario, di cui il viso placido, la fisonomia sorniona e curiosa da vecchia zitella in gonna nera gli erano sommamente antipatiche. Ma non se ne preoccupava, e si meravigliò della domanda. Del resto, don Vigilio era tornato in fondo all'andito senza aspettare la risposta, e stava in ascolto. Dopo lungo tempo tornò a passo di lupo e spense il lume per entrare, con un salto, nella camera del vicino,
- Ecco, ci siamo ? mormorò, quando ebbe chiusa la porta. ? E se non vi spiace, invece di trattenerci qui in salotto, andremo in camera vostra! Due muri valgono più di uno solo.
Finalmente, quando, deposta la lampada sulla tavola, sedettero in fondo alla camera scialba, di cui il parato grigio-scuro, i mobili eterocliti, l'ammattonato e le pareti nude spiravano la malinconia delle vecchie cose sbiadite, Pietro notò che l'abate era in preda ad un accesso di febbre più intensa del solito. Il suo scarno corpicino era scosso da brividi ed i suoi occhi di brage ardevano di fiamma ancor più fosca nel misero volto, giallo e contratto.
- Siete indisposto? Non vorrei stancarvi.
- Indisposto... Ah! sì, ho le carni infuocate... Ma anzi, voglio parlare... Non ne posso più, non ne posso più! Bisogna pur sfogarsi una volta o l'altra...
Era del suo male che voleva distrarsi? Oppure era il suo lungo silenzio che voleva rompere, per non morirne? Si fece subito riferire le pratiche degli ultimi giorni, e fu preso da nuove inquietudini nell'udire come il cardinale Sarno, monsignor Fornaro ed il padre Dangelis avessero ricevuto il visitatore.
- Appunto così doveva essere, così doveva essere! Nulla mi fa stupire ormai, ma me ne sdegno per voi! In fondo, la cosa non mi riguarda, eppure mi fa ammalare dalla bile, perchè ridesta in me il ricordo delle mie proprie miserie!... Non bisogna tener conto del cardinale Sarno, il quale vive all'infuori del mondo, a mille miglia dalla realtà, e non ha mai aiutato nessuno, d'altronde. Ma quel Fornaro, quel Fornaro!
- M'è sembrato molto amabile e piuttosto propenso alla benignità, e credo davvero che tempererà la sua relazione in seguito al nostro abboccamento.
- Lui! Vi farà pagare la sua benevolenza con altrettanta severità nell'accusa! Vi divorerà, si ingrasserà di quella facile preda. Ah! non lo conoscete quell'uomo dai modi così squisiti, che è sempre alle vedette per edificare la sua fortuna sulle disgrazie dei malcapitati, di cui sa che la sconfitta tornerà grata ai potenti. Preferisco l'altro, il padre Dangelis, un uomo terribile, ma leale e coraggioso se non altro e d'una intelligenza superiore. Soggiungo per altro che vi brucerebbe come una manata di paglia, se fosse il padrone. Oh! se potessi dirvi tutto, introdurvi con me nel formidabile retroscena di quel mondo di ambizioni immani, di appetiti sfrenati, di turpi complicazioni nel raggiro: se potessi dirvene le venalità, le viltà, i tradimenti e persino i delitti!
Vedendolo così esaltato nella febbre di un segreto rancore, Pietro pensò ad ottenere da lui i ragguagli che aveva chiesto invano fino allora.
- Ditemi soltanto a che punto stanno le mie cose. Quando io vi ho interrogato, all'epoca del mio arrivo, mi avete detto che nessun documento era giunto al cardinale. Ma oggi l'incartamento è fatto, e dovete saperne qualcosa, eh?... Monsignor Fornaro mi ha parlato di tre vescovi francesi, i quali avrebbero denunziato il mio libro, reclamandone la condanna. Tre vescovi! E' mai possibile?
Don Vigilio si strinse nelle spalle con impeto.
- Ah! che anima nobile è la vostra! Per conto mio, stupisco che non siano che tre... Sì, è vero, parecchi documenti della vostra causa sono tra le nostre mani e d'altronde avevo già indovinato di che si trattava. I tre vescovi sono anzitutto il vescovo di Tarbes, il quale fa evidentemente le vendette dei padri di Lourdes, poi i vescovi di Poitiers e d'Evreux, entrambi noti per la loro intransigenza ultramontana ed avversarii accaniti del cardinale Bergerot. Quest'ultimo è, come sapete, mal veduto al Vaticano, dove le sue idee gallicane, il suo spirito così largamente liberale, suscitano veri impeti di sdegno. E non cercate altro: tutta la storia sta in questo, una condanna che gli onnipotenti padri di Lourdes esigono dal Santo Padre, senza contare che si desidera colpire, condannando il vostro libro, il cardinale Bergerot, colpevole di aver scritto quella lettera di approvazione che avete pubblicata con tanta imprudenza in testa al lavoro... Da un pezzo quelle condanne dell'Indice non sono spesse volte, fra ecclesiastici, che dei colpi di mazza scambiati nell'ombra. La denunzia regna da sovrana e la condanna segue secondo il talento di chi la pronunzia. Potrei citarvi dei fatti incredibili, dei libri innocenti, scelti fra cento altri, per uccidere un'idea od un uomo; perchè generalmente si prende di mira ? dietro l'autore ? qualcuno che sta più in là, o più in su. V'ha nell'Indice un tal centro di raggiri, una sorgente tale di abusi, in cui i vili rancori personali trovano il modo di sfogarsi, che quell'istituzione è malferma ormai; e persino qui, fra quelli che circondano il papa, si sente la necessità assoluta di rifarne il regolamento, se non si vuole che cada in assoluto discredito. Ostinarsi a serbare il potere universale, a governare con tutte le armi, lo comprendo, ma bisogna che quelle armi siano possibili, che non suscitino la ribellione colla loro ingiustizia, e che la loro procedura rimbambita non faccia sorridere.
Pietro ascoltava col cuore invaso da doloroso stupore.
Dacchè era a Roma, dacchè vedeva i padri della Grotta temuti e riveriti, padroni dell'ambiente per le ingenti elemosine che mandano all'obolo di San Pietro, aveva indovinato in essi gli istigatori delle persecuzioni di cui era vittima, e sentiva di dover pagare il fio di quelle pagine del suo libro in cui malediva a Lourdes, un iniquo spostamento della giustizia, uno spettacolo terribile che faceva dubitare di Dio, un perenne incentivo di lotta, che doveva sparire nella società veramente cristiana del domani.
Così pure si rendeva conto ormai dello scandalo che doveva sollevare la sua gioia della perdita del potere temporale, e specialmente quella sciagurata espressione: la Roma novella, che bastava da sè a dare delle armi ai suoi delatori.
Ma quello che lo faceva stupire e lo affliggeva oltremodo, era quella vile vendetta, la lettera del cardinale Bergerot, incriminata, il suo libro denunziato e condannato, per colpire proditoriamente quel pastore venerabile che nessuno ardiva aggredire di fronte.
L'idea di conturbare quel sant'uomo, di diventare per lui un pretesto di sconfitta, gli tornava sommamente crudele.
E che disperazione trovare in fondo a quei dissidii in cui non ci dovrebbe essere che l'amore dei poveri, le più turpi questioni di superbia e di danaro, le ambizioni e gli appetiti, scatenati nel più feroce egoismo!
Pietro sentì una vera ribellione contro quell'Indice odioso ed imbecille.
Teneva dietro ora al suo lavorìo, dalla denunzia sino alla pubblica notifica dei libri condannati.
Il segretario della Congregazione, da lui visitato poco prima, il padre Dangelis, a cui giungeva la denunzia, istruiva il processo, e raccoglieva gli atti, col suo fervore da monaco autoritario e letterato, che sognava di governare le intelligenze e le coscienze come nei tempi eroici dell'Inquisizione.
Dei prelati della Consulta ne aveva veduto uno, monsignor Fornaro, quello che doveva far la relazione del libro, quell'uomo così ambizioso e cortese, teologo così sottile che non avrebbe stentato a trovare degli attentati contro la fede in un trattato d'algebra, ove la prosperità della sua fortuna lo avesse richiesto.
Venivano poi le rare riunioni dei cardinali che votavano, sopprimendo tratto tratto un libro avverso, col tacito rammarico di non poterli sopprimere tutti; e finalmente veniva il papa, che approvava e firmava il decreto solo per adempiere una formalità, poichè tutti i libri non erano essi colpevoli? Che straordinaria e deplorevole Bastiglia del passato era mai quell'Indice, invecchiato, caduco, rimbambito! Ma si comprendeva il potere formidabile che doveva aver avuto un giorno, quando i libri erano scarsi e la Chiesa aveva dei tribunali di sangue e di fuoco per far eseguire le sue sentenze.
Poi i libri si erano moltiplicati a tal segno, il pensiero scritto e stampato era diventato una fiumana così profonda e così larga, che quella fiumana aveva travolto e sommerso ogni cosa.
L'Indice, travolto dai tempi e colpito d'impotenza, si trovava ridotto ora alla vana protesta di condannare in blocco la sconfinata produzione moderna, restringendo sempre più il suo campo d'azione, limitandosi al solo esame delle opere di ecclesiastici, ed anche qui, corrotto nel suo assunto, invaso dalle peggiori passioni, trasmutato in uno strumento di raggiri, di odio e di vendetta.
Ah! che rovina miseranda, che confessione di vecchiaia inetta, di paralisi generale e invadente, in mezzo alla noncuranza beffarda dei popoli! Il cattolicismo, l'antico agente glorioso di civiltà, era dunque giunto a questo: gettar nel fuoco del suo inferno tutti i libri in un mucchio ? e che mucchio! ? quasi tutta la letteratura, la storia, la filosofia, la scienza dei secoli passati e del nostro!
Si pubblicano pochi libri oggi che, esaminati, non incorrerebbero nei fulmini della Chiesa. Se essa finge di chiudere gli occhi, è per risparmiarsi il còmpito impossibile di perseguitare e di distruggere ogni opera; ma si ostina però a serbar le apparenze della sovranità suprema sulle intelligenze, come una regina decrepita e spodestata, la quale, priva di giudici e di carnefici, continuasse a promulgare delle sentenze vane, accettate da una infima minoranza.
Ma la si supponga per un momento vittoriosa per qualche miracolo e signora del mondo moderno, e ci si domandi che cos'ella farebbe del pensiero umano, coi suoi tribunali per condannarlo e i suoi gendarmi per eseguire le sentenze! Si supponga, per esempio, che le norme dell'Indice vengano severamente applicate, e nessun tipografo possa metter cosa alcuna sotto i torchi senza l'approvazione del vescovo; tutti i libri quindi deferiti alla Congregazione, il passato corretto, il presente vincolato, sottomesso ad un regime di terrore intellettuale. Non sarebbe la chiusura delle biblioteche, il lungo retaggio del pensiero scritto, messo in carcere, l'avvenire reso inaccessibile, il totale incaglio di ogni progresso e di ogni conquista? Ai giorni nostri, Roma sta come un esempio terribile di quell'esperienza disastrosa, col suolo raffreddato, la sua vitalità spenta, uccisa da secoli di Governo papale, quella Roma diventata così improduttiva, che non un uomo, nè un'opera ha potuto ancora sorgervi, in venticinque anni di risorgimento e di libertà.
E chi accetterebbe una simile condanna, non solo fra gli spiriti rivoluzionari, ma anche fra gli spiriti religiosi, colti ed un po' liberali? Tutto precipiterebbe nell'infantile e nell'assurdo.
Il silenzio incombeva profondo, e Pietro, che quelle riflessioni avevano profondamente conturbato, fece un gesto di disperazione, guardando don Vigilio, muto davanti a lui. Per un momento tacquero entrambi, nell'immobilità di morte del vecchio palazzo sopito, in quella camera chiusa che la lampada rischiarava di fioca luce.
Poi don Vigilio si chinò, collo sguardo scintillante, per bisbigliare, in un lieve brivido di febbre:
- Sapete, in fondo a tutto ci stanno loro, proprio loro.
Pietro, che non comprese, si stupì, un po' turbato da quella parola sconnessa, senza transazione apparente.
- Chi, loro?
- I gesuiti.
Il pretucolo scarno e ingiallito, mise in quel grido la rabbia concentrata del suo sdegno che prorompeva. Ah! tanto peggio, se commetteva una nuova bestialità! La parola era fuori, finalmente.
Gettò per altro un'ultima occhiata di diffidenza paurosa sulle pareti. Poi si sfogò a lungo in un torrente di parole, tanto più impetuoso quanto lo aveva più a lungo frenato.
- Ah! i gesuiti! i gesuiti!... Credete di conoscerli e non immaginate neppure le loro opere nefande, nè la loro incalcolabile potenza. Non ci sono che loro, loro dappertutto, loro sempre. Quando vi accadrà una sventura, vi colpirà un disastro, quando soffrirete, quando piangerete, dovete subito pensare: "Sono essi, sono qui". Io non sono certo che non ve ne sia uno sotto quell'armadio, sotto quel letto... Ah! i gesuiti, i gesuiti! Mi hanno divorato e continuano a divorarmi, e non mi lasceranno certo nulla della mia carne e delle mie ossa.
E, con voce rotta, raccontò la sua storia: disse la sua gioventù, rallegrata di liete speranze. Nasceva da nobilucci di provincia, ben fornito di entrate, d'intelligenza molto pronta, molto duttile, fiducioso nell'avvenire. Avrebbe potuto essere prelato oggi e sulla via dei più alti uffici.
Ma aveva avuto la stoltezza di sparlare dei gesuiti e di avversarli in due o tre circostanze.
E, da allora in poi (secondo lui), gli erano piovute addosso tutte le disgrazie immaginabili; gli erano morti il padre e la madre, il suo banchiere era scappato, i buoni impieghi gli sfuggivano appena si preparava ad occuparli, la peggiore disdetta lo perseguitava, a segno che più volte era stato in procinto di farsi interdire. Non aveva un po' di pace che dal giorno in cui il cardinale Boccanera, commosso dalla sua mala ventura, lo aveva accolto e preso per segretario.
- Qui ho trovato un rifugio, un asilo. Essi abborrono Sua Eminenza che non ha mai parteggiato per loro, ma non hanno ancora osato aggredire nè lui, nè i suoi. Oh! non mi creo nessuna illusione, mi riafferreranno ad ogni modo. Forse risapranno il nostro colloquio di questa sera e me lo faranno pagar caro: perchè ho torto di parlare, parlo senza volerlo. M'hanno rubato ogni felicità, hanno addensato su di me tutte le disgrazie possibili, tutte, tutte, vi dico!
Il turbamento di Pietro si faceva sempre più forte, e, per combatterlo, esclamò, tentando uno scherzo!
- Eh, via! Non sono i gesuiti che vi hanno fatto pigliare le febbri!
- Ma sì, sono essi! ? affermò don Vigilio con impeto. ? Le ho prese sulle rive del Tevere, una notte che ero andato a piangere colà, disperato, perchè mi avevano fatto scacciare da una chiesuola di cui ero uffiziante.
Fin allora Pietro non aveva prestato fede alla terribile leggenda dei gesuiti.
Egli apparteneva ad una generazione che ride dei lupi manari e trova un po' strana la paura borghese dei famosi uomini neri, nascosti nelle pareti per terrorizzare le famiglie. Quelle erano fiabe da donnicciuole, secondo lui, leggende esagerate dalle passioni politiche e religiose. Quindi osservava don Vigilio paurosamente, temendo di avere da fare con un maniaco. Però, la storia straordinaria dei gesuiti gli risorgeva nella memoria. Se San Francesco d'Assisi e San Domenico sono l'anima e lo spirito del Medio Evo, i padroni e gli educatori, il primo proteggendo, l'altro difendendo il dogma e fissando le norme della dottrina per gli intelligenti ed i potenti, Ignazio di Loyola appare sul limitare dei tempi moderni per salvare il fosco retaggio che è in pericolo, per adattare la religione alle esigenze delle società novelle, dandole così l'impero del mondo nascituro.
L'esperienza sembrava fatta allora; Dio stava per esser vinto nella sua lotta intransigente col peccato, perchè era certo ormai che l'antica volontà di sopprimere la natura, di uccidere l'uomo nell'uomo stesso, nei suoi appetiti, nelle sue passioni, nel suo cuore e nel suo sangue, non poteva metter capo che ad una sconfitta assoluta, in cui la Chiesa stava per naufragare. Sono i gesuiti che vengono a salvarla da quel pericolo, che la richiamano alla vita di conquista, decidendo che è lei che deve andare al mondo, giacchè il mondo non vuol più venire a lei.
In questo consiste tutta la loro dottrina; essi affermano che si possono fare delle transazioni col cielo, si adattano ai costumi, ai pregiudizii e persino ai vizii, sorridenti, condiscendenti, senza nessun rigorismo, amabilmente diplomatici, pronti a far servire le peggiori turpitudini alla massima gloria di Dio.
E' il loro grido di guerra, e da ciò deriva la loro morale, quella morale rimproverata come un delitto, che insegna che tutti i mezzi sono buoni per raggiungere lo scopo quando quello scopo è l'interesse di Dio stesso, rappresentato da quelli della sua Chiesa.
Quindi, che successo fulmineo!
Essi pullulano, coprono in breve tutta la terra, ne diventano dovunque i padroni incontestati. Sono confessori dei regi, conquistano immense ricchezze, tanto invadenti che non possono mettere il piede in un paese, per quanto umilmente, senza prenderne possesso in breve tempo: anime, corpi, potere, ricchezza.
Si dànno specialmente al còmpito di istituire delle scuole, sono impareggiabili nel plasmare i cervelli, perchè hanno compreso che l'autorità appartiene sempre al domani, alle generazioni che sorgono e di cui si deve restare i padroni per regnare in eterno.
Quel loro potere, fondato sulla necessità delle transazioni col peccato, è tale che, all'indomani del Concilio di Trento, trasformano lo spirito del cattolicismo, lo penetrano e se lo assimilano, diventando i soldati indispensabili del Papato, che vive mercè loro e per loro.
Da quel giorno hanno posseduto Roma, Roma dove il loro generale ha imperato così a lungo, donde si è diramata per tanto tempo la parola d'ordine della loro tattica tenebrosa e geniale, ciecamente seguita dal loro innumerevole esercito, di cui la sapiente organizzazione copriva il globo d'una rete di ferro, sotto il velluto delle loro mani morbide, così destre nel maneggiare la povera umanità.
Ma il prodigio maggiore è la stupefacente vitalità dei gesuiti, sempre incalzati, condannati, giustiziati, eppure sempre in piedi. Appena il loro potere si manifesta, comincia la loro impopolarità, a poco a poco universale.
Sorgono grida di esecrazione, si diffondono accuse turpi contro di loro, si suscitano processi scandalosi, in cui essi appaiono come corruttori e malfattori.
Pascal li addita al pubblico disprezzo, i Parlamenti condannano i loro libri al rogo, molte Università colpiscono la loro morale ed il loro insegnamento come velenosi. Suscitano in ogni regno tali torbidi e lotte tali che vengono perseguitati e scacciati da ogni dove.
Per più d'un secolo, sono raminghi, espulsi, poi richiamati, passano e ripassano i confini, uscendo da un paese fra clamori di odio, per ritornarvi quando tutto è tornato in calma.
Finalmente, soppressi da un papa, disastro supremo, vengono ristabiliti da un altro e sono presso a poco tollerati da quell'epoca in poi.
E nella prudente umiltà, nell'ombra in cui si dissimulano volontariamente per cautela, trionfano ciononostante, placidi e sicuri della vittoria, come soldati che hanno conquistato la terra.
Pietro sapeva che oggi, a giudicarne dall'apparenza, sembravano spodestati a Roma.
Non alloggiavano più al Gesù, non dirigevano più il Collegio romano, dove avevano plasmato tante anime; e senza casa propria, ridotti ad accettare l'ospitalità straniera, si erano rifugiati al Collegio germanico in cui avevano una piccola cappella. Colà affluivano i professori ed i confessori, ma senza chiasso, senza lo sfarzo religioso del Gesù, senza i successi clamorosi del Collegio romano.
Era il caso di credere che quella scomparsa fosse un atto di sopraffina scienza diplomatica, un'astuzia per rimanere i padroni assoluti ed onnipotenti, la volontà segreta che regge ogni cosa?
Si affermava veramente che la proclamazione dell'infallibilità del papa fosse l'arma che avevano prescelto per sè, fingendo di armarne il papato, per gli assunti prossimi e decisivi che il loro genio prevedeva, alla vigilia dei grandi rivolgimenti sociali.
Era forse vero dunque quell'impero occulto che don Vigilio narrava con un brivido di terrore, quell'intervento nel governo della Chiesa, quella sovranità ignorata ed assoluta al Vaticano?
Una tacita associazione d'idee aveva avuto luogo nella mente di Pietro, il quale chiese ad un tratto:
- Dunque monsignor Nani è gesuita?
Quel nome parve ridestasse in don Vigilio tutte le sue inquietudini.
Fece un gesto tremante.
- Lui? oh! è troppo potente, troppo scaltro, per vestir l'abito. Ma esce da quel Collegio romano che ha educato la sua generazione, vi si è imbevuto di quel genio dei gesuiti, che si adattava così bene al suo proprio genio. Se, comprendendo il pericolo di indossare una livrea impopolare che poteva riuscir d'incaglio, ha voluto rimaner libero, è gesuita peraltro, oh! gesuita nella carne, nelle ossa, nell'anima, e lo è con talento superiore. E' la sua evidente convinzione che la Chiesa non può trionfare che valendosi delle passioni degli uomini; e quella Chiesa egli l'ama molto sinceramente, perchè è molto pio in fondo, un prete zelante che serve Dio, senza mai recedere dal potere assoluto che questi dà ai suoi ministri. Ed inoltre è così cortese, così incapace di un errore e di un atto brutale, così superiore per la stirpe di nobili veneziani da cui scende, e così profondamente ammaestrato dalla esperienza fatta nel mondo, che ha frequentato molto a Vienna, a Parigi, nelle nunziature, che sa tutto, se ne intende di tutto, mercè le delicate funzioni che adempie qui da dieci anni, come assessore del Santo Uffizio... Oh! è un uomo onnipotente; non il gesuita furtivo, di cui la tonaca nera scivola tra la diffidenza generale, ma il capo che nessuna divisa contrassegna, la testa, il cervello!
Pietro si fece serio, perchè non si trattava più degli uomini nascosti nelle pareti, delle fosche congiure di una setta romantica.
Se il suo scetticismo si ribellava a quelle fiabe, egli ammetteva invece benissimo che una morale opportunista come quella dei gesuiti, sôrta dalla necessità della lotta per la vita, si fosse inoculata nella Chiesa e vi avesse ottenuto il predominio.
Se anche i gesuiti fossero spariti, il loro spirito sopravviverebbe all'ordine, perchè era l'arma della battaglia, la speranza di vittoria, la tattica unica che potesse rimettere i popoli sotto il dominio di Roma.
E la lotta si concentrava, in realtà, in quel tentativo di conciliazione che si continuava a fare tra la religione ed il secolo. Egli comprendeva quindi che degli uomini come monsignor Nani potessero assumere una importanza capitale e decisiva.
- Ah! se sapeste, se sapeste! ? continuava don Vigilio; ? egli è dovunque, c'entra in tutto. Guardate! Non è accaduto nulla qui, dai Boccanera, senza che io lo abbia trovato al fondo che arruffava e sbrogliava la matassa, secondo certe necessità che egli solo conosce.
Ed in quella febbre inesauribile di confidenze che lo accendeva, raccontò come monsignor Nani avesse certamente cooperato al divorzio di Benedetta.
Sebbene di spirito tanto conciliante, i gesuiti sono sempre stati intransigenti con l'Italia, sia che non disperino di ricuperare Roma, sia che aspettino il momento di trattare col vero vincitore.
Quindi Nani, da molto tempo intimo di donna Serafina, aveva aiutato questa a riprendere la nipote e ad affrettare la rottura con Prada, appena Benedetta ebbe perduta la madre.
Era lui che, volendo bandire da casa Boccanera il curato patriotta, l'abate Pisoni, confessore della fanciulla, a cui si imputava la colpa di aver voluto quel matrimonio, aveva spinto Benedetta a scegliersi lo stesso direttore spirituale della zia, il gesuita Lorenza, bell'uomo dagli occhi limpidi e benigni, di cui il confessionale era assediato alla cappella del Collegio germanico.
Ed era evidente che quella pratica aveva deciso la cosa, e che un padre gesuita distruggeva, a danno dell'Italia, l'opera fatta a suo vantaggio da un curato.
Ma perchè Nani, dopo aver cooperato alla rottura, aveva egli cessato per qualche tempo di curarsi della causa a segno da metterla in pericolo? E perchè ora se ne occupava di nuovo, facendo comperare monsignor Palma, mettendo donna Serafina in campagna e valendosi egli stesso del suo potere sui cardinali della Congregazione del Concilio? Vi erano dei lati oscuri in quell'affare, come d'altronde in tutti quelli di cui egli si occupava, perchè egli macchinava sempre delle combinazioni a lunga scadenza.
Si poteva supporre però che volesse affrettare il matrimonio di Dario e di Benedetta per mettere fine ai pettegolezzi compromettenti della società bianca, che accusava i due cugini di far letto comune al palazzo, sotto l'occhio indulgente dello zio cardinale.
O forse quel divorzio, ottenuto a peso d'oro e sotto la pressione della influenza più notoria, era uno scandalo volontario, prima tirato in lungo e poi precipitato, per nuocere al cardinale stesso, di cui i gesuiti potevano aver bisogno di liberarsi in qualche emergenza già prossima.
- Sono propenso ad ammettere quest'ipotesi ? concluse don Vigilio ? tanto più che ho saputo questa sera che il papa è indisposto. Con un vecchio vicino agli ottantaquattro anni, una catastrofe improvvisa è possibile, ed il papa non ha più infreddatura senza che il Sacro Collegio ed i prelati siano in scompiglio, agitati dalla tacita battaglia delle ambizioni... Orbene, i gesuiti hanno sempre combattuto la candidatura di Boccanera. Dovrebbero essere i suoi fautori per la sua nascita illustre e per la sua intransigenza verso l'Italia, ma lo trovano di una ruvidezza intempestiva, di una fede impetuosa, che non sa arrendersi, e torna quindi troppo pericolosa nei tempi di diplomazia che la Chiesa attraversa... E non sarei punto stupito che procurassero di nuocere alla sua fama, di rendere la sua candidatura impossibile, ricorrendo ai mezzi più segreti e più obbrobriosi.
Pietro incominciava a sentire un lieve brivido di sgomento. Il contagio dell'ignoto, dei biechi raggiri orditi nell'ombra, influiva su di lui, nel silenzio della notte, in fondo a quel palazzo, vicino a quel Tevere, in quella Roma piena di drammi leggendari.
E, ad un tratto, tornò a sè stesso, al proprio caso.
- Ma io, che c'entro in questo? Perchè monsignor Nani mostra di interessarsi a me, e come si trova immischiato al processo che si fa al mio libro?
Don Vigilio fece un gran gesto.
- Ah! non si sa mai nulla, non si sa mai nulla di preciso! Posso affermarvi però che egli non ha udito la cosa che quando le denunzie dei vescovi di Tarbes, di Poitiers e d'Evreux si trovavano già fra le mani del padre Dangelis, il segretario dell'Indice; ed ho anche compreso che egli ha tentato di arrestare il procedimento, giudicandolo inutile ed impolitico. Ma quando la denunzia è data alla Congregazione, torna quasi impossibile sospendere la cosa, tanto più che Nani si è probabilmente urtato all'opposizione del padre Dangelis, il quale, da fedele domenicano, è l'avversario accanito dei gesuiti... E' stato allora che ha suggerito alla contessina di scrivere al visconte de la Choue che vi spingesse ad accorrere qui per difendervi, e ad accettare, durante il vostro soggiorno, l'ospitalità di casa Boccanera.
Questa rivelazione pose il colmo al turbamento di Pietro.
- Siete certo di quanto dite?
- Oh, certissimo! Ho udito monsignor Nani parlare di voi un lunedì e vi ho già detto un'altra volta che dalle sue parole sembrava che egli vi conoscesse intimamente, quasi avesse già fatto delle indagini minuziose sul conto vostro. Secondo me, aveva letto il vostro libro e ne era molto preoccupato.
- Credete dunque che parteggi per me, che sia sincero e che difendendomi difenderebbe sè stesso?
- Oh, no, no! tutt'altro!... Le vostre idee, egli le aborre certamente, come aborre il vostro libro e voi stesso! Bisogna conoscere quale sprezzo del debole, quale raccapriccio pel povero, quale passione di autorità e di comando si dissimulino sotto la sua amabilità così lusinghiera! Se non si trattasse che di Lourdes, ve l'abbandonerebbe, sebbene vi sia in quella faccenda un mirabile arnese di governo. Ma non vi perdonerà mai di stare cogli umili di questo mondo e di pronunziarvi contro il potere temporale... Vorrei che lo udiste, quando canzona con tenera ferocia il visconte de la Choue, chiamandolo l'elegiaco salice piangente del neo-cattolicismo!
Pietro si recò le mani alle tempie, stringendosi il capo con disperazione.
- Ma allora, ve ne scongiuro, ditemi: perchè mi ha fatto venire? Perchè mi tiene qui, in questa casa, a sua totale disposizione? Perchè mi fa girare tutta Roma da tre mesi, mi stanca, mi fa dar di cozzo in tutti gli ostacoli, mentre gli era così facile di lasciar che l'Indice sopprimesse il mio libro, se quel libro gli dava noia? E' vero che le cose non sarebbero andate liscie, perchè io ero deciso a non piegare la testa, a confessare altamente la mia nuova fede, persino contro le decisioni di Roma.
Gli occhi neri di don Vigilio rifulsero nella sua faccia gialla.
- Ah! E' questo appunto che egli non voleva, secondo me. Sa che siete molto intelligente ed entusiasta, e l'ho udito più volte ripetere che non si deve lottare di fronte con gente come voi.
Ma Pietro si era alzato e non l'ascoltava neppur più, camminando per la stanza, quasi travolto dal disordine delle sue idee.
- Vediamo, vediamo! Bisogna che io sappia e comprenda, se debbo continuare la lotta. Dovete rendermi il servizio di ragguagliarmi minutamente su tutti i personaggi che hanno da fare con me... Dei gesuiti, dei gesuiti dappertutto! Dio mio! Avete forse ragione... Ma dovete darmi le sfumature... Così, per esempio, quel Fornaro?
- Monsignor Fornaro, oh! è un po' quello che si vuole. Ma è stato educato al Collegio romano anche lui e siate persuaso che è gesuita ? gesuita per educazione, per posizione e per ambizione. ? Arde dalla smania di diventar cardinale, e se diventa cardinale, un giorno, arderà dalla smania di essere papa. Sono tutti candidati alla Santa Sede fino dal Seminario.
- Ed il cardinale Sanguinetti?
- Gesuita, gesuita!... Intendiamoci: lo è stato, ha cessato di esserlo e lo è certamente di nuovo. Sanguinetti ha fatto all'amore con tutti i poteri. Per molto tempo lo si è creduto propizio alla conciliazione tra la Santa Sede e l'Italia; poi le cose si sono guastate ed egli ha preso, con fuoco, il partito degli usurpatori. Così pure è andato in rotta parecchie volte con Leone tredicesimo, poi ha fatto la pace, vivendo oggi in termini prudentemente diplomatici col Vaticano. In fondo, non ha che uno scopo: la tiara, e lo manifesta persino troppo, il che nuoce al prestigio d'un candidato. Ma pel momento, pare che la lotta si limiti fra lui ed il cardinale Boccanera. Gli è per questo che è tornato coi gesuiti, sfruttando il loro odio contro al suo rivale, e sperando che nel loro desiderio di scartare il cardinale, essi si trovino costretti ad appoggiarlo. Per conto mio, ne dubito; lì sono troppo scaltri, esiteranno a proteggere un candidato già tanto compromesso. Lui, azzeccagarbugli, impetuoso, orgoglioso com'è, non dubita di nulla; e se voi dite che è a Frascati, non dubito che sia andato a chiudervisi all'annunzio della malattia del papa, per qualche scopo di alta tattica.
- Ebbene, ed il papa stesso Leone tredicesimo?
Qui don Vigilio ebbe un attimo d'esitanza, un lieve batter delle palpebre.
- Leone tredicesimo? E' gesuita, gesuita anche lui! Oh! so che si dice che parteggia pei Domenicani ed è vero, se si vuole, perchè egli si crede animato dallo stesso loro spirito, ha rimesso in favore San Tommaso, ripristinando per quelle dottrine l'insegnamento ecclesiastico... Ma v'ha anche il gesuita senza saperlo ed il papa attuale ne resterà il più famoso esempio. Studiate i suoi atti, rendetevi conto della sua politica: vi vedrete l'emanazione, l'azione stessa dell'anima gesuitica, un po' perchè egli è imbevuto del loro spirito senza saperlo, ed un po' anche perchè tutte le influenze che agiscono, direttamente od indirettamente, su di lui, partono da quel focolare... Perchè non mi credete? Vi ripeto che i gesuiti hanno conquistato ogni cosa, assorbito ogni cosa, essi sono i padroni di Roma, dal più infimo chierico a Sua Santità stessa!
E continuò, rispondendo ad ogni nuovo nome citato da Pietro, con quel grido ostinato e maniaco: Gesuita, gesuita!
Pareva che non fosse più possibile di esser altro nella Chiesa, che fosse giusta quella asserzione che il clero doveva patteggiare con la società corrotta, se voleva salvare il suo Dio.
Le età eroiche del cattolicismo erano finite ed esso non poteva più sussistere ormai che mercè la diplomazia, l'astuzia, le concessioni e le transazioni.
- E quel Paparelli, un gesuita, un gesuita! ? continuò don Vigilio, abbassando istintivamente la voce ? oh! il gesuita umile e terribile, il gesuita nel suo più turpe assunto, lo spionaggio ed il pervertimento. Giurerei che lo hanno messo qui per sorvegliare Sua Eminenza e bisogna vedere con qual portento di astuzia e di pieghevolezza è riuscito a compiere la sua parte a tal segno che la sua volontà è l'unica che prevalga, qui ormai: egli apre la porta a chi gli piace, si vale del cardinale come di una cosa sua, influisce sopra tutte le sue decisioni, ne prende possesso insomma con una lenta infiltrazione di tutte le ore.
Sicuro! E' l'insetto che conquista il leone, è l'infinitesimo che, nella sua piccolezza, dispone dell'eccelso, quell'abbatuccio così infimo, quel caudatario di cui la parte sarebbe di starsene ai piedi del suo cardinale come un cane fedele, e che in realtà invece regna su di lui, lo spinge dove vuole...
Ah! il gesuita, il gesuita! Diffidate di lui, quando passa senza rumore nella povera sottana sgualcita, con la sua faccia flaccida e rugosa di bacchettona, simile ad una vecchia in gonnella nera. Guardate se non è dietro la porta, in fondo agli armadii, sotto ai letti. Vi dico che vi mangeranno come mi hanno mangiato e che se non state in guardia, vi attaccheranno la febbre, la peste anche a voi come a me!
Con atto repentino, Pietro si fermò davanti al prete. Smarriva la lucidità della mente, il timore e lo sdegno lo invadevano. Perchè negare? Quelle storie incredibili dovevano esser vere.
- Ma datemi un consiglio allora! ? gridò. ? Vi ho per l'appunto pregato di entrare qui questa sera, perchè non sapevo più a che partito appigliarmi e sentivo il bisogno di esser rimesso sulla buona strada.
S'interruppe, e tornando a camminare con impeto, come sotto la spinta dell'agitazione che lo travagliava:
- Oppure, no! Non mi dite nulla; è finito; preferisco andarmene. Quel pensiero mi era già venuto, ma in un'ora di viltà, col progetto di sparire, di tornarmene nel mio cantuccio a vivere in pace; mentre ora, se parto, sarà come un vendicatore, come un giustiziere, per proclamare a Parigi quello che ho veduto a Roma, quello che vi si è fatto del cristianesimo di Gesù, il Vaticano che cade in polvere, il lezzo di cadavere che ne spira, la stolta illusione di coloro che sperano vedere un rinnovamento dell'anima moderna uscire un giorno da quel sepolcro, in cui poltrisce la decomposizione dei secoli... Oh! non mi arrendo, non mi sottometto e difenderò il mio libro con un nuovo libro! E quest'ultimo, farà chiasso nel mondo, ve lo garantisco, perchè suonerà l'agonia di una religione che sta morendo e che bisogna affrettarsi a seppellire se non si vuole che i suoi avanzi ammorbino i popoli.
Questo passava i limiti dell'intelligenza di don Vigilio. Il prete italiano si ridestava in lui con la sua credenza, la sua ignoranza, il suo terrore delle idee nuove.
Giunse le mani con spavento.
- Tacete, tacete! Queste sono bestemmie... Eppoi non potete andarvene così, senza tentar un'ultima volta di vedere il Santo Padre. Lui solo regna. E so che questo consiglio vi farà meraviglia; ma badate, il padre Dangelis vi ha dato il solo buon parere, canzonandovi: tornate da monsignor Nani, perchè egli è l'unico che possa aprirvi le porte del Vaticano.
Pietro diede un nuovo sobbalzo d'ira.
- Come! Che io parta da monsignor Nani per tornar a monsignor Nani! Che giuoco è questo? Posso forse accettare di essere una palla che tutti si rimandano? Alla fin fine, capisco che si fanno beffe di me!
Ed affranto, smarrito, Pietro ricadde sulla seggiola, rimpetto all'abate che non si muoveva, con la faccia livida per la veglia troppo prolungata, e le mani agitate da continuo tremito.
Vi fu un lungo silenzio.
Poi don Vigilio esternò una nuova idea: conosceva un po' il confessore del papa, un padre francescano molto oscuro, a cui Pietro avrebbe potuto rivolgersi. Quel padre gli tornerebbe forse utile, sebbene fosse tanto umile. Era sempre un tentativo da farsi.
Ed il silenzio si diffuse di nuovo, mentre Pietro, di cui gli occhi astratti rimanevano fissati sulla parete, finiva col discernere l'antica tela che lo aveva così profondamente commosso il giorno dell'arrivo.
Nella pallida luce della lampada la vedeva spiccarsi dalla parete e vivere, come l'incarnazione del suo caso, della sua fiera disperazione davanti alla porta crudelmente chiusa, della verità e della giustizia.
Ah, quella donna reietta, quella creatura pertinace nell'amore, che singhiozzava sotto i capelli diffusi, col volto invisibile, come gli somigliava, atterrata dal dolore sui gradini di quel palazzo, davanti alla porta spietata che non si schiudeva mai!
Rabbrividiva, drappeggiata in una tela leggera, e nell'immensa prostrazione non rivelava il suo segreto, colpa o sventura, e dietro le mani che velavano il volto egli le prestava il suo proprio aspetto: colei diventava sua sorella, come tutte le povere creature senza tetto nè sicurezza, che piangono perchè sono nude e sole, e si logorano i pugni, tentando di sforzare la soglia crudele degli uomini.
Egli non poteva mai guardarla senza compiangerla, e quella sera fu così commosso nel trovarla sempre ignota, senza nome e senza volto, eppure bagnata dalle lagrime le più amare, che, all'improvviso, interrogò don Vigilio.
- Sapete di chi sia quella tela? Mi commuove sino nel fondo dell'anima, come un capolavoro.
Stupefatto di quella domanda impreveduta, rivolta così a bruciapelo, il prete alzò la testa, guardò e stupì ancor più quando ebbe esaminato il quadro annerito, negletto nella sua povera cornice.
- Oh! ? disse con un gesto d'indifferenza ? non è nulla: vi sono dappertutto di queste vecchie tele senza valore... questa c'è sempre stata probabilmente. Non lo so, non l'ho nemmeno veduta.
Finalmente si alzò con prudenza.
E quel semplice atto gli diede un tal brivido, che ebbe appena la forza di prender congedo, battendo i denti nel brivido della febbre.
- Non mi accompagnate; lasciate la lampada in questa camera... E torno a dirvi che il meglio per voi sarebbe di rimettervi a monsignor Nani, perchè quegli, se non altro, è uomo superiore. Ve l'ho detto fin dal vostro arrivo; di buon grado o no, finirete col fare quello che egli vuole. A che pro lottare, quindi? E non riferite una parola del nostro colloquio di stanotte: sarebbe la mia morte!
Riaprì la porta senza rumore, guardò a destra ed a sinistra con diffidenza, esplorando le tenebre dell'andito, poi si arrischiò, e sparve, tornando in camera sua così piano che non si udì nemmeno il calpestìo dei suoi piedi, nel sonno funebre dell'antico palazzo.
L'indomani, Pietro, ripreso da un bisogno di lotta e deciso a tentare ogni mezzo, si fece raccomandare da don Vigilio al confessore del papa, quel padre francescano che il segretario conosceva un pochino.
Capitò sopra un buon monaco; l'uomo il più timorato, evidentemente prescelto per la sua grande modestia e semplicità e la sua nessuna influenza, affinchè non abusasse della sua posizione onnipotente presso il Santo Padre.
E questi poneva anche una ostentazione d'umiltà nell'avere per confessore il più umile dei monaci, l'amico dei poveri, il pio mendicante delle vie. Quel padre godeva però fama di buon oratore, pieno di fede, ed il papa assisteva alle sue prediche, dietro un velo, secondo la regola.
Poichè se, come sovrano pontefice infallibile, non poteva accettare lezioni da nessun sacerdote, si ammetteva che, come uomo, egli ricavasse qualche profitto dalla santa parola.
Ma, all'infuori della sua eloquenza spontanea, l'ottimo padre era un semplice purificatore d'anime, il confessore che ascolta ed assolve, senza neppur rammentare le impurità che lava con le acque della penitenza. E Pietro, nel vederlo realmente così povero e così nullo, non insistette per ottenere un intervento che indovinava inutile.
Quel giorno, il viso dell'ingenuo amante della Povertà, il soavissimo Francesco, come diceva Narciso Habert, gli appariva continuamente davanti.
Stupiva spesso della venuta di quel nuovo Gesù, così benigno per gli uomini, le bestie e le cose, col cuore acceso da così ardente carità verso i miserabili, in quell'Italia egoistica e gaudente, dove impera come ultima regina l'ammirazione della bellezza. Certo i tempi sono mutati, ma che fiumana d'amore doveva scorrete nei giorni antichi, durante le profonde miserie dell'evo medio, perchè un tale consolatore degli umili, nato dal popolo, si desse a predicare altrui la rinunzia del proprio individualismo e della ricchezza, l'orrore della forza brutale, l'eguaglianza e l'obbedienza che dovevano assicurare la pace del mondo.
Egli se ne andava per le vie, vestito come i più poveri, col saio grigio fermato da una corda sulle reni, coi piedi nudi nei sandali, senza borsa, nè bastone. Ed avevano, lui ed i suoi frati, la parola chiara e ardita, animata da fresca poesia, da suprema baldanza di verità, facendo dovunque i giustizieri, attaccando i ricchi e i potenti, avendo il coraggio di denunziare i cattivi sacerdoti, i vescovi scostumati, simoniaci e spergiuri.
Alti clamori di gioia accoglievano la loro visita redentrice, il popolo li seguiva in stormi: erano gli amici, i liberatori di tutti gli umili che soffrivano.
Nei primordi, quei rivoluzionari baldanzosi fecero impensierire Roma, ed i papi esitarono a concedere la formazione dell'Ordine; e se si arresero non fu certamente che per l'idea di valersi per conto proprio di quella nuova forza, di quella conquista dell'infima plebe, delle masse infinite ed ignote di cui la sorda minaccia s'è fatta udire attraverso a tutte le età, nei tempi più dispotici.
Da quel giorno in poi, il papato ha avuto nei figli di San Francesco un esercito sempre vittorioso, esercito ramingo che si diffondeva per ogni dove, per le vie, pei paeselli, per le città, penetrando sino al focolare dell'operaio e del rustico, conquistando i cuori semplici. Chi può figurarsi la forza democratica di un Ordine simile, che pareva uscito dalle viscere stesse del popolo? Da qui la sua prosperità così rapida, il numero dei fratelli, pullulanti in pochi anni, i conventi eretti ogni dove, l'Ordine che invadeva la popolazione laica a segno da compenetrarla ed assorbirla.
E la prova che v'era in quel fatto una spontanea produzione del suolo, una esuberante vegetazione del ceppo plebeo, sta in questo, che tutta un'arte nazionale doveva sorgerne, i precursori del Rinascimento nella pittura, e Dante stesso, l'anima del genio italiano.
Da alcuni giorni Pietro li vedeva, quei potenti ordini antichi e li trovava, come ostacoli sulla sua via, nella Roma odierna.
I francescani ed i domenicani, i quali avevano per tanto tempo combattuto di conserva con la Chiesa, rivali animati dalla stessa fede, erano sempre faccia a faccia, nei loro grandi conventi, prosperi in apparenza.
Ma pareva che, alla lunga, l'umiltà dei francescani li avesse fatti mettere da parte. Fors'anche il loro assunto di amici e di redentori del popolo, è finito ora che il popolo si libera da sè, con le sue conquiste politiche e sociali.
E la battaglia ferveva ora tra i domenicani ed i gesuiti, i predicatori e gli educatori, i quali avevano, gli uni e gli altri, la pretesa di plasmare il mondo secondo la loro fede.
Si udivano le sorde minaccie di quelle influenze; era una guerra di tutte le ore, di cui Roma, il potere supremo al Vaticano, rimanevano l'eterno premio.
I primi però, per quanto avessero dalla loro San Tommaso, sentivano la loro vecchia scienza dommatica vacillare, fatta malferma, e dovevano cedere, ogni giorno, qualche palmo di terreno ai secondi, che vincevano col secolo.
Poi venivano i certosini, vestiti del loro abito di panno bianco, i silenziosi molto puri e molto santi, i contemplatori che sfuggono il mondo, chiusi nei loro chiostri dalle placide celle; i disperati ed i consolati, di cui il numero, sebbene minore, vivrà in eterno, come il dolore ed il bisogno di solitudine.
Erano i benedettini, i figli di San Benedetto, di cui la regola mirabile ha santificato il lavoro, i fervidi cultori delle lettere e delle scienze, che sono stati, alla loro ora, dei validissimi strumenti di civiltà, cooperando all'istruzione universale coi loro immensi lavori di storia e di critica.
Pietro, che li amava, e si sarebbe due secoli prima rifugiato presso di loro, stupiva però di vedere che fabbricavano sull'Aventino un immenso edificio per cui Leone tredicesimo aveva già dato dei milioni, come se la scienza dell'oggi e del domani avesse ancora avuto un campo in cui essi potessero fare delle ricche messi; a che scopo invece, quando gli artefici sono cambiati ed i dogmi sbarrano la via a chi deve passare rispettandoli, senza compierne la già iniziata rovina?
Infine era il brulichìo degli ordini minori che si numeravano a centinaia; i certosini, i trappisti, i frati minori, i barnabiti, i lazzaristi, i missionarii, i Ricollests, i fratelli della dottrina cristiana: erano i bernardiniani, gli agostiniani, i teatini, gli osservanti, i celestini, i cappuccini; senza contare gli ordini corrispondenti di donne: le clarisse, le monache innumerevoli, come quelle della Visitazione e del Calvario.
Ogni ordine aveva la propria casa, sontuosa e modesta: certe parti di Roma erano interamente costituite da conventi, e, dietro le facciate mute, tutto quel popolo si agitava e macchinava, nella continua lotta degli interessi e delle passioni. L'antica evoluzione sociale che li aveva prodotti era finita da lungo tempo, ma essi si ostinavano a vivere comunque, sempre indeboliti ed inutili, condannati ad una lenta agonia, fino al giorno in cui resteranno privi in pari tempo di aria e di terreno, in mezzo alla società novella.
E nelle sue pratiche, nelle sue ricerche sempre rinnovate, non era in quegli ordini che Pietro trovava più spesso l'ostacolo; doveva specialmente combattere col clero secolare, quel clero di Roma che ormai conosceva a fondo.
Una gerarchia, ancora severa, vi segnava le classi ed i gradi.
In alto, attorno al papa, regnava la famiglia pontificia, i cardinali, i prelati, molto nobili, molto illustri e molto boriosi nell'apparente loro famigliarità. Sotto di loro, il clero delle parrocchie costituiva una borghesia rispettabile, di spirito savio e moderato, in cui non erano rari i curati patriotti, e l'occupazione italiana, portando a Roma tutta una società di funzionarii, testimoni dei costumi, aveva avuto, in un quarto di secolo, il singolare risultato di moralizzare la vita intima dei preti romani, in cui una volta la donna rappresentava una parte così decisiva, che Roma era letteralmente un governo di serve-padrone che troneggiavano nelle case dei vecchi scapoli.
E, finalmente, si cadeva nella plebe del clero, che Pietro aveva studiata con somma curiosità, tutt'un'accozzaglia di preti miserabili, sudici, seminudi, che, errando alla ricerca di una messa, come bestie fameliche, andavano a finire nelle bettole più luride, assieme agli accattoni ed ai ladri.
Ma s'interessava ancor più allo spettacolo della turba provvisoria dei preti accorsi da tutta la cristianità, gli avventurieri, gli ambiziosi, i modesti ed i pazzi, che Roma attirava come la lampada attira, di notte, gli insetti dell'ombra. Ve n'erano di ogni nazione, di ogni ceto, di ogni età, svolazzanti sotto lo sprone dei loro appetiti, raccolti in folla, da mattina a sera, attorno al Vaticano, per addentare la preda che agognavano.
Dappertutto, Pietro li ritrovava e pensava, con una certa vergogna, che egli era uno di loro, ed accresceva della sua unità il numero incredibile di sottane nere che si incontravano per le vie.
Ma che flusso e riflusso, che marea perenne di sottane nere e di tonache di ogni colore in quella Roma!
I seminarii delle diverse nazioni sarebbero bastati a tappezzare le vie con le loro file di alunni: i francesi tutti neri, gli americani del sud neri con sciarpa azzurra, gli americani del nord neri con sciarpa rossa, i polacchi neri con sciarpa verde, i greci azzurri, i tedeschi rossi, i rumeni violetti e gli altri con ricami e vestiti di cento foggie.
Poi vi erano le confraternite, i penitenti bianchi e neri, turchini, grigi, con dei cappucci e dei baveri diversi, grigi, turchini, neri o bianchi.
Ed era così che alle volte pareva che la Roma papale risuscitasse, e che la si sentiva tenace e vivente, in lotta per non sparire nell'attuale Roma cosmopolita, dove le tinte neutre, la foggia uniforme dei vestiti si confondono.
Ma, per quanto Pietro corresse da un prelato all'altro, ed avvicinasse i preti e traversasse le chiese, non poteva abituarsi al culto, a quella devozione romana che lo faceva stupire quando non lo feriva.
Essendo entrato una domenica di pioggia nella chiesa di Santa Maria Maggiore, gli era parso di trovarsi in una sala d'aspetto, di ricchezza indescrivibile, con le sue colonne ed il suo soffitto da tempio antico, il sontuoso baldacchino, l'altare papale, gli splendidi marmi della Confessione, e specialmente della cappella Borghese, tutto quel lusso in cui però non sembra che Dio soggiorni.
Nella navata centrale, non una panca, non una seggiola: un continuo andirivieni di fedeli che la attraversavano come una stazione, bagnando con le scarpe umide il prezioso selciato di mosaico; delle donne e dei bambini, seduti per stanchezza attorno alle basi delle colonne, come se ne vedono nella ressa delle grandi partenze, in attesa del treno.
E per quella mobile turba di popolino, entrata di passaggio, un prete diceva una messa bassa, in fondo ad una cappella laterale, e davanti alla cappella si era fermata una fila di gente, che chiudeva obliquamente la navata, una coda lunga e stretta come se ne vedono alla porta dei teatri.
All'elevazione, tutti chinarono la lesta con fervore, poi lo stormo si disperse, la messa era detta. E dappertutto si vedeva lo stesso pubblico delle terre di sole, un pubblico frettoloso, che rifuggiva dal sedere, non facendo a Dio che delle brevi visite intime, all'infuori dei ricevimenti di gala a San Paolo, a San Giovanni Laterano, in tutte le vecchie basiliche, come nello stesso San Pietro.
Soltanto al Gesù, Pietro capitò un'altra domenica durante una messa cantata che gli ricordò le turbe devote del Nord. Vi erano delle panche, delle donne sedute, un tepore da salotto, sotto lo sfarzo delle vôlte, ricche di una esuberanza d'oro, di dipinti e di sculture, di un mirabile splendore giallognolo, dacchè il tempo ne ha fatto impallidire il troppo smagliante stile barocco.
Ma quante chiese vuote tra le più antiche e le più venerabili; San Clemente, Sant'Agnese, la Santa Croce di Gerusalemme, in cui non si vedeva, nelle ore degli uffizii, che qualche pigionale delle case vicine!
Quattrocento chiese, anche per Roma, ecco un troppo gran numero di navate da popolare: e se ve ne erano alcune che non si visitavano che nei giorni di certe cerimonie, molte non aprivano le loro porte che una volta all'anno, il giorno della festa del loro santo. Talune vivevano per la fortuna di possedere un feticcio, un idolo che soccorreva le miserie umane.
L'Aracoeli aveva un piccolo Gesù miracoloso: il "Bambino" che guariva i ragazzi ammalati; Sant'Agostino aveva la Madonna del Parto, la Vergine che procurava un parto felice alle donne incinte. Altre chiese erano celebri per la loro acqua santa, per l'olio delle loro lampade, la potenza di un santo di legno o di una Madonna di marmo; altre, infine, sembravano neglette, abbandonate ai viaggiatori, in balìa ai sagrestani che le sfruttavano come musei, popolati di divinità morte. Certune, rimanevano misteriose e dubbie, come Santa Maria della Rotonda, insediata nel Pantheon, una sala rotonda che ha qualcosa del circo ed in cui la Vergine è evidentemente una inquilina dell'Olimpo.
Pietro si era anche interessato alle chiese dei rioni poveri, Sant'Onofrio, Santa Cecilia, Santa Maria in Trastevere, ma senza incontrarvi la calda fede, l'onda di quel popolo che sperava. In quest'ultima aveva udito un giorno, sul tardi, mentre era affatto vuota, dei cantori intuonare a bassa voce un canto lamentevole in mezzo a quel deserto.
Un altro giorno, essendo entrato a S. Grisogono, l'aveva veduto addobbato, probabilmente per qualche festa del domani; le colonne chiuse in fodere di damasco rosso, i portici guarniti di festoni e drappeggi in cui si alternavano il giallo e l'azzurro, il bianco ed il rosso; ed aveva preso la fuga nel vedere quell'orribile decorazione, smagliante come gli addobbi d'una fiera.
Ah! quanto era lontano dalle cattedrali in cui, durante la sua infanzia, aveva creduto e pregato! Dappertutto egli ritrovava la stessa chiesa, l'antica basilica, adattata dal Bernini o dai suoi discepoli al gusto della Roma del secolo scorso.
A San Luigi dei Francesi, di cui lo stile è migliore e di una sobrietà elegante, non si commosse che per i morti illustri, gli eroi ed i santi che dormono sotto le lastre di marmo, in terra straniera.
E siccome cercava qualcosa di gotico, finì coll'andare a vedere Santa Maria della Minerva, che gli dissero essere il solo edifizio di stile gotico a Roma.
E qui ebbe un'ultima sorpresa, nello scorgere quelle colonne ricoperte di marmo, quelle ogive che non osano svilupparsi, fermate nell'arco, quelle vôlte che all'improvviso si piegano alla goffa maestà della cupola.
No, no! la fede di cui si trovavano colà le tepide ceneri, non era quella di cui il braciere aveva invaso ed acceso la cristianità tutta intera, nelle lontananze più remote!
Monsignor Fornaro, che incontrò per caso, appunto nell'uscire da Santa Maria della Minerva, protestò contro lo stile gotico, trattandolo di eresia bell'e buona.
La prima chiesa cristiana era la basilica, nata dal tempio ? ed era una bestemmia il dire che la vera chiesa cristiana fosse la cattedrale gotica, poichè il gotico non era che il detestabile spirito anglo-sassone, il genio ribelle di Lutero.
Pietro ebbe la tentazione di rispondere con impeto; poi si tacque, temendo di dir troppo.
Quello che il prelato affermava non era invece la prova che il cattolicismo era la vegetazione stessa del terreno di Roma, il paganesimo del cristianesimo!
In altri luoghi quel cristianesimo s'è sviluppato in forma diversa, a tal punto che s'è ribellato, contro la città maestra, nel giorno dello scisma.
Lo screzio s'è fatto sempre maggiore, le divergenze spiccano sempre più, nell'evoluzione della nuova scuola, per quanto si tenti disperatamente di mantenere l'unità, cosicchè lo scisma sembra di nuovo inevitabile e prossimo.
E Pietro aveva contro le basiliche un altro rancore da ragazzo, altra volta pio e sentimentale: la mancanza delle campane, le belle e grandi campane, care agli umili.
Ci vogliono dei campanili per le campane, ed a Roma non vi sono campanili, ma solo cupole. Assolutamente, Roma non era la città di Gesù, la città squillante e vibrante, da cui la preghiera saliva in onde sonore, tra il volo turbinante delle cornacchie e delle rondinelle.
Pietro frattanto continuava le sue pratiche, preso da una sorda irritazione che lo spingeva ad ostinarsi, tornando a trovare la gente, obbedendo al voto da lui fatto di andar a trovare ognuno dei cardinali della Congregazione dell'Indice, per quanto dovesse rimanerne ferito.
E così si trovò anche, a poco a poco, spinto attraverso alle altre Congregazioni, quei ministeri dell'antico governo pontificio, meno numerose oggi, ma di un congegno straordinariamente complicato, ognuna di esse avendo un cardinale per prefetto, alcuni membri presi anch'essi tra i cardinali, che tengono delle sedute, e dei prelati per la Consulta, tutto un popolo d'impiegati.
Dovette andar più volte alla Cancelleria, dove la Congregazione dell'Indice ha la sua sede: si smarrì in quell'immensità di scale, di anditi, di sale, preso fin dall'atrio dal brivido che piove da quelle vecchie mura gelide, non potendo mai affezionarsi a quel palazzo, l'opera capitale del Bramante, il tipo purissimo del Rinascimento romano. Conosceva già la Congregazione della Propaganda in cui il cardinale Sarno lo aveva ricevuto; e fu la combinazione di quelle visite a cui si vide costretto, sempre respinto com'era dall'uno all'altro, in quella caccia alle influenze, che gli fece conoscere anche le altre Congregazioni, quella dei Vescovi e dei Regolari, quella dei Riti e quella del Concilio. Intravide persino 1a Concistoriale, la Dataria e la Penitenzieria Sacra.
Era l'immenso meccanismo dell'amministrazione della Chiesa, il mondo intero da governare, le conquiste da estendere, gli affari dei paesi conquistati da dirigere, le questioni di fede, di costumi e d'individui da giudicare, i delitti da esaminare e da punire, le dispense da concedere, i favori da vendere.
Non si può imaginare la spaventosa quantità di affari che piove ogni mattina al Vaticano; le questioni le più gravi, le più delicate, le più complesse, di cui la soluzione dà luogo a ricerche ed a studi senza numero.
Bisogna pur rispondere a quel popolo di visitatori che, venuti da tutti i punti della cristianità, assiepano Roma, a quelle lettere, a quelle suppliche, a quegli atti, di cui la quantità indicibile viene ripartita e si ammucchia in tutti gli uffizi.
Ed il miracolo stava nella segretezza silenziosa con cui si disimpegnava quell'assunto gigantesco e non un'eco nella via: dei tribunali, dei Parlamenti, delle fabbriche di santi e di nobili, donde non usciva il menomo sussurrìo che tradisse l'opera; un congegno così ben oliato che, nonostante la ruggine dei secoli, il guasto profondo ed irrimediabile, funzionava senza che lo si indovinasse dietro le mura. Tutta la politica della Chiesa non stava in questo? Tacere, scrivere il meno possibile ed aspettare.
Ma che congegno portentoso, ancora così potente, seppur logoro ed invecchiato! E come Pietro, tra quelle Congregazioni, si sentiva preso nella rete di ferro del potere più assoluto che si sia mai organizzato per dominare gli uomini!
Per quanto vi constatasse delle screpolature, delle buche, una vetustà nunzia di rovina, le apparteneva ad ogni modo, dacchè vi aveva arrischiato il piede, si sentiva afferrato, travolto, stritolato in quell'inestricabile rete, in quel labirinto sconfinato di influenze e di raggiri, in cui si agitavano le vanità e le venalità, le corruzioni e le ambizioni, tanta miseria e tanta grandezza.
E come era lontano dalla Roma che aveva sognata, e che sdegno lo accendeva alle volte nella sua stanchezza, nel suo fermo proposito di difendersi!
Ad un tratto, molte cose che non aveva mai compreso, gli si manifestarono chiaramente. Un giorno che era tornato alla Propaganda, il cardinale Sarno gli parlò della Massoneria con un tale accento di rabbia concentrata, che la verità gli balenò.
Fino allora aveva riso della Massoneria, non vi prestava fede, mettendo in un fascio con quelle riferite sui gesuiti, le ridicole storielle che circolavano su quegli uomini d'ombra e di mistero, di cui il potere segreto ed infinito governava il mondo; quelle storielle gli parevano infantili e le poneva anche esse fra le tradizioni.
Stupiva specialmente dell'odio cieco che notava in certuni, appena profferivano il nome di frammassoni; un prelato dei più distinti e dei più intelligenti gli aveva affermato, con l'accento della più sincera convinzione, che ogni loggia massonica era presieduta, almeno una volta all'anno, dal diavolo in persona e visibile. Era cosa da perdere il buon senso.
Ed ora invece egli comprendeva la rivalità, la lotta furiosa della Chiesa cattolica e romana contro quell'altra Chiesa, che le sorgeva di contro.
Per quanto la prima si reputasse vittoriosa, sentiva nell'altra una concorrente, un'antichissima nemica che pretendeva anzi essere più antica di lei, e di cui la vittoria era sempre possibile.
Il cozzo proveniva specialmente dal fatto che entrambe quelle sètte avevano la stessa ambizione di dominio universale, lo stesso ordinamento internazionale, lo stesso colpo di rete gettato sui popoli, lo stesso apparato di misteri, di rito e di dogmi.
Dio contro Dio, fede contro fede, conquista contro conquista: e quindi, quelle sètte si disturbavano a vicenda, come delle ditte avversarie, stabilite ai due lati della via, di cui l'una deve finire coll'uccidere l'altra.
Ma, se il cattolicismo gli sembrava caduco e minacciato di rovina, rimaneva ugualmente scettico, riguardo alla potenza massonica. Aveva indagato, fatta un'inchiesta, per rendersi conto della realtà di quella potenza, nella città di Roma, dove i due partiti supremi si trovavano faccia a faccia, ed il Grande Oriente troneggiava di fronte al papa. Gli si era detto veramente che gli ultimi principi romani si credevano in obbligo di farsi ricevere nella Massoneria per non aggravare la loro condizione, già difficile, non rendersi la vita più dura, e non precludere la via dell'avvenire ai loro figli.
Ma, così facendo, non cedevano essi piuttosto alla forza irresistibile dell'odierna evoluzione sociale? E la Frammassoneria non naufragherebbe anch'essa nel proprio trionfo, quello delle idee di giustizia, di senno e di verità che aveva difese tanto a lungo, fra le tenebre e la violenza della storia?
E' un fatto costante che la vittoria dell'idea uccide la setta che la propaga, rendendo inutile e un po' barocco l'apparato di cui i settari hanno dovuto circondarsi per colpire le imaginazioni. Il carbonarismo non ha sopravvissuto alla conquista delle libertà politiche domandate da lui; ed il giorno in cui la Chiesa cattolica precipiterà dopo aver compiuto la sua opera civilizzatrice, l'altra Chiesa, la Chiesa frammassonica, di contro, sparirà del pari, avendo esaurito il suo còmpito di redenzione.
Oggi, la famosa onnipotenza delle Loggie, sarebbe un meschino arnese di conquista, inceppata com'è anch'essa dalle tradizioni, compromessa da un cerimoniale di cui si ride, ridotta a non essere che un vincolo d'intesa e di mutuo soccorso, se il soffio potente della scienza non travolgesse i popoli, cooperando alla distruzione delle religioni invecchiate.
Allora Pietro, affranto da tante gite e da tante pratiche, si sentì ripreso dall'ansietà, in quella sua pertinace risoluzione di non abbandonare Roma senza aver lottato sino alla fine, da soldato della speranza che non vuol credere alla sconfitta. Aveva veduto tutti i cardinali, di cui l'influenza poteva giovargli. Aveva veduto il cardinale vicario, reggente la diocesi di Roma, un letterato che aveva discorso di Orazio, un politico un po' confusionario che lo aveva interrogato sulla Francia, sulla Repubblica, sulle risorse della guerra e della marina, senza occuparsi menomamente del libro incriminato.
Aveva veduto il Gran Penitenziere, il cardinale intraveduto già una volta al palazzo Boccanera, un vecchio magro, dallo scarno volto d'asceta, da cui non aveva potuto cavare che delle parole di biasimo, delle espressioni severe contro i giovani sacerdoti, corrotti dal secolo, i quali scrivevano dei lavori esecrandi.
Finalmente aveva veduto al Vaticano il cardinale segretario, che era in certo modo il ministro degli esteri di Sua Santità, l'uomo il più potente della Santa Sede da cui lo avevano tenuto lontano sino allora, incutendogli un gran terrore delle conseguenze di una visita mal riuscita.
Si era scusato di venire così tardi, e aveva trovato un uomo amabilissimo, che, temperando con una benevolenza diplomatica l'aspetto un po' burbero della sua persona, lo aveva interrogato con accento di interesse, dopo averlo fatto sedere, ascoltato e persino incuorato.
Ma, tornando sulla piazza di San Pietro, aveva compreso che la sua causa non era progredita di un passo, o che, se riusciva un giorno a sforzare la porta del papa, non sarebbe mai per mezzo della Segreteria di Stato.
E quella sera era tornato in via Giulia sgomentato, affranto, con la testa confusa, dopo tante visite a tante persone diverse, e così smarrito di essersi a poco a poco sentito afferrare da quel congegno dalle cento ruote, che s'era chiesto con terrore che cosa avrebbe tentato l'indomani, non vedendo più altro da fare, in verità, che diventar pazzo.
Ma avendo per l'appunto incontrato don Vigilio in un andito, volle di nuovo interrogarlo, ottenere un buon consiglio.
Ma questi gli accennò, con gesto inquieto, di star zitto, senza che egli potesse saperne il perchè. Aveva i soliti occhi stralunati. Poi, gli disse all'orecchio, in un bisbiglio:
- Avete veduto monsignor Nani? No?... Ebbene! Andate da lui. Vi ripeto che non avete altro da fare.
Egli si arrese. Perchè resistere infatti? Era venuto a Roma, non solo per difendere il suo libro in uno slancio di ardente carità, ma anche per fare delle esperienze.
Doveva dunque esaurire tutti i tentativi sino all'ultimo.
L'indomani si trovò, troppo per tempo, sotto il colonnato di San Pietro e dovette indugiarvi, in attesa dell'ora opportuna.
Non aveva mai notato come in quel giorno l'enormità di quelle quattro file giranti di colonne, di quella foresta dai giganteschi tronchi di sasso, dove nessuno si aggira d'altronde.
E' un deserto tetro e grandioso e ci si chiede a che scopo sorga un portico così maestoso; probabilmente solo per uno sfoggio di maestà, per la pompa della decorazione; ed anche in questo si rivela la solita Roma.
Seguì poi la via del Sant'Uffizio, giunse davanti al palazzo, dietro la sagrestia, in un luogo solitario e silenzioso dove la quiete non è interrotta che, tratto tratto, dal passo di un viandante o dallo strepito d'una carrozza. Il sole vi si allarga, in rivi, sul minuto selciato bianco.
Vi si indovina la vicinanza della basilica, l'odore d'incenso, la pace claustrale nel sonno dei secoli.
Il palazzo del Sant'Uffizio è di una nudità massiccia e fosca: un'alta facciata gialla, forata da una sola fila di finestre; mentre l'altra facciata sulla via laterale è ancora più bieca, con la sua fila di finestre più strette, dai vetri glauchi.
Quel colossale cubo color di fango sembra che dorma nello splendore del sole, quasi senza aperture sulla via, chiuso e misterioso come una prigione.
Pietro ebbe un brivido di cui rise poi come di una fanciullaggine. La santa, romana ed universale inquisizione, la Sacra Congregazione del Sant'Uffizio, come la si chiama oggi, non era più quella della leggenda, la provveditrice dei roghi, il tribunale occulto e senza appello che aveva diritto di vita e di morte sulla umanità tutt'intera.
Però serbava ancora il suo assunto segreto, riunendosi ogni mercoledì, giudicando e condannando, senza che nulla, nemmeno un soffio trapelasse dalle sue mura. Ma se continuava a punire il delitto di eresia, e non si limitava a colpire le opere, ma condannava anche gli uomini, non aveva più armi però, nè prigioni, nè ferro, nè fuoco, ridotta alla sola protesta, non potendo infliggere neppure ai suoi, agli ecclesiastici, altre pene che quelle disciplinari.
Quando venne introdotto nella sala di monsignor Nani, che a titolo di assessore abitava il palazzo, Pietro ebbe una grata sorpresa.
La sala era grande, esposta a mezzogiorno, suffusa di gaio sole; e vi regnava una soavità squisita, nonostante la rigida forma dei mobili, il colore cupo degli addobbi, come se fosse stato abitato da una donna, la quale vi avesse compìto il prodigio di mettere un po' della sua grazia in quelle cose severe. Non v'erano fiori, eppure l'aria era fragrante: un fascino, diffuso ovunque, vinceva il cuore, sino dalla soglia.
Subito monsignor Nani, sorridente, con la faccia rosea, gli occhi azzurri così vivaci, i fini capelli biondi spruzzati di cipria dall'età, si era fatto avanti, stendendo tutte e due le mani.
- Ah! caro figliuolo, come siete cortese di venirmi a trovare... Suvvia, sedete e discorriamo come due amici.
Lo interrogò senza aspettare, con l'apparenza del massimo affetto:
- A che punto siete? Raccontate, raccontate, ditemi francamente tutto quello che avete fatto.
Pietro, commosso nonostante le confidenze di don Vigilio e conquiso dalla simpatia che gli pareva di sentire in Nani, si confessò senza omettere nulla. Disse le sue visite al cardinale Sarno, a monsignor Fornaro, al padre Dangelis: riferì le altre sue pratiche presso i cardinali influenti, tutti quelli dell'Indice oltre al Gran Penitenziere, al cardinal Vicario ed al cardinale segretario: si soffermò sulle sue corse senza fine da una parte all'altra di Roma attraverso a tutto il clero di Roma, a tutte le Congregazioni, in quell'immenso alveare laborioso e silenzioso in cui si era stancati i piedi, affranta la persona, inebetito il cervello.
E monsignor Nani che lo ascoltava con aria beata, dava in esclamazioni, ripetendo, ad ogni stazione di quel calvario del sollecitatore:
- Ma benissimo! Ma perfettamente! Oh! il vostro affare procede! Va benone, va benone, procede!
Esultava senza lasciar trapelare però nessuna ironia disdicevole.
Fissava soltanto il giovine prete, col suo limpido sguardo inquisitore, per sapere se lo aveva finalmente condotto al punto di obbedienza che voleva. Era abbastanza stanco, abbastanza deluso, abbastanza edotto della realtà delle cose, perchè si potesse dargli l'ultimo colpo? Erano bastati tre mesi di soggiorno a Roma per fare un uomo savio o, se non altro, un uomo rassegnato, dell'entusiasta un po' pazzo del primo giorno?
All'improvviso, monsignor Nani domandò:
- Ma, caro figliuolo, voi non mi parlate di Sua Eminenza il cardinal Sanguinetti.
- Monsignore, non ho potuto vederlo; Sua Eminenza è a Frascati.
Allora il prelato, quasi protraesse ancora lo scioglimento colla segreta voluttà di un artista in diplomazia, protestò, alzando al cielo le grasse manine, col fare conturbato di un uomo che dichiara la partita perduta.
- Oh, bisogna che vediate Sua Eminenza! Bisogna che lo vediate. E' assolutamente necessario. Pensate un po'! Il prefetto dell'Indice! Non potremo agire che dopo la vostra visita, perchè non averlo veduto è come non aver veduto nessuno... Andate a Frascati, caro figliuolo, andate.
Pietro non potè che assentire con un inchino.
- Vi andrò, monsignore.
...
.
...
11.
...
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...
Sebbene sapesse di non potersi presentare al cardinale Sanguinetti che verso le undici, Pietro, che aveva presa la corsa della mattina, scese alle nove alla stazioncina di Frascati.
Vi era già venuto in uno dei suoi primi giorni di ozio forzato, facendo la classica gita dei Castelli romani che vanno da Frascati a Rocca di Papa e da Rocca di Papa al Monte Cave, e, incantato, si riprometteva due ore di passeggiata dilettosa, su quei freschi colli dei monti Albani dove Frascati sorge fra giunchi, ulivi e vigneti, dominando, come dall'alto di un promontorio, l'immenso mare purpureo della campagna, fino a Roma che biancheggia in lontananza come un'isola di marmo.
Ah! quel Frascati, col suo poggio verdeggiante, appiè delle alture boscose di Tuscolano, colla sua famosa terrazza, donde si gode la più bella vista del mondo, con le sue antiche ville patrizie, dalle eleganti ed altere facciate in stile del Rinascimento, dai parchi stupendi, sempre verdi, sparsi di cipressi, di pini e di quercie. Pietro sentiva in quei luoghi un diletto, una soavità, un fascino di cui egli non si sarebbe mai stancato.
E da più di un'ora vagava con diletto tra le vie fiancheggiate di vecchi ulivi nodosi, per le strade ombreggiate dai grandi alberi delle tenute vicine, pei sentieruoli fragranti, dove, ad ogni svolta, la campagna si rivelava in distesa infinita, quando fece un incontro impreveduto che gli diede noia sulle prime.
Era tornato vicino alla stazione, nei terreni bassi delle antiche vigne, dove, da qualche anno, s'è iniziata la costruzione di nuovi caseggiati, quando fu sorpreso nel vedere una elegante vettura a due cavalli che veniva da Roma, fermarsi presso di lui, mentre qualcuno lo chiamava per nome.
- Come! signor Froment, siete qui a passeggio, così per tempo!
Riconobbe allora il conte Prada che, essendo sceso, lasciò la carrozza proseguire vuota il suo cammino, mentre egli faceva a piedi gli ultimi due o trecento metri, accanto al giovane prete. Dopo una cordiale stretta di mano, disse le sue preferenze.
- Mi valgo di rado della ferrovia, vengo in carrozza. Così i cavalli fanno un po' di moto... Sapete che ho degli affari qui, una certa storia di costruzione che, disgraziatamente, non va molto bene. Ed è per questo che, sebbene la stagione sia inoltrata, mi vedo ancora costretto di venirvi più spesso di quanto vorrei.
Pietro sapeva infatti quella storia.
I Boccanera erano stati costretti a vendere la villa avita, fabbricata colà da un cardinale loro antenato, su piani di Giacomo della Porta, verso la seconda metà del cinquecento: una principesca abitazione estiva: ombre stupende, viali di carpini, vasche, cascate, e specialmente una terrazza, celebre fra tutte quelle del paese, terrazza che sporgeva come un promontorio sopra la campagna romana, di cui la pianura immensa va dai monti Sabini alle arene del Mediterraneo.
E, nella divisione, Benedetta aveva ereditato dalla madre dei grandi vigneti sotto Frascati, vigneti recati in dote da lei a Prada, quando la pazzia edilizia soffiava su Roma dalle provincie. Prada aveva avuto quindi l'idea di costruirvi una serie di villini borghesi, sul genere di quelli che pullulano nel suburbio di Parigi. Ma si erano presentati pochi compratori, era venuta la crisi finanziaria, ed egli liquidava a stento quel cattivo affare, dopo aver compensata la moglie quando si erano divisi.
- Eppoi ? proseguì ? in carrozza si arriva e si parte quando si vuole, mentre in ferrovia si è schiavi dell'orario. Per esempio, questa mattina ho un appuntamento con degli intraprenditori, dei periti, degli avvocati e non so quanto tempo mi faranno perdere... Un paese stupendo, non è vero? ed abbiamo ragione di esserne superbi a Roma. Sebbene io vi abbia delle seccature in questo momento, il cuore mi batte di piacere quando vi giungo.
Quello che non diceva si era che l'amica sua, Lisbeth Kauffmann, aveva passata l'estate in una delle ville nuove, in cui aveva trasportato il suo studio da artista elegante, visitato da tutta la colonia straniera, che tollerava l'irregolarità della sua posizione dopo la morte del marito, grazie alla sua allegria ed alla pittura esercitata da lei per essere libera. Si era perfino accettata la sua gravidanza, ed erano quindici giorni che ella era tornata a Roma per partorire un bel maschietto, di cui la nascita aveva riacceso, nei salotti bianchi e neri, i pettegolezzi sul divorzio imminente di Benedetta e di Prada.
La simpatia di quest'ultimo per Frascati dipendeva certamente da quei teneri ricordi e dalla gioia profonda, dall'orgoglio che gli dava la nascita di un figlio.
Pietro, che sentiva sempre vicino a lui un certo impaccio, un certo malessere, nel suo odio istintivo per gli uomini di preda e gli affaristi, volle però ricambiare la sua perfetta amabilità, chiedendogli nuove del padre, il vecchio Orlando, l'eroe della conquista.
- Oh! a parte le gambe, sta benone; camperà cent'anni. Quel povero padre! Sarei stato tanto felice di condurlo quest'estate in uno de' miei villini! Ma non ha assolutamente voluto, si ostina a non lasciare Roma, come se avesse paura che qualcuno gliela porti via durante la sua assenza.
Ruppe in un'allegra risata, divertendosi a scherzare così sull'èra eroica ed ormai fuor di moda, dell'indipendenza. Poi soggiunse:
- Ieri stesso mi ha parlato di voi, signor abate. Si meraviglia di non avervi riveduto.
Pietro fu addolorato da quelle parole, poichè aveva votato ad Orlando l'affetto il più rispettoso.
Era tornato due volte già a salutarlo, ed ogni volta il vecchio aveva rifiutato di discorrere di Roma, finchè il suo giovane amico non avesse veduto, intuito e compreso ogni cosa. Ne discorrerebbero poi, quando l'uno e l'altro potessero giungere ad una conclusione.
- Ve ne prego ? esclamò Pietro ? ditegli che non lo dimentico e che, se gli faccio aspettare la mia visita, è perchè voglio soddisfarlo. Ma non partirò certamente senza andargli a dire quanto io sia rimasto commosso dalla sua accoglienza.
Continuavano entrambi a camminare lentamente sull'erta, in mezzo alle poche ville nuove, di cui parecchie non erano neppure finite. E, quando Prada seppe che il prete era venuto per presentarsi al cardinale Sanguinetti, diede in una nuova risata, le sue risate da lupo cortese che scoprivano i suoi denti bianchi.
- E' vero, sta qui, dacchè il papa è indisposto... Ah! lo troverete in una vera febbre di eccitamento.
- Ma perchè mai?
- Ma perchè le notizie della salute del Santo Padre non sono buone oggi. Quando ho lasciato Roma, correva voce che avesse passato una notte pessima.
Si fermò ad una svolta della via, davanti ad un'antica cappella, una chiesuola che sorgeva, in grazia triste e solitaria, sull'orlo d'un bosco di ulivi.
Accanto si vedeva una casupola puntellata, l'antica casa parrocchiale probabilmente, d'onde usciva un prete alto, nerboruto, con faccia quadra e terrea, il quale prima di andarsene chiuse ruvidamente la porta a doppia mandata.
- Guardate! ? riprese il conte con ironia. ? Eccone un altro di cui il cuore deve palpitare forte e che sale certo dal vostro cardinale per avere delle notizie.
Pietro, sorpreso, aveva guardato il prete.
- Lo conosco ? disse; ? è certamente quegli che ho veduto, l'indomani del mio arrivo, dal cardinale Boccanera, a cui recava un canestro di fichi, domandandogli un buon certificato pel fratello minore, messo in prigione per un atto violento, una coltellata, credo, certificato che d'altronde il cardinale gli ha recisamente rifiutato.
- E' lui, non v'ha dubbio, perchè era altre volte un intimo della villa Boccanera, ai cui giardini il suo fratello minore era addetto. Oggi è il cliente, la creatura del cardinale Sanguinetti... Ah! un tipo curioso quel Santobono, un tipo che non esiste certamente in Francia, a quanto imagino! Vive solo soletto in quella catapecchia cadente, uffiziando in quella antichissima cappella di Santa Maria dei Campi, dove non si viene a sentir messa tre volte all'anno: una vera sinecura che gli permette di vivere da contadino filosofo, con le sue mille lire di paga, coltivando il giardino abbastanza vasto che vedete qui, cinto da alte mura.
Infatti, il recinto si estendeva su pendìo, dietro la parrocchia, gelosamente chiuso da ogni lato, come un rifugio in cui gli sguardi stessi non penetravano. E non si scorgeva che un fico stupendo, sporgente dal muro di sinistra, un fico gigantesco, di cui le larghe foglie spiccavano in nero sul cielo chiaro.
Prada si era avviato di nuovo, continuando a parlare di Santobono, che lo interessava molto.
Un prete patriota, un garibaldino. Nato a Nemi, in quel lembo ancor selvaggio dei Monti Albani, faceva parte della plebe, ancor prossima alla terra, ma aveva studiato, sapeva tanta storia da conoscere l'antica grandezza di Roma e da sognare il ripristinamento dell'impero romano a pro' della Giovane Italia. E si era formata in lui la convinzione che solo un papa illustre potesse compiere quel sogno, impadronendosi del potere per conquistare tutte le altre nazioni.
Che di più semplice, mentre il papa comandava a milioni i cattolici? La metà dell'Europa non era sua? Certo la Francia, la Spagna, l'Austria cederebbero quando lo vedessero potente dettar legge al mondo.
In quanto alla Germania, all'Inghilterra ed a tutte le nazioni dissidenti verrebbero inevitabilmente conquistate, il Papato essendo l'unico argine che si poteva opporre all'errore, di cui riuscirebbe a trionfare un giorno. Con tutto ciò, in politica, parteggiava per la Germania, pensando che la Francia dovesse venir schiacciata per gettarsi tra le braccia del papa.
E le contraddizioni, le fantasie le più pazze si urtavano così in quella testa ardente, dove le idee si esaltavano e si volgevano subito alla violenza, nella rude fierezza primitiva della sua origine. Santobono era un barbaro del Vangelo, un amico degli umili e dei miseri, che faceva parte però della famiglia dei settarii fanatici, capaci delle massime viltà e dei massimi delitti.
- Sicuro ? conchiuse Prada ? si è consacrato al cardinale Sanguinetti, perchè gli è parso di vedere in lui il papa illustre che egli sogna, il papa del domani, che deve fare di Roma la capitale di tutti i popoli. Ma quel sogno non si scompagna da qualche ambizione più gretta, come, per esempio, quella di conquistare un titolo di canonico, oppure quella di farsi soccorrere nelle piccole miserie della vita, come il giorno in cui ha avuto bisogno di cavare dall'impaccio il fratello. Si giuoca la propria fortuna sopra un cardinale, come si mette ripetutamente un terno al lotto: se il cardinale esce papa si guadagna una sostanza. Ecco perchè lo vedete camminare con tal furia, a passi lunghi un miglio, ansioso di sapere se Leone tredicesimo sta per morire ed il suo terno per verificarsi con Sanguinetti che ottiene la tiara.
Incuriosito e preoccupato, Pietro chiese:
- Credete dunque il papa molto aggravato?
Il conte sorrise, alzando le braccia,
- Eh! chi può saperlo? Si ammalano tutti, quando il loro interesse lo consiglia. Ma lo credo veramente indisposto, uno sconcerto delle viscere a quanto pare: ed alla sua età, ogni malessere può diventare fatale.
Fecero alcuni passi in silenzio; poi il prete riprese, con una nuova domanda:
- Dunque, se la Santa Sede fosse libera, il cardinale Sanguinetti avrebbe molte probabilità di riuscita?
- Molte probabilità! Molte probabilità! Ecco un'altra cosa che non si può mai dire con sicurezza. E' bensì vero che lo pongono tra i candidati possibili: e, se per essere papa bastasse di desiderarlo, Sanguinetti sarebbe certamente il pontefice futuro, perchè vi mira con una passione, una forza di volontà straordinarie, struggendosi sino alle midolla, in quella ambizione suprema. Anzi, questa è la sua debolezza: si logora e lo sente. Quindi dev'essere determinato ad ogni tentativo per gli ultimi giorni di lotta. Siate certo che, se è venuto a chiudersi qui, in questo momento critico, lo ha fatto per dirigere meglio la battaglia da lontano, pur ostentando un desiderio di rinunzia, una indifferenza di ottimo effetto.
E si diffuse in schiarimenti sul conto di Sanguinetti, di cui gli piacevano l'acre bramosia di conquista, lo spirito di raggiro, l'attività eccessiva, persino un po' confusionaria. Lo aveva conosciuto al suo ritorno dalla nunziatura di Vienna, già pratico del mondo e deciso a mettere la mano sulla tiara. Quell'ambizione spiegava tutto: i suoi dissidii e le sue riconciliazioni col papa regnante, la sua simpatia per la Germania, seguìta da improvvisa evoluzione verso la Francia, le sue diverse attitudini successive di fronte all'Italia, anzi un desiderio d'intesa, poi un'intransigenza assoluta, nessuna concessione finchè Roma non fosse evacuata. E rimaneva fermo in quest'ultimo concetto, ostentando rammarico pel regno oscillante di Leone tredicesimo, e manifestando una fervida ammirazione per Pio nono, il papa eroico della resistenza, che associava ad un cuore ottimo una fermezza incrollabile.
Questo equivaleva al dire che lui, se regnasse, ripristinerebbe nella Chiesa la bonomia senza fiacchezza, lasciando da parte le compiacenze pericolose della politica. Eppure non sognava che di politica in fondo e aveva già formato un programma, volontariamente nebbioso, che i suoi addetti e le sue creature diffondevano, con aria di mistero.
Dopo un'altra indisposizione avuta dal papa in primavera, egli viveva tra inquietudini mortali, perchè correva voce che i gesuiti, sebbene si sapessero invisi al cardinale Boccanera, si adattassero però ad appoggiarlo. Il cardinale era burbero, e di una pietà esagerata e pericolosa in questo secolo di tolleranza; non c'era che dire: ma faceva parte del patriziato, e la sua elezione non significherebbe d'altronde che il Papato non rinunzierebbe mai al potere temporale?
Da quel momento in poi, Boccanera era diventato l'uomo formidabile agli occhi di Sanguinetti, che non aveva più bene, vedendosi spogliato, passando le ore a studiare delle combinazioni per liberarsi da quel rivale onnipotente, non risparmiando le storie turpi sulle sue compiacenze verso Dario e Benedetta, rappresentandolo come un Anticristo, di cui il regno doveva compiere la rovina del papato.
La sua ultima combinazione per riconquistare l'appoggio dei gesuiti era quella di far divulgare dai suoi intimi che, non solo egli manterrebbe intatto il principio del potere temporale, ma che s'impegnava anche a riconquistare quel potere.
Ed aveva tutt'un piano che la gente si bisbigliava all'orecchio, un piano fulmineo nei risultati, sebbene promettesse apparentemente delle concessioni, e di cui la vittoria era sicura. Togliere il divieto fatto ai cattolici di votare e di portarsi candidati, mandare alla Camera cento membri, poi duecento, poi trecento, rovesciando così la monarchia di Savoia, per stabilire una vasta Federazione delle provincie italiane, di cui il Santo Padre, tornato padrone di Roma, diventerebbe il presidente augusto e supremo.
Prada tornò a ridere, nel riferire quella chiusa, mostrando i denti bianchi, poco atti ad abbandonare la preda.
- Vedete che dobbiamo star pronti alla difesa, perchè si tratta di scacciarci. Per fortuna, vi sono dei piccoli impedimenti alla riuscita di quel piano. Ma tutti questi sogni banno un immenso potere su certi cervelli esaltati, come per esempio, quello di Santobono; e, quindi, ecco un uomo che Sanguinetti spingerebbe lontano con una parola sola, se volesse. Ah! ha le gambe buone, guardatelo un po' lassù... E' arrivato; entra nella palazzina del cardinale, quella villa bianca che ha delle loggie scolpite.
Si scorgeva infatti la palazzina, una delle prime case di Frascati, edifizio moderno nello stile del Rinascimento, di cui le finestre davano sull'immensità della Campagna romana.
Erano le undici, e mentre Pietro prendeva congedo dal conte per andar a far la sua visita, questi serbò per un momento la mano del prete fra le sue.
- Sapete, caro abate? dovreste far colazione con me; mi fareste un gran piacere... Vi va? Allora, appena siete libero, raggiungetemi in quella trattoria laggiù, quella che ha la facciata color di rosa. Io avrò sistemato le mie faccende in un'ora, e sarò felice di non mangiar solo.
Sulle prime Pietro rifiutò, cercò dei pretesti, ma non avendo nessuna buona scusa da addurre, finì coll'arrendersi, vinto dal vero fascino di Prada.
Appena si furono lasciati, non ebbe che due passi da fare per trovarsi alla porta del cardinale, presso cui era facilissimo l'accedere, sia perchè egli era un uomo naturalmente espansivo, sia perchè rappresentava per calcolo l'uomo popolare.
A Frascati in ispecie la sua porta si spalancava ospitalmente davanti ai preti più infimi. Il giovane sacerdote venne dunque introdotto subito, il che lo sorprese un pochino, ricordando egli la musoneria del servitore di Roma, il quale gli aveva sconsigliata la gita, affermando che a Sua Eminenza non garbava di essere disturbata, quando non stava bene.
In verità. non si trattava di malattia, poichè tutto risplendeva e sorrideva in quella lieta villa, soffusa di sole.
La sala d'aspetto dove lo avevano lasciato, non aveva nè lusso nè comodità, coi suoi bruttissimi mobili di velluto rosso: ma era rallegrata dalla luce la più abbagliante e dava su quella singolarissima Campagna così nuda, così piana, eppure d'una bellezza senza pari, una bellezza da visione dove sorgeva il miraggio perenne del passato. Quindi Pietro, aspettando il cardinale, andò a piantarsi davanti ad una delle finestre aperta sopra una loggia, lasciando i suoi sguardi errare sull'oceano sconfinato delle erbe, fino al lontano biancheggiare delle case di Roma, a cui sovrastava la cupola di San Pietro, un breve punto scintillante, non più largo dell'unghia del mignolo.
S'era appena accostato a quella finestra, quando il suono di un colloquio, di cui le parole gli giungevano con la massima chiarezza, venne a sorprenderlo.
Si chinò e finì col comprendere che era Sua Eminenza stessa, che discorreva sulla loggia vicina, con un prete di cui egli non vedeva che la sottana. Ravvisò subito, per altro, Santobono. Il suo primo impulso fu quello di ritirarsi per discrezione; poi le parole che udì, lo trattennero.
- Lo sapremo fra un momento ? diceva Sua Eminenza, con la sua voce impastata. ? Ho spedito Eufemio a Roma, perchè non ho fiducia che in lui. Ed ecco il treno che lo riconduce.
Infatti, nella vasta pianura, giungeva un treno, ancora piccino piccino come un balocco da fanciullo.
Sanguinetti era uscito sulla loggia per spiarne l'arrivo, ed ora vi rimaneva, immobile, con gli occhi fissi sopra Roma lontana. Santobono profferì con fuoco alcune parole che Pietro non udì bene. Ma subito il cardinale riprese distintamente:
- Sì, sì, mio caro! una catastrofe sarebbe una grande sciagura. Dio ci conservi ancora a lungo Sua Santità.
S'interruppe e siccome non era ipocrita, completò così il suo pensiero:
- Ce lo conservi almeno in questo momento, perchè l'ora è infausta! io sono nella massima ansia, i partigiani dell'Anticristo hanno guadagnato molto terreno in questi ultimi tempi.
Un grido sfuggì a Santobono.
- Oh! Vostra Eminenza agirà, trionferà.
- Io, caro figliuolo? Ma che volete che faccia? Io sono a disposizione dei miei amici, di quelli che avranno fede in me, per la vittoria della Santa Sede, ecco tutto. Sono essi che devono agire e lavorare, ognuno a seconda dei mezzi di cui dispone, per chiudere la via ai malvagi, in modo che i buoni possano trionfare. Ah! se l'Anticristo venisse a regnare...
Quella parola di Anticristo, così ripetuta, turbava molto Pietro.
Ma all'improvviso ricordò quello che il conte gli aveva detto: l'Anticristo era il cardinale Boccanera.
- Pensate a questo, figliuolo: l'Anticristo al Vaticano che compie la rovina della religione col suo orgoglio implacabile, la sua volontà di ferro, la sua tetra monomania dell'annichilimento; poichè non v'ha più dubbio: egli è la bestia fatidica annunziata dalla profezia, quella che minaccia di travolgere seco il mondo nella sua corsa furibonda verso le tenebre dell'abisso. Io lo conosco, colui ? non sogna che distruzione e sfacelo ? afferrerà i pilastri del tempio e li scuoterà, per rimaner sepolto sotto i ruderi lui ed il cattolicismo tutto intero. Non gli dò sei mesi per essere scacciato da Roma, in rotta con tutte le nazioni, abborrito dall'Italia, errando pel mondo come il fantasma ramingo dell'ultimo papa.
Un sordo grugnito, una bestemmia soffocata di Santobono accolsero quella spaventosa predizione. Ma il treno era giunto, e fra i pochi viaggiatori che ne erano scesi, Pietro notò un abatino, di cui la sottana batteva le coscie, tanto camminava celeremente. Era l'abate Eufemio, il segretario del cardinale. Quando Eufemio vide questi sulla loggia, perdette ogni rispetto umano e si diede a salir di corsa la ripida via.
- Ah! ecco Eufemio! ? esclamò Sua Eminenza, fremendo di ansietà. ? Sapremo qualcosa, sapremo qualcosa finalmente!
Il segretario era sparito sotto la porta e saliva così rapidamente che, quasi nello stesso punto, Pietro lo vide attraversare, trafelato, la sala in cui egli si trovava, per sparire nella stanza del cardinale.
Questi s'era ritirato dalla loggia per andare incontro al messo, ma vi tornò subito fra domande, esclamazioni, tutt'un chiasso provocato da cattive notizie.
- Dunque è vero? la notte è stata cattiva? Sua Santità non ha dormito un momento... Delle coliche, eh? Ma non vi ha nulla di peggio alla sua età; possono portarlo via in due ore... Ed i medici, che dicono?
La risposta non giunse a Pietro.
Soltanto udì il cardinale che riprendeva:
- Oh! i medici non sanno mai nulla. D'altronde, quando non vogliono più parlare, significa che la morte non è lontana. Dio mio! Che sventura se non si può più protrarre di qualche giorno la catastrofe!
Tacque, e Pietro indovinò che fissava di nuovo gli occhi laggiù su Roma, guardando con angoscia ambiziosa la cupola di San Pietro, il breve punto scintillante, non più largo dell'unghia del mignolo, in mezzo alla immensa pianura bionda. Che scompiglio, che tempesta, se il papa era morto! Ed egli avrebbe voluto, col solo stendere il braccio, poter afferrare nel palmo della mano la Città eterna, la Città sacra, che non occupava maggiore spazio sull'orizzonte, di una palata di sassi, buttata per giuoco da un fanciullo.
E già sognava del Conclave, quando i baldacchini degli altri cardinali si abbasserebbero, ed il suo, immobile e altero, gli formerebbe una corona di porpora.
- Ma avete ragione, figliuolo ? esclamò volto a Santobono ? bisogna agire; si tratta della salvezza della Chiesa... Eppoi, è impossibile che il cielo non stia per noi, che vogliamo il suo trionfo. Se occorre, converrà pur fulminare l'Anticristo al momento supremo.
Allora per la prima volta Pietro udì distintamente Santobono che diceva con voce burbera, vibrante di fiera risolutezza:
- Oh, se il cielo tarda, lo si aiuterà!
E non udì altro: non potè più afferrare nessuna parola nel confuso bisbiglio di quei tre.
La loggia era vuota e la sua attesa ricominciò nel salotto soleggiato, soffuso da una delizia calma e soave.
Ad un tratto la porta dello studio si spalancò ed egli venne introdotto da un servitore, rimanendo stupito di trovare il cardinale solo, senza aver veduto uscire i due preti, che se n'erano andati da un'altra parte.
Il cardinale stava ritto nel vano di una finestra, sotto la calda luce bionda, colla sua faccia colorita, dal naso grosso, dalle labbra tumide, ed il robusto aspetto giovanile che serbava a sessanta anni. Aveva di nuovo il sorriso paterno con cui, per politica, accoglieva gli umili.
E subito, quando Pietro si fu chinato a baciar l'anello, gli additò una seggiola.
- Sedete, caro figliuolo, sedete. Orsù, venite per quel disgraziato affare del vostro libro, eh? Sarò felicissimo di discorrerne con voi.
S'era seduto anche lui davanti a quella finestra aperta sulla prospettiva di Roma, da cui penava a staccarsi.
Il prete si avvide che gli badava poco, tenendo sempre gli occhi fissi laggiù, sulla preda così ardentemente agognata, mentre lui si scusava di esser venuto a disturbarlo nel suo ritiro.
Per altro, serbava l'aspetto di un uomo amabilmente attento alle parole altrui, e Pietro stupì della forza di volontà che doveva avere per sembrare così calmo e così intento agli affari degli estranei, mentre una tal tempesta gli ferveva in cuore.
- Vostra Eminenza si degni dunque di perdonarmi...
- Ma che! avete fatto benissimo di venire, dal momento che la mia salute compromessa mi trattiene qui... Sto un po' meglio d'altronde ed è naturalissimo che voi abbiate il desiderio di darmi degli schiarimenti, di difendere il vostro lavoro, di illuminare il mio giudizio. Stupisco anzi di non avervi veduto prima, perchè so che la vostra fede è grande e che non risparmiate i passi per convertire i vostri giudici... Suvvia, caro figliuolo, parlate, vi ascolto ed avrei davvero una gioia vivissima se vi potessi assolvere.
Pietro si lasciò sedurre da quelle parole benevole, e nel suo cuore rinacque la speranza di poter conquistare alla sua causa il prefetto dell'Indice, l'onnipotente.
Lo trovava di un'intelligenza superiore, di una cordialità squisita, quell'ex-nunzio, che aveva imparato, prima a Bruxelles, poi a Vienna, l'arte di rimandare a casa soddisfatte le persone che supplicavano, promettendo tutto e non concedendo nulla.
Quindi ritrovò il suo fervido calore d'apostolo per esporre le sue idee sulla Roma del domani, la Roma che sognava regina del mondo, quella che ripristinava il cristianesimo di Gesù, tornando all'ardente amore degli umili e dei meschini.
Sanguinetti sorrideva, nicchiando col capo, dando in esclamazioni beate.
- Benissimo, benissimo! Ma è così per l'appunto... Io la penso come voi, caro figliuolo! Non si potrebbe dir meglio. E' l'evidenza stessa... Voi avrete tutti gli spiriti eletti dalla vostra.
Poi asserì che tutta la parte poetica lo commuoveva profondamente.
Gli piaceva di passare, come Leone tredicesimo, probabilmente per rivalità, per un latinista dei più distinti, ed aveva votato una tenerezza speciale a Virgilio.
- So, so, la vostra pagina sulla primavera che risorge, consolando i poveri che l'inverno ha agghiacciati; oh! l'ho riletta tre volte! E lo sapete che avete molti periodi latini? Ho contato più di cinquanta espressioni che si potrebbero ritrovare nelle Egloghe. Un incanto, il vostro libro, un vero incanto!
Siccome non era sciocco, ed intuiva in quel pretucolo una grande intelligenza, finiva coll'interessarsi, non a lui, ma al profitto qualsiasi che si avrebbe potuto ricavarne. Nella sua smania di raggiri, nella sua febbre ambiziosa, era continuamente preoccupato dall'idea di ricavare dagli altri, dalle creature che Dio gli mandava, tutto ciò che potevano recargli di utile pel suo proprio trionfo.
E distogliendo per un momento lo sguardo da Roma, fissava l'interlocutore in faccia, lo ascoltava, domandandosi a quall'opera potrebbe impiegarlo, sia nella crisi che attraversava, sia poi quando fosse papa.
Ma il prete commise di nuovo l'errore di aggredire il potere temporale della Chiesa e di profferire la sciagurata parola di "religione novella".
Con un gesto, il cardinale l'interruppe, sempre sorridente in volto, senza nulla perdere della sua amabilità, sebbene la risoluzione che aveva presa da molto tempo fosse fermamente stabilita e definitiva da quel momento in poi.
- Certo, caro figliuolo, avete ragione in molte cose, ed io sto spesso con voi, oh! completamente... Soltanto, suvvia, non ignorate certo che io sono il protettore di Lourdes a Roma. Quindi, come volete che, dopo la pagina scritta da voi sulla Grotta, io mi pronunci per voi contro i Padri?
Pietro restò annichilito da quel fatto che ignorava realmente, nessuno avendo avuto la precauzione di avvertirlo.
A Roma le opere cattoliche del mondo intero hanno ciascuna per protettore un cardinale, nominato dal Santo Padre, il quale ha l'incarico di rappresentarle e di difenderle al caso.
- Quei buoni Padri! ? continuò dolcemente Sanguinetti. ? Voi li avete gravemente afflitti in verità, e noi abbiamo le mani legate, non possiamo accrescere il loro dolore. Se sapeste quante messe ci mandano! Senza di loro, conosco più d'uno dei nostri poveri preti che morrebbe di fame!
Per Pietro non v'era altro che darsi vinto; si urtava ancora una volta contro la questione pecuniaria, contro la necessità che aveva la Santa Sede di assicurare le sue entrate, bene o male.
Era sempre il servaggio del papa, che la perdita di Roma aveva liberato dalle cure del regno, ma che la sua gratitudine obbligatoria per le elemosine ricevute inchiodava ad ogni modo alla terra. I bisogni erano così grandi, che il denaro regnava, ed era la forza suprema davanti a cui tutta la Corte di Roma s'inchinava.
Sanguinetti si alzò per congedare il visitatore.
- Peraltro, caro figliuolo ? riprese con effusione ? non vi disperate. Io non ho che il mio voto e vi prometto di tener conto delle ottime spiegazioni che mi avete date. E chi sa? Se Dio sta con voi vi salverà anche vostro malgrado!
Era la sua solita tattica, avendo egli per principio di non spingere mai nessuno fuori dei gangheri col togliergli ogni speranza.
A che scopo dire a quel giovane che la condanna del suo libro era un fatto compiuto e che il solo partito prudente sarebbe stato quello di sconfessarlo? Soltanto i selvaggi come Boccanera attizzavano con la loro durezza l'ira delle anime di fuoco, spingendole alla ribellione.
- Sperate, sperate! ? ripetè con un sorriso, mostrando di sottintendere molte belle cose che non poteva rivelare.
Pietro, molto commosso, si sentì rinascere. Dimenticava persino la conversazione sorpresa da lui, quella foga d'ambizione, quella rabbia segreta contro il rivale pericoloso. Eppoi, l'intelligenza non può essa tener luogo di cuore presso i potenti? Se questi diventava papa un giorno e se aveva compresa la verità, non sarebbe forse il papa desiderato, quegli che assumerebbe il còmpito di organizzare la Chiesa degli Stati Uniti d'Europa, quella che diventerebbe la regina spirituale del mondo?
Lo ringraziò con emozione, gli fece un inchino, e lo lasciò in balìa al suo sogno, in piedi nel vano di quella finestra spalancata d'onde gli appariva in lontananza Roma, sfolgorante e preziosa come un gioiello, come la tiara d'oro e di gemme, nello splendore del sole d'autunno.
Era quasi il tocco quando Pietro ed il conte Prada poterono finalmente far colazione ad uno dei tavolini della trattoria dove avevano stabilito di ritrovarsi, essendo stati entrambi trattenuti fino allora dalle loro faccende. Ma il conte sembrava molto allegro, avendo definito a suo vantaggio delle questioni spiacevoli, ed il prete stesso, tornato alla speranza, dimenticava i suoi guai, abbandonandosi alla voluttà del vivere, nell'incanto soave di quella ultima bella giornata.
Quindi la colazione fu graditissima, in quella grande sala chiara, dipinta in roseo ed azzurro, affatto deserta in quella stagione. Degli amorini volavano sulla soffitta, mentre le pareti erano ornate di paesaggi che ricordavano da lontano i Castelli romani. E mangiarono delle cose fresche, bevettero quel vino di Frascati che ha una fragranza di arsiccio, quasi gli antichi vulcani avessero lasciato un po' della loro fiamma nel terreno.
La conversazione si aggirò per un pezzo sui Monti Albani, di cui la grazia fiera domina, con contrasto così grato allo sguardo, la vasta distesa della campagna. Pietro, il quale aveva fatto la classica gita in carrozza da Frascati a Nemi, ne sentiva ancora l'incanto e ne parlava con fuoco.
Veniva anzitutto la mirabile strada da Frascati ad Albano, che serpeggia lungo le colline, sparse di giunchi, di viti, di ulivi, colline fra cui riappare, ogni tratto l'immenso piano procelloso della campagna.
A destra, il villaggio di Rocca di Papa biancheggia in anfiteatro sopra un poggio, sotto il monte Cave, coronato da frondosi alberi secolari.
Da quel punto della via, si scorgevano, volgendosi verso Frascati, molto in alto, sull'orlo di un bosco di pini, le lontane rovine di Tusculum, delle grandi rovine bianche, dorate da secoli di sole e donde la prospettiva sconfinata doveva essere mirabile.
Poi si attraversava Marino, con la sua larga strada in pendìo, la vasta chiesa, il vecchio palazzo annerito e semidistrutto dei Colonna. Indi, dopo un bosco di roveri, si scorgeva il lago di Albano, spettacolo unico al mondo: da un lato le rovine di Albalunga, dall'altro le acque immobili, limpido specchio; a sinistra Monte Cave con Rocca di Papa e Palizzolo ? a destra Castel Gandolfo, che domina il lago, come dalla cima di una scogliera.
Nel cratere spento, il lago dormiva, grave e morto, come in fondo ad una gigantesca coppa di verzura ? una lastra di metallo fuso che il sole faceva sfavillare d'oro da un lato, mentre l'altra metà, rimasta in ombra, era nera.
E la via saliva poi fino a Castel Gandolfo, piantato, come un uccello bianco, sulla sua rupe, fra il lago ed il mare, sempre rinfrescato da una dolce brezza, anche nelle ore più cocenti dell'estate, celebre altre volte per la villa dei papi, in cui Pio nono si piaceva a trascorrere dei giorni indolenti, e Leone tredicesimo non era mai venuto.
E la via scendeva e ricominciavano i roveri, quei roveri famosi per la loro grandezza, una doppia fila di colossi, di mostri dalle membra torte, due o tre volte centenarii; e si giungeva finalmente ad Albano, una cittaduzza meno pulita, meno modernizzata che Frascati, un angolo di regione che ha serbato un po' della sua selvatichezza antica, e finalmente veniva l'Ariccia, col palazzo Chigi, dei poggi coperti di boschi, dei ponti buttati sui burroni, da cui traboccavano le piante frondose, e Genzano, e Nemi, sempre più remoti e foschi, perduti tra le roccie e gli alberi.
Ah! quel Nemi, che ricordo incancellabile Pietro ne aveva portato seco! Quel Nemi sulla sponda del suo lago, quel Nemi così incantevole da lontano ? una visione ammaliatrice, evocante le leggende antiche, le città fatate, sorte tra il verde dal mistero delle acque! E di un sudiciume ributtante quando vi si giunge, e diroccato in ogni sua parte, con quella torre degli Orsini, che lo domina come il genio malvagio delle età passate, e sembra vi perpetui la ferocia dei costumi, la violenza delle passioni, e le coltellate.
Era di Nemi quel Santobono, di cui il fratello aveva ucciso, e che sembrava acceso egli stesso di una fiamma omicida, coi suoi occhi di delitto, ardenti come le brage.
Ed il lago, il lago tondo come una luna spenta, chiuso in quel fondo di cratere, in quella coppa, più profonda e più stretta che quella del lago di Albano, ombreggiato di alberi prodigiosamente fitti e rigogliosi; dei pini, degli olmi, dei salici, che scendono fino alla sponda in una verde marea di rami intrecciati ed accatastati!
Quella fecondità formidabile deriva dai continui vapori acquei che si sprigionano sotto l'azione torrida del sole, di cui i raggi si raccolgono in quella buca, come nel focolare di un braciere. E' un'umidità calda ed afosa: i viali dei giardini vicini si vestono di musco verdeggiante ed al mattino delle dense nebbie ingombrano spesso l'immensa coppa di un vapore bianco, come un torbido latte da strega, dai biechi malefizii.
E Pietro ricordava ancora il suo turbamento davanti a quel lago, in cui sembra che dormano, nello splendido scenario, le atrocità antiche, tutt'una religione misteriosa con riti nefandi.
L'aveva veduto, sul far della sera, simile, nell'ombra della sua cintura boscosa, ad una lastra di metallo affumicata, nero ed argento, di un'immobilità grave: e quell'acqua limpidissima, ma così profonda, quell'acqua deserta, senza una barca, quell'acqua morta, augusta e sepolcrale, gli aveva lasciato nell'animo una tristezza indicibile, una malinconia mortale, la disperazione dei grandi amori solitarii, la terra e le acque oppresse dallo spasimo muto delle concezioni e pregne di misteriosa fecondità. Ah! quelle selve nere che sprofondavano, quel lago nero e fosco che giaceva laggiù, in fondo, in fondo!
Il conte Prada si diede a ridere di quell'impressione.
- Sì, sì, è vero, il lago di Nemi non è sempre allegro. L'ho veduto color di piombo, in certe giornate bigie, ed il sole, anche quando lo rischiara, non lo anima molto. Per conto mio, so che morirei di tedio se mi toccasse di vivere rimpetto a quell'acqua squallida. Ma i poeti e le donne romantiche, quelle che vanno pazze per le violente passioni amorose, dall'esito funesto, amano il lago di Nemi.
Poi i due commensali, essendosi alzati da tavola per andare a prendere il caffè sulla terrazza, cambiarono argomento.
- Contate di recarvi questa sera al ricevimento del principe Buongiovanni? ? domandò il conte. ? Sarà per un forestiero uno spettacolo singolare a cui vi consiglio di assistere.
- Sì ? rispose Pietro ? ho un invito, procuratomi dal mio amico Narciso Habert, addetto alla nostra ambasciata, e vi andrò con lui.
Infatti vi doveva essere quella sera stessa una festa al palazzo Buongiovanni, sul Corso, uno di quegli splendidi ricevimenti come non se ne dànno che due o tre in un inverno. Si riferiva che questo supererebbe molto gli altri in magnificenza, perchè lo si dava per celebrare il fidanzamento di Celia, la principessina.
Il principe, dopo avere, come correva voce, schiaffeggiata la figlia e corso serio pericolo di morire di apoplessia in una crisi di rabbia spaventosa, aveva ceduto all'improvviso di fronte alla tranquilla e tenace ostinazione della fanciulla, acconsentendo al suo matrimonio col tenente Attilio, figlio del ministro Sacco: e tutti i salotti di Roma, e la società bianca e la nera, ne erano stupefatti.
Il conte Prada rise di nuovo.
- Ah! vedrete un bel spettacolo, ve lo affermo. Per conto mio, sono felicissimo della fortuna toccata al mio ottimo cugino Attilio, il quale è veramente un onesto e carissimo ragazzo. E per nulla al mondo rinunzierei a vedere l'ingresso del mio caro zio Sacco, che ha finalmente accettato il portafogli dell'agricoltura, nelle sale antiche dei Buongiovanni. Sarà veramente straordinario e stupendo... Questa mattina mio padre, che prende tutto sul serio, mi ha detto che non aveva chiuso occhio tutta notte.
S'interruppe, ripigliando subito:
- Dite un po', sono già le due mezza, e non avete treni fino alle cinque. Sapete che cosa dovreste fare? Tornare a Roma in carrozza con me.
Ma Pietro protestò.
- No, no, mille grazie! Pranzo coll'amico Narciso, non posso ritardare il mio ritorno.
- Ma, non farete tardi, tutt'altro! Partiremo alle tre, saremo a Roma alle cinque. Non v'ha passeggiata più deliziosa sul far della sera, e, guardate, vi prometto anche uno stupendo tramonto...
Insistette in tal modo che il prete, vinto da tanta amabilità ed allegria, finì coll'accettare l'offerta. Passarono un'altra ora gradevolissima a discorrere di Roma, dell'Italia e della Francia, mentre risalivano per un momento a Frascati, dove il conte doveva rivedere un appaltatore.
E, come suonarono le tre, se ne andarono finalmente, mollemente cullati sui cuscini della vittoria, al rapido trotto dei due cavalli.
Era certamente delizioso quel ritorno a Roma, in mezzo alla immensa campagna nuda, sotto il cielo limpido, in quella soavissima chiusa di una delle più miti giornate d'autunno.
La vittoria scese anzitutto, con corsa veloce, i pendii di Frascati, fra vigneti e boschi di ulivi.
La via selciata, su cui passava poca gente, serpeggiava tra il verde; non si vedeva che qualche contadino con in testa un vecchio cappello di feltro nero, qualche mulo bianco, qualche carretta tirata da un somaro. Soltanto alla domenica le osterie si popolavano, e gli operai un po' agiati venivano a mangiare il capretto nelle ville dei dintorni. Ad una svolta della via, passarono davanti ad una fontana monumentale; poi, tutt'un gregge sfilò, chiudendo il varco per un momento.
E sempre, al di là delle molli ondulazioni dell'immensa campagna bionda, appariva in lontananza Roma, suffusa dai vapori violetti della sera, e quella Roma pareva declinasse sempre più, man mano che la carrozza scendeva. Venne un momento in cui essa non apparve più a livello dell'orizzonte che come una sottile striscia grigia, punteggiata qua e là di bianco da alcune facciate luminose. Poi si inabissò sotterra, affondò sotto la marea infinita dei campi.
Adesso la vittoria volava nella pianura, lasciando dietro di sè i Monti Albani, mentre a destra, a sinistra e rimpetto, cominciava a dilagare il mare delle praterie e delle stoppie.
E fu in quel momento che il conte, essendosi chinato, esclamò:
- Guardate! ecco laggiù, davanti a noi, il nostro galantuomo di questa mattina, Santobono in persona... Che tipo! Ah! come cammina! I cavalli stentano a raggiungerlo.
Pietro si chinò anche lui.
Era veramente il curato di Santa Maria dei Campi, alto e nerboruto, come tagliato coll'accetta, nella lunga sottana nera. Sotto la luce fluida, nel limpido sole biondo, la sua figura metteva come una fosca macchia d'inchiostro ed andava senza posa, con passo così regolare e forte, che somigliava al destino stesso in cammino. Un oggetto che non si riusciva a distinguere, una cosa strana gli pendeva dal braccio destro.
Quando finalmente la carrozza lo raggiunse, Prada ordinò al cocchiere di rallentare, ed interpellò Santobono.
- Buon dì, curato! State bene?
- Benissimo, signor conte. Grazie mille!
- E dove correte mai con tanta furia?
- Signor conte, vado a Roma.
- Come, a Roma? Così tardi!
- Oh! vi giungerò quasi nello stesso tempo di voi. Non ho paura di camminare, sono denari presto guadagnati.
Non interrompeva la sua corsa, voltando appena il capo ed allungando il passo lungo le ruote, cosicchè Prada, che quell'incontro divertiva, disse piano a Pietro: - Aspettate, ci farà ridere.
Poi, ad alta voce:
- Giacchè andate a Roma, signor curato, salite con noi: c'è posto libero.
Immediatamente, senza aspettare altro invito, Santobono accettò.
- Sia pure, e mille grazie. Vale ancora meglio non consumare le scarpe.
E salì, sedendo sulla panchina, e rifiutando, con umiltà burbera, il posto che Pietro voleva cortesemente cedergli vicino al conte. Avevano finalmente riconosciuto, nell'oggetto che Santobono portava, un canestrino pieno di fichi, disposti con cura e coperti di foglie.
I cavalli si erano di nuovo avviati con trotto ancor più celere, la carrozza volava sulla bella via piana.
- Dunque andate a Roma? ? riprese il conte, per farlo parlare.
- Sì, vado a portare a Sua Eminenza il cardinale Boccanera questi fichi, gli ultimi della stagione, che gli avevo promessi.
Aveva posato sulle sue ginocchia il piccolo paniere, che teneva con gran cura, come una cosa preziosa e fragile.
- Ah! i fichi famosi del vostro albero. E' vero, essi sono eccellenti, sembrano miele. Ma sbarazzatevi da questo impiccio, che vi incomoda, datelo a me, che lo metterò qui, dietro il soffietto della carrozza.
Ma egli non volle assolutamente separarsene.
- No, no, mille grazie, mille grazie! Il canestrino non mi incomoda punto, esso sta benissimo sulle mie ginocchia, e sono sicuro così che i fichi non si guasteranno.
La passione di Santobono per le frutta del suo giardino, divertiva assai il conte, che guardando colla coda dell'occhio Pietro, gli domandò:
- Ed al cardinale piacciono i vostri fichi?
- Oh! signor conte, Sua Eminenza ha la degnazione di trovarli eccellenti. Quando passava l'estate a Frascati, egli non voleva mai mangiar fichi delle altre piante; conoscendo la sua passione, mi costa poco il soddisfarlo, portandogli i miei.
Ma avendo egli mostrato di accorgersi solo allora della presenza dell'abate, Prada credette opportuno di presentarli l'uno all'altro.
- Ecco l'abate Froment, che è appunto ospite del cardinale Boccanera, ed abita da tre mesi nel suo palazzo.
- Lo so, lo so ? rispose tranquillamente Santobono. ? Ho visto il signor abate un giorno al palazzo di Sua Eminenza, appunto mentre gli portavo degli altri fichi. Quelli però erano meno maturi, mentre questi sono perfetti.
E guardava con grande compiacenza il suo canestrino, che parve stringesse più forte tra le dita enormi, vellose per peli fulvi.
E vi fu un silenzio mentre la campagna si svolgeva infinita, ai due lati.
Le case erano sparite da un pezzo, non un muro, non un albero, null'altro che le vaste ondulazioni di terreno di cui l'approssimarsi dell'inverno cominciava a far inverdire le erbe corte e magre. Una torre, una rovina semismantellata che apparve a sinistra, prese all'improvviso una importanza straordinaria, torreggiante nel cielo limpido, al disopra della linea piana, illimitata dell'orizzonte.
Poi a destra, in un gran recinto chiuso di steccato, apparvero delle lontane forme di buoi e di cavalli, altri buoi ancora attaccati tornavano lentamente dal lavoro, spinti dal pungolo; mentre un fattore, cavalcando un puledro fulvo, spinto a carriera, dava un'ultima occhiata d'ispezione alle terre arative.
Tratto tratto la via si popolava. Un biroccino, leggerissimo veicolo a due ruote molto alto, con un sedile sulla stanga, era passato, volando come il vento. La vittoria s'incrociava anche di quando in quando con uno di quei carri, in cui i contadini riparati da una specie di tenda dai colori smaglianti, portavano a Roma il vino, la verdura e le frutta dei castelli romani. Si udiva da lontano l'esile tintinnìo dei campanelli dei cavalli attaccati ai finimenti dei carretti che se ne andavano da sè, per la via già nota, mentre di solito il carrettiere dormiva della grossa.
Delle donne rincasavano a gruppi di tre o quattro, con le gonnelle rimboccate, i neri capelli al vento, e dei fazzoletti scarlatti al collo.
Poi la via tornava solitaria, diventando sempre più simile ad un deserto, senza un viandante, senza un animale per interi chilometri, sotto la tonda cupola del cielo infinito, in cui il sole obliquo tramontava, laggiù in fondo a quel mare morto, d'una monotonia triste e grandiosa.
- Ed il papa, curato? ? chiese Prada all'improvviso. ? E' morto?
Santobono non si scosse neppure.
- Spero bene ? disse semplicemente ? che Sua Santità abbia ancora molti giorni di vita pel trionfo della Chiesa.
- Allora avete avuto buone notizie, stamane; dal vostro vescovo?
Questa volta il curato non potè reprimere un lieve sussulto.
Lo avevano veduto dunque?
Nella sua furia egli non aveva notato quei due che gli venivano alle spalle sulla via.
- Oh! ? rispose, rimettendosi subito ? non si sa mai precisamente se le notizie sono buone o cattive. A quanto pare, Sua Santità ha passato una notte penosa, e faccio voti perchè la prossima sia migliore.
Si raccolse per un momento, poi soggiunse:
- D'altronde, se Dio crede che sia giunta l'ora di richiamare a sè il Santo Padre, non lascerà il suo gregge senza pastore ed avrà già scelto e segnato il sommo pontefice di domani.
Quella risposta accrebbe il buon umore del conte Prada.
- In verità, caro curato, siete straordinario: credete dunque che i papi si facciano così, per la grazia di Dio? Il papa di domani è già eletto lassù, eh? e sta in attesa, ecco tutto. Ebbene, io mi figuravo che gli uomini c'entrassero un po' in questa faccenda... Ma forse sapete già quale sia il cardinale anticipatamente eletto dal favore divino?
E continuò i suoi scherzi da incredulo, i quali, del resto, non turbarono la calma del prete. Anzi, questi finì col ridere anche lui, quando il conte, alludendo alla foga con cui il popolino di Roma faceva ad ogni conclave delle scommesse sulla probabile elezione, gli disse che egli potrebbe guadagnarsi una sostanza se fosse a parte dei segreti di Dio.
Poi si parlò delle tre sottane bianche, di diversa grandezza, sempre pronte in un armadio del Vaticano; si adopererebbe la piccola, la media o la grande, questa volta?
Ad ogni serio sconcerto del papa regnante, si diffondeva un'emozione straordinaria: v'era un acuto risveglio di tutte le ambizioni, di tutti i raggiri, a tal segno che non solo nell'aristocrazia nera, ma persino in tutta la città non v'era altro interesse, altro discorso, altra occupazione che quella di discutere i titoli dei cardinali e di pronosticare chi riuscirebbe.
- Andiamo, andiamo ? riprese Prada; ? giacchè lo sapete, voglio assolutamente che me lo diciate... Sarà forse il cardinale Moretta?
Nonostante la sua manifesta volontà di rimanere dignitoso e neutro, da buon prete molto pio, Santobono si infervorava a poco a poco, vinto dall'interna passione. E quell'interrogatorio lo trascinò, non seppe frenarsi più a lungo.
- Moretta, eh via! E' venduto a tutt'Europa!
- Sarà forse il cardinale Bartolini?
- Che dite mai?... Bartolini! Ma ha perduto il credito col domandare tutte le cariche, senza mai ottenerne una!
- Allora il cardinale Dozio!
- Dozio, Dozio! Ah! se Dozio vincesse, sarebbe il caso di disperare della nostra Santa Chiesa, perchè non v'ha uomo più vile e più malvagio!
Prada alzò le mani, come se non trovasse più candidati degni di esser presi in considerazione. Si pigliava il gusto malizioso di non nominare il cardinale Sanguinetti, evidentemente il candidato del parroco, per spingere questi sempre più fuori de' gangheri. Poi, all'improvviso, finse di aver trovato, esclamando allegramente:
- Ah! ci sono! conosco il vostro uomo... E' il cardinale Boccanera!
Questa volta Santobono fu colpito in pieno petto, nei suoi rancori, nella sua fede patriottica. Già la sua bocca formidabile si apriva, ed egli stava per tuonare con tutta la sua forza un "No, no!" risoluto. Ma riuscì a frenare quel grido e si costrinse al silenzio, col suo dono sulle ginocchia, quel panierino di fichi che le sue mani stringevano con tal impeto da romperlo; e rimase così fremente per quello sforzo che si trovò costretto a tardare un momento prima di rispondere con voce calma:
- Sua Eminenza reverendissima il cardinale Boccanera è un sant'uomo degno del trono, ed avrei solo il timore che nel suo odio contro la nuova Italia provocasse la guerra.
Ma Prada volle aggravare la ferita.
- Basta, giacchè lo accettate, gli volete troppo bene per non rallegrarvi delle sue probabilità di successo. E credo che questa volta dico bene, perchè tutti sono convinti che il Conclave non potrebbe nominarne un altro... Suvvia, egli è molto alto, ci vorrà dunque la più grande delle sottane bianche.
- La grande, la grande ? brontolò Santobono con voce sorda e quasi involontariamente ? a meno che...
Non compì la frase, vincendo di nuovo il suo impeto.
E Pietro, che ascoltava in silenzio, stupì, ricordando la conversazione sorpresa da lui in casa del cardinale Sanguinetti.
I fichi non erano evidentemente che un pretesto per sforzare le porte del palazzo Boccanera, in cui qualche fido, probabilmente il Paparelli, avrebbe potuto dare delle informazioni precise all'antico compagno.
Ma come quell'esaltato sapeva padroneggiarsi nei moti i più disordinati dell'anima!
La campagna continuava a svolgere, ai due lati della via, le sue infinite distese d'erba, e Prada, fatto serio e meditabondo, guardava senza vedere. Finì ad alta voce le sue riflessioni.
- Voi sapete eh! quello che si dirà, se il papa muore questa volta?... Sono cose losche, quell'indisposizione improvvisa, quelle coliche, quelle notizie che si tengono segrete... Sì, sì: il veleno come per gli altri.
Pietro diede un sussulto di sorpresa.
Il papa avvelenato!
- Come! Il veleno anche oggi! ? esclamò.
E, sbigottito, contemplava i due uomini. Il veleno, come ai tempi dei Borgia, come in un dramma romantico, alla fine del nostro secolo decimonono! Quell'idea gli parve in pari tempo mostruosa e ridicola.
Santobono, col volto immobile, impenetrabile, non rispose. Ma Prada crollò il capo, e la conversazione proseguì tra lui ed il giovine prete.
- Eh! sì, il veleno anche oggi... A Roma, il timore di quel veleno perdura, potente e profondo. Appena un caso di morte sembra inesplicabile, troppo pronto o accompagnato da circostanze tragiche, il primo pensiero è unanime in tutti; tutti dicono che si tratta di veleno... E notate che non v'ha città, io credo, in cui le morti subitanee siano più frequenti, non so precisamente per qual motivo... forse per febbre... Sicuro, il veleno e tutta la sua leggenda, il veleno che uccide come folgore, senza lasciar traccia, la famosa ricetta, tramandata di secolo in secolo, sotto gli imperatori ed i papi, sino ai nostri giorni di borghesia democratica.
Finì però col sorridere, un po' scettico anche lui, malgrado il segreto terrore derivato dalla sua stirpe e dalla sua educazione. E prese a citare dei fatti: certe signore romane che si liberavano dai mariti o dagli amanti mercè il veleno di un rospo rosso. Più positiva, Locusta si valeva delle piante, facendone bollire una che doveva essere dell'aconito. Dopo i Borgia, la Toffana vendeva a Napoli, in certe boccette decorate dall'immagine di San Nicolò di Bari, un'acqua celebre, probabilmente a base d'arsenico.
E v'erano altre storie straordinarie: degli spilli, di cui la puntura fulminava; una tazza di vino avvelenata collo sfogliarvi entro una rosa; una beccaccia che un coltello, preparato a quest'uopo, spartiva in due e di cui la metà contaminata uccideva l'uno dei commensali.
- Io che vi parlo, ho avuto da giovane, un amico di cui la sposa è caduta morta in chiesa, nel giorno delle nozze, solo per aver respirato il profumo di un mazzo di fiori. Perchè non volete dunque credere che la famosa ricetta sia stata veramente trasmessa e sia conosciuta da qualche iniziato?
- Ma ? disse Pietro ? non lo credo, perchè la chimica ha fatto troppi progressi. Gli antichi avevano fede nei veleni misteriosi, perchè non possedevano nessun mezzo di analisi: oggi le droghe dei Borgia condurrebbero dritto in Corte d'Assise l'ingenuo che se ne servisse. Sono fandonie ridicole che la buona gente tollera appena nei romanzi di appendice.
- Ve lo concedo ? riprese il conte, con lo stesso sorriso impacciato. ? Avete ragione... Ma provatevi un po' a dirlo al vostro ospite, il cardinale Boccanera, per esempio, a cui l'estate scorsa è spirato fra le braccia, in due ore, un vecchio amico, che gli era carissimo, monsignor Gallo.
- In due ore una congestione cerebrale compie la sua opera, ed un aneurisma uccide persino in due minuti.
- E' vero, ma domandategli che cosa ha pensato di quei lunghi brividi, di quella faccia che illividiva, di quegli occhi che si infossavano, di quel viso spaventevole, in cui non ravvisava più nulla dell'amico. Egli ha l'assoluta convinzione che monsignor Gallo sia rimasto vittima del veleno, perchè era il suo confidente più caro, il consigliere sempre ascoltato, di cui i savii pareri gli assicuravano la vittoria.
Lo stupore di Pietro cresceva, per cui si rivolse direttamente a Santobono, che lo turbava ancor più colla sua irritante impassibilità.
- Che cose assurde, che cose terribili! Prestate fede anche voi, signor curato, a queste atroci storie?
Non un muscolo si mosse nel volto del prete; egli non schiuse le tumide labbra violette, non staccò da Prada, su cui li teneva inchiodati, gli ardenti occhi neri.
Questi continuava a citare degli esempi: monsignore Nazzarelli, trovato in letto, contratto e calcinato come un carbone! Monsignor Brando, colpito a San Pietro medesimo, durante i vespri, in sagrestia, ed ancora rivestito degli abiti sacerdotali!
- Ah! mio Dio ? sospirò Pietro ? a furia di dirne, finirete col farmi morire di fame, perchè io non oserò più prendere altro che delle uova da bere nella vostra terribile Roma!
Quello scherzo li fece ridere per un momento, il conte e lui.
Ma era vero; da quei discorsi sorgeva una Roma formidabile; l'eterna città del delitto, del pugnale e del veleno, dove, da più di duemila anni, dall'erezione del primo muro, la smania del potere, la cieca bramosia di conquistare e di gioire, avevano armato le mani, insanguinato il terreno, gettato delle vittime al Tevere ed alla terra.
Assassinii ed avvelenamenti sotto gl'imperatori, assassinii ed avvelenamenti sotto i papi; sempre la stessa fiumana di orrori che seminava di morti quel suolo tragico, nel glorioso fulgore del sole.
- Non importa ? riprese il conte ? quelli che prendono delle precauzioni non hanno torto forse. Si afferma che più di un cardinale rabbrividisce e diffida. Ne conosco uno che non mangia che le carni comperate e preparate dal suo cuoco. Ed in quanto al papa, se ha delle inquietudini...
Pietro diede un nuovo grido di meraviglia.
- Come, il papa stesso! Il papa ha paura del veleno!
- Eh! mio caro abate, così si dice almeno, vi sono dei giorni in cui egli si sente minacciato pel primo. Non sapete quella vecchia leggenda di Roma che un papa non deve vivere troppo, e che quando si ostina a non morire in tempo, lo si aiuta? Naturalmente, appena un papa rimbambisce e diventa, colla sua senilità, un inciampo e persino un pericolo per la Chiesa, il suo posto è in paradiso.
Le cose si fanno con molta tattica, però, e la menoma infreddatura è un pretesto perchè non indugi più a lungo sul trono di San Pietro. E soggiunse a questo proposito dei particolari singolarissimi.
Si diceva che un prelato, che voleva calmare i timori di Sua Santità, avesse inventato tutto un sistema di precauzioni, fra cui una carrozzella a catenaccio per le provviste destinate alla tavola pontificia, d'altronde molto frugale. Ma questa carrozzella era rimasta allo stato di semplice progetto. Eppoi, che diamine! ? concluse alla fine ridendo. ? Bisogna pur morire una volta, specie quando è pel bene della Chiesa... Non è vero signor curato?
Da un momento Santobono, sempre immobile, aveva chinato gli occhi, quasi contemplando all'infinito il panierino di fichi che teneva sulle ginocchia con tanta cura, come un Santissimo Sacramento.
Interpellato in modo così diretto, fu costretto ad alzare gli occhi. Ma non uscì dal suo lungo silenzio, limitandosi a nicchiare profondamente col capo.
- Non è vero, curato ? riprese Prada ? che è Dio soltanto e non il veleno che fa morire?... Si racconta che questa sia stata l'ultima parola del povero monsignor Gallo, mentre spirava tra le braccia dell'amico, il cardinale Boccanera.
Di nuovo, Santobono nicchiò senza rispondere.
E tutti i tre tacquero, meditabondi.
La carrozza correva, correva senza posa nella squallida immensità della campagna.
La via, che si stendeva in linea retta, senza una svolta, sembrava si protraesse all'infinito.
Come il sole scendeva verso l'orizzonte, degli scherzi di ombra e di luce facevano spiccare le vaste ondulazioni del terreno, che si alternavano, tinte di un verde roseo e di un grigio violaceo, sino ai limiti estremi del cielo. Lungo la via, a destra ed a sinistra, non sorgevano che dei cardi disseccati, dei finocchi giganteschi a pannocchie gialle.
Poi comparve, ad un certo punto, in un campo, un attacco di quattro buoi, e lo si vide spiccare in nero nell'aria scialba, singolarmente grande in mezzo a quella tetra solitudine.
Più là, delle pecore accatastate, di cui il vento recava l'acre odore di lana sudicia, mettevano una macchia bruna sull'erba verdeggiante, mentre, di quando in quando, un cane abbaiava, sola voce distinta, nella sorda tristezza di quel deserto silenzioso, dove pareva spirasse la pace suprema della morte.
Ma si udì un canto leggero ? un volo di allodole si levò ed una di esse salì in alto, molto in alto, nel cielo d'oro limpido.
E rimpetto, in fondo a quel cielo puro come un chiaro cristallo, Roma sorgeva sempre più distinta e più alta, con le sue torri e le sue cupole, come una città di marmo che nascesse da un miraggio fra il verdeggiare di un giardino fatato.
- Matteo ? gridò Prada al cocchiere ? fermati all'osteria Romana.
E, volto al compagno:
- Vi prego di scusarmi, vado a vedere se vi sono delle uova fresche per mio padre che ne va matto.
Erano giunti: la carrozza si fermò. L'osteria era una specie di trattoria primitiva che sorgeva sull'orlo stesso della strada, coll'insegna fiera e sonora di: "Antica osteria Romana"; nulla più che un punto di sosta pei carrettieri, dove i cocchieri soltanto si arrischiavano a bere una boccia di vino bianco, con una frittata ed una fetta di prosciutto. Per altro, alla domenica, il popolino di Roma si spingeva fin là alle volte, per far baldoria. Ma, durante la settimana, passavano dei giorni interi, nell'immensa campagna squallida, senza che vi entrasse un'anima.
Subito, il conte balzò dalla carrozza, dicendo:
- Si tratta di un minuto, torno immediatamente.
L'osteria era una lunga casa bassa di un solo piano, a cui si saliva mediante una scala esterna fatta di grossi macigni arsi dal succedersi delle estati.
Tutta la casa d'altronde era vetusta, di un color d'oro antico.
Al pianterreno vi era una sala pubblica, poi una rimessa, una scuderia, delle tettoie. Vicino alla casa, sotto una macchia di pini ombrelliferi, l'unico albero che cresca in quel terreno ingrato, sorgeva una pergola di giunchi, sotto cui stavano cinque o sei tavole di legno, fatte a colpi di accetta. E, come sfondo a quel lembo di vita misera e tetra, si rizzava un frammento di acquedotto antico, di cui gli archi boccheggianti sul vuoto e semicadenti, rompevano la linea piana dell'orizzonte senza fine.
Ma il conte tornava indietro con moto improvviso:
- Dite un po', signor abate, lo gradireste un bicchier di vino bianco, eh? So che vi occupate di viticultura, ed hanno qui un vinello che bisogna conoscere.
Senza farsi pregare, Santobono scese di carrozza anche lui, tranquillamente.
- Oh! lo conosco, lo conosco. E' un vino di Marino che si raccoglie su terreni più magri che i nostri di Frascati.
E siccome non si decideva a lasciare il suo canestrino di fichi, portandolo seco, il conte si spazientì:
- Eh! via, non ne avete bisogno; lasciatelo un po' in carrozza!
Il curato non rispose, e passò davanti, mentre Pietro si decideva a scendere anche lui, curioso di vedere un'osteria, una di quelle bettole del popolino di cui gli avevano parlato.
Prada era conosciuto, ed una vecchia si mostrò subito, una donna alta e secca, ma d'aspetto regale nella gonna logora.
L'ultima volta aveva potuto trovare una mezza dozzina di uova fresche, ed ora andava a vedere, senza far promesse, poichè non si poteva mai sapere, le galline facendo l'uovo a casaccio, in tutti gli angoli.
- Va bene, va bene; andate a vedere, mentre ci portano una boccia di vino bianco.
Entrarono in sala tutti e tre. Era già molto buio là dentro e sebbene la stagione più calda fosse passata vi si udiva fin dalla porta il sordo ronzìo delle mosche. Un odore acre di vinello acido e di olio rancido prendeva alla gola.
E quando i loro occhi si furono abituati all'ombra, poterono vedere il vasto locale, annerito, fetido, senz'altri mobili che dei sedili e delle tavole di legno greggio appena piallati. Sembrava vuoto, tanto il silenzio v'incombeva assoluto sotto il volo delle mosche. Pur v'erano due uomini, due viandanti, immobili, muti davanti ai bicchieri colmi.
Sopra una seggiolina, accanto alla porta, nella scarsa luce che filtrava, la figlia dei padroni, una ragazza scarna e gialla, in ozio, tremava per la febbre, stringendosi le ginocchia con le mani.
Avvedendosi del disgusto di Pietro, il conte propose di rimaner fuori.
- Vi staremo molto meglio; il tempo è così mite.
E mentre la madre cercava le uova e il padre accomodava una ruota sotto una delle tettoie, la ragazza dovette alzarsi, battendo i denti, per portare la boccia di vino ed i tre bicchieri sopra una delle tavole della pergola.
Intascò i sei soldi del vino e tornò a sedere, senza una parola, imbronciata per essere stata costretta a far un viaggio simile.
Quando furono attavolati tutti e tre, Prada empì allegramente i bicchieri, per quanto Pietro protestasse, affermando che non poteva bere tra i pasti.
- Eh, via! ne beverete pur sempre un sorso. E' allegro questo vinello, non è vero signor curato? Orsù, beviamo alla salute del papa giacche sta male!
Santobono votò il bicchiere d'un fiato, facendo scoppiettare la lingua. Aveva messo pian piano il canestro in terra, accanto alla sua seggiola con cura paterna, e togliendosi il cappello, diede un profondo respiro.
La sera era veramente deliziosa: il cielo, un cielo immenso, soffuso d'oro pallido, aveva una purezza mirabile su quell'oceano senza limiti della campagna, che stava per sopirsi in una immobilità, una pace suprema.
Ed il lieve venticello, di cui i soffi trasvolavano in mezzo al profondo silenzio, recava una fragranza squisita di erbe e di fiori silvestri.
- Dio mio, come si sta bene qui! ? sussurrò Pietro, vinto da quell'incanto. ? E che deserto di pace sempiterna dove si dimenticherebbe il resto del mondo!
Ma Prada che aveva vuotata la boccia, mescendo di nuovo al curato, si divertiva molto, senza parlarne, di un caso che egli era stato il primo ad osservare.
Avvertì il giovine prete con un'occhiata di complicità silenziosa, ed entrambi allora ne seguirono le peripezie drammatiche.
Alcune galline magre razzolavano attorno a loro, nell'erba secca, cercando delle cavallette. Ora una di queste, una gallinetta nera, lucida e sottile, molto sfrontata, scorse il canestrino di fichi in terra e vi si accostò con grande audacia. Per altro, quando gli fu vicino, ebbe paura, indietreggiò. Irrigidiva il collo, voltava la testa, saettando la fiammella dell'occhio tondo. Finalmente la gola vinse; e siccome un fico appariva tra due foglie, si fece avanti senza fretta, alzando molto le zampe ? e, ad un tratto, allungò il becco con un gran colpo, intaccando il fico che mandò sangue.
Prada, felice come un bambino, potè allora erompere nella risata che stentava molto a trattenere.
- Ehi! signor curato, attenzione! Badate ai vostri fichi.
Santobono vuotava appunto il secondo bicchiere, con la testa rovesciata, gli occhi volti al cielo, in placida beatitudine.
Diede un sussulto, guardò e capì, vedendo la gallina.
Allora salì su tutte le furie, con grandi gesti ed invettive terribili; ma la gallina che dava in quel punto un'altra beccata non abbandonò la preda, anzi vi conficcò il becco e se lo portò via, battendo le ali, così rapida e così buffa che Prada e Pietro stesso si smascellarono dalle risa, davanti al furore impotente di Santobono che l'inseguì per un momento, minacciandola col pugno.
- Ecco che cosa vuol dire non aver lasciato il canestro in carrozza, disse il conte. Se non vi avessi avvertito la gallina li mangiava tutti.
Senza rispondere, il curato che borbottava ancora delle imprecazioni confuse, mise il canestro sulla tavola e sollevando le foglie, dispose i fichi con arte per dissimulare la breccia; poi, com'ebbe rimesso a posto le foglie e riparato il danno, si calmò.
Era ora di ripartire, il sole si abbassava all'orizzonte, la notte era vicina, quindi il conte finì col seccarsi.
- E così? queste uova?
E vedendo che la donna non ricompariva, andò a cercarla. Entrò nella scuderia, visitò la rimessa. La donna non c'era. Allora passò dietro alla casa per dare un'occhiata sotto alla rimessa. Ma colà, una vista inaspettata lo fermò di colpo.
La gallinetta nera giaceva in terra, fulminata, morta. E nel becco aveva solo un sottile filo di sangue violaceo che scorreva ancora.
Sulle prime, Prada, non sentì che un po' di stupore. Si chinò, la toccò.
Essa era tepida, morbida e floscia come un cencio. Probabilmente un colpo. Poi, subito, il conte si fece livido: la verità gli si affacciò, agghiacciandolo.
Come in un baleno, vide Leone tredicesimo ammalato, Santobono che andava da Sanguinetti per informarsi, recandosi poi a Roma per regalare al cardinale Boccanera quel canestro di fichi.
E ricordava la loro conversazione dopo Frascati, la morte eventuale del papa, le storie leggendarie di veleno che atterrivano ancora i dintorni del Vaticano ? e rivedeva il curato, con sulle ginocchia quel canestrino che custodiva con cura paterna ? e rivedeva la gallinetta nera che beccolava il canestro e scappava con un fico nel becco.
La gallinetta era qui, morta, fulminata. La sua convinzione fu istantanea, assoluta. Ma non ebbe il tempo di chiedersi che cosa direbbe, poichè una voce dietro di lui dava in esclamazioni.
- To'! E' la gallinetta; ma che ha mai?
Era Pietro, che aveva fatto anche lui il giro della casa per guardar più da vicino il frammento d'acquedotto in rovina che giaceva tra i pini ombrelliferi, mentre Santobono tornava in carrozza.
Prada, tremando come se fosse stato lui il colpevole, rispose con una bugia, quasi istintivamente, senza averla premeditata.
- Ma è morta... Figuratevi che c'è stata una battaglia. Mentre giungevo, un'altra gallina, quella che vedete laggiù, le si è avventata per prendere il fico che essa teneva ancora e le ha sfondato il cranio col becco... Vedete, il sangue scorre tuttavia.
Perchè diceva quelle cose? Ne stupiva anche lui nell'inventarle. Voleva dunque restare il padrone della posizione, non dividere con altri la terribile confidenza, per decidere a suo talento?
La sua spinta era in pari tempo un senso di vergogna davanti a quel forestiero, una inclinazione alla violenza per cui una specie di ammirazione della forza di quel prete suscitava in lui un caldo sdegno dell'uomo onesto, ed un bisogno segreto di considerare la cosa dal punto di vista del suo interesse personale prima di prendere un partito.
Onesto, lo era e non permetterebbe certo che si avvelenasse la gente.
Pietro, pietoso per le bestie, esaminava la gallina con quella lieve emozione che gli dava la soppressione subitanea di qualsiasi vita. E credette senz'altro la storia.
- Ah! quelle galline! Sono di una ferocia stolta a cui gli uomini arrivano appena! Io avevo un pollaio in casa, e se una delle galline si feriva una zampa, tutte le altre, vedendo a stillare il sangue, accorrevano a beccarla, divorandola sino all'osso.
Subito Prada si allontanò e la donna che lo cercava appunto dal canto suo, venne a consegnargli quattro uova, stanate da lei con molta fatica in tutti i cantoni della casa. Egli si affrettò a pagarla, e richiamò Pietro che indugiava.
- Andiamo, andiamo! Non saremo a Roma che a notte fatta!
In carrozza ritrovarono Santobono che li aspettava placidamente!
Sedeva di nuovo sulla panchina, poggiando con forza la schiena alla serpa, e tenendo le lunghe gambe incrociate, ed aveva sulle ginocchia il canestrino di fichi, così civettuolmente disposti, che proteggeva con le grosse mani nodose, come una cosa fragile e rara, a cui la menoma scossa delle ruote avrebbe potuto recar danno.
La sua sottana formava una gran macchia fosca e nella sua faccia rozza e terrea da rustico, ancora selvaggio e prossimo alla terra, mal raffinato da alcuni anni di studi teologici, gli occhi soli vivevano sfavillanti di fiamma fosca, attizzata da passioni profonde.
Nel vederlo così comodamente stabilito, così calmo, Prada ebbe un lieve brivido.
Poi, appena la vittoria si avviò sulla via retta e senza fine:
- Ebbene, curato, ecco un sorso di vino che ci proteggerà dalla malaria. Se il papa potesse fare come noi, guarirebbe certo dalle coliche.
Ma Santobono non rispose che con un sordo grugnito. Non voleva più parlare, si chiuse in un silenzio assoluto, come invaso dalla notte che cadeva lentamente. E Prada si tacque anche lui, con gli occhi inchiodati sul prete, domandandosi che cosa doveva decidere.
La via fece una svolta e la carrozza continuò a correre sopra una strada interminabile, di cui il selciato bianco sembrava che fuggisse all'infinito, in una linea retta.
Quella bianchezza della via si rischiarava di un po' di luce ora, svolgendo un nastro di neve mentre, ai due lati, l'immensa campagna si sommergeva in un'ombra fosca.
Negli incavi delle vaste ondulazioni, le tenebre si raccoglievano, e pareva che se ne espandesse una marea violacea, che copriva ogni dove del suo flutto l'erba corta, allagando la campagna all'infinito, come un mare stinto. Tutto si confondeva e non si vedeva più, da un capo all'altro dell'orizzonte, che quell'oceano di colore neutro ed indistinto.
Ed il deserto si era nuovamente spopolato, un'ultima carretta in ritardo era passata, un'ultimo tintinnìo di campanelli argentini si spegneva in lontananza: non più un viandante, non una bestia: la morte dei colori e dei suoni, tutta la vita che piomba nel sonno, nella pace serena del nulla.
A destra si vedevano ancora, tratto tratto, dei frammenti di acquedotto simili a moncherini di cento piedi giganteschi, recisi dalla falce dei secoli; poi, a sinistra, apparve un'altra torre di cui l'alta rovina fosca metteva sul cielo un palo nero; ed altre file di acquedotti valicavano a volte la via, assumendo delle proporzioni smisurate sul tramonto. Ah! l'ora unica, l'ora del crepuscolo nella campagna romana, quando tutto si sommerge e si semplifica, l'ora della immensità squallida, dell'infinito nella semplicità. Non esiste nulla, null'altro che la linea arcuata e piana dell'orizzonte, null'altro che la macchia di qualche rovina isolata, ritta nel vuoto, eppure quel nulla è d'una maestà, d'una grandezza suprema.
Ma il sole tramontava laggiù, a sinistra, verso il mare.
Scendeva nel cielo limpido come un globo di brage di un rosso abbagliante. Poi si sommerse lentamente dietro l'orizzonte, senza corteggio di nubi e non si vide altro che alcuni vapori d'incendio, come se il mare si fosse sollevato in improvviso ribollimento, sotto la fiamma di quella visita regale.
E, come fu sparito, quel lembo di cielo si imporporò di un lago ai sangue, mentre la campagna diventava cinerea. Non v'era altro ormai, in fondo alla pianura impallidita, che quel mare di porpora, di cui si vedeva il braciere spegnersi a poco a poco dietro i portici neri degli acquedotti, mentre, dall'altro lato, gli archi disseminati qua e là restavano color di rosa, spiccando in chiaro sul cielo color di stagno. Poi i vapori d'incendio si dileguarono. Il tramonto si spense in una malinconia pura ed infinita. Sul firmamento, tornato in pace e soffuso di cenere azzurra, le stelle si accendevano, ad una ad una mentre in fondo i lumi di Roma, ancor lontana, scintillavano come fari a livello dell'orizzonte.
Ed in quella tristezza infinita della sera, Prada, invaso anche lui da sgomento indicibile, tra i due compagni silenziosi, continuava ad interrogarsi ed a chiedersi che cosa dovesse fare.
Non aveva ancora staccato gli occhi da Santobono, di cui la faccia spariva nella notte, ma che sedeva placidamente, accompagnando colla persona poderosa il moto della carrozza. Ripeteva seco stesso che non poteva permettere che si avvelenasse la gente.
Quei fichi erano certamente destinati al cardinale Boccanera e poco gl'importava, al postutto, che ci fosse un cardinale di più o di meno, forse un papa, di cui era difficile di prevedere la futura azione storica.
Aveva sempre pensato nella sua fierezza da conoscitore, interamente assorto nella lotta per la vita, che il meglio fosse di lasciar agire il destino, senza contarci, e non vedeva alcun male nel fatto che il prete mangiasse il prete, fatto anzi che divertiva il suo ateismo. Pensò inoltre che poteva tornare pericoloso l'intervenire in quella storia nefanda, in quei raggiri biechi ed imperscrutabili della società nera.
Ma il cardinale non era solo, al palazzo: quei fichi non potevano sbagliare indirizzo, andar ad altri che non erano presi di mira?
Quell'idea di uno scherzo odioso del caso lo perseguitava adesso, suo malgrado. Le immagini di Dario e di Benedetta sorgevano davanti a lui, nonostante gli sforzi che faceva per non vederle, e gli si imponevano. Se Benedetta e Dario avessero mangiato quella frutta? Benedetta la scartò subito, sapendo che pranzava a parte con la zia, e che non v'era nulla in comune fra le due cucine. Ma Dario faceva colazione ogni mattina dallo zio. Per un momento vide Dario, preso da convulsioni, cadere fra le braccia del cardinale, come il povero monsignor Gallo, con la faccia terrea, gli occhi infossati, fulminato in due ore.
No, no! Era troppo atroce, egli non poteva permettere una simile nefandità.
Allora prese una determinazione. Aspetterebbe che la notte fosse interamente calata, ed allora, senz'altro, afferrerebbe il canestro sulle ginocchia del curato e lo butterebbe di slancio in qualche buca oscura, senza dire una parola. Il curato comprenderebbe. L'altro, il povero prete, non si accorgerebbe forse neppure del caso. D'altronde, poco importava perchè egli era deciso a non dare nessuna spiegazione del suo atto.
E si sentì perfettamente tranquillo allorchè gli venne la idea di gettare il canestro quando la carrozza passerebbe sotto la porta Furba, ad alcuni chilometri da Roma. Sotto le tenebre della porta, l'occasione sarebbe propizia, non si potrebbe veder nulla.
- Siamo in ritardo; non arriveremo a Roma prima delle sei ? riprese ad alta voce, volgendosi a Pietro. ? Ma avrete il tempo di andarvi a vestire e di raggiungere l'amico.
E senza aspettare la risposta, disse a Santobono:
- I vostri fichi giungeranno molto tardi.
- Oh! ? disse il curato. ? Sua Eminenza riceve alle otto, oggi. Eppoi, non sono per questa sera, i fichi! Non si mangiano fichi alla sera. Saranno per domattina.
Ed ammutolì di nuovo, non disse più verbo.
- Per domattina, sì, certo ? ripetè Prada ? ed il cardinale potrà farne una scorpacciata, se nessuno lo aiuta.
Allora Pietro disse sventatamente una notizia che sapeva.
- Non ci sarà che lui per mangiarli, perchè suo nipote, il principe Dario, dev'essere partito oggi per Napoli, volendo fare un giro di convalescenza dopo il caso disgraziato che l'ha tenuto in letto più d'un mese.
S'interruppe all'improvviso, ricordando a chi parlava. Ma il conte si era accorto del suo imbarazzo.
- Eh via! caro Froment, non mi date nessun dispiacere... E' una storia vecchia, ormai... Ah! quel giovane è partito?
- Sì, a meno che non abbia ritardata la partenza. Suppongo che non lo troverò al palazzo.
Per un momento non si udì altro che il rombo delle ruote. Prada taceva, sorpreso del suo turbamento e della sua incertezza. Se Dario non c'era, perchè immischiarsi di quella faccenda? Tutte quelle riflessioni gli affaticavano il cervello, e finì col dire ad alta voce:
- Se è partito, l'ha fatto per convenienza, allo scopo di non assistere alla veglia dei Buongiovanni, perchè la Congregazione del Concilio si è radunata questa mattina per pronunciarsi definitivamente nella causa che la contessa ha promosso contro di me... Sicuro, saprò fra un momento se il Santo Padre deve firmare l'annullamento del nostro matrimonio.
La sua voce si era velata, e si sentiva che l'antica ferita, la piaga fatta al suo orgoglio da quella donna che, essendo sua, gli si era rifiutata per serbarsi ad un altro, si riapriva e sanguinava.
Seppure la sua amica Lisbeth gli avesse dato un figlio, l'accusa di impotenza, l'offesa alla sua virilità, risorgeva continuamente, accendendogli in cuore uno sdegno frenetico.
Ebbe un brivido violento ed improvviso, come se un gran soffio gelato gli fosse passato sulle carni; poi, cambiando argomento, soggiunse ad un tratto:
- In verità, non fa caldo questa sera... Questa è l'ora cattiva a Roma, l'ora del tramonto, in cui si piglia molto facilmente una buona febbre, se non si sta in guardia... Tiratevi la coperta sulle gambe e ravvolgetevi ben bene...
Poi, mentre si avvicinavano alla porta Furba, i tre uomini caddero di nuovo in un silenzio più profondo, simile al sonno invincibile che addormentava la campagna, nella notte.
Finalmente la porta comparve, nella luce delle stelle chiarissime: non era altro, quella porta, che un arco dell'acqua Felice, sotto cui la via passava.
Da lontano pareva che quel rudero d'acquedotto chiudesse il varco con la massa enorme del suo vecchio muro semi-smantellato. Poi l'arco gigantesco, nero d'ombra, si incarnava come un portico boccheggiante.
E si passò in piene tenebre, nel rimbombo ancor più sonoro delle ruote.
Quando furono dall'altra parte, Santobono aveva tuttora sulle ginocchia il canestrino di fichi, e Prada lo guardava, sconvolto, chiedendosi per quale subitanea paralisi delle mani non li avesse afferrati e sbalestrati nelle tenebre. Vi era pur deciso ancor pochi secondi prima di penetrare sotto la volta! L'aveva anzi guardato un'ultima volta quel canestro, per calcolare meglio il movimento che doveva fare; che cos'era accaduto in lui dunque?
Egli si sentiva in preda ad un'indecisione sempre maggiore, inetto ormai a risolvere un atto definitivo, avendo il bisogno di aspettare, nel segreto pensiero di badare prima di tutto ed interamente a sè stesso.
Perchè si sarebbe affrettato ad agire, dal momento che Dario era partito e che quei fichi non verrebbero consegnati che all'indomani?
La sera stessa saprebbe se la Congregazione del Concilio aveva annullato il suo matrimonio, vedrebbe fino a qual punto la giustizia di Dio fosse venale e menzognera. Certo non lascerebbe avvelenare nessuno, nemmeno il cardinale Boccanera, di cui peraltro l'esistenza gli premeva poco. Ma, dacchè avevano lasciato Frascati, quel piccolo canestro non rappresentava il destino che moveva alla mèta? E lui, indugiando, non cedeva alla voluttà di sentirsi il più forte, di dirsi che era il padrone di fermarlo, quel destino, o di permettergli di compiere sino alla fine l'opera sua di morte? E, d'altronde, egli si abbandonava alla lotta la più misteriosa, non ragionava, con le mani incatenate a segno da non poter agire diversamente, convinto che prima di coricarsi andrebbe a gettare una lettera d'avviso nella buca del palazzo, ma provando una certa compiacenza nel dirsi che, se il suo interesse fosse stato di non farlo, non lo farebbe.
Il resto della via si compì in quel silenzio di stanchezza, nella frescura della sera che pareva avesse agghiacciato i tre uomini.
Invano il conte, per sfuggire alla lotta, tornò a parlare della festa dei Buongiovanni, dando dei particolari, descrivendo gli splendori che vedrebbero fra poco: le sue parole uscivano rade, confuse e distratte.
Poi si sforzò di incuorare Pietro e di rendergli la speranza, parlando del cardinale Sanguinetti, così amabile, così largo di promesse: e sebbene il giovane prete tornasse con animo lieto, pensando che il suo libro non era ancora condannato e che trionferebbe se gli venivano in aiuto, rispose appena, tutto assorto nelle sue fantasticherie.
Santobono non parlava, non si muoveva, come scomparso nella notte nera.
Ed i lumi di Roma si erano moltiplicati, delle case erano riapparse a destra ed a sinistra, prima molto rade, poi in una fila ininterrotta.
Era il suburbio, ancora fiancheggiato da campi di giunchi, da siepi verdeggianti, da ulivi, di cui la cima oltrepassava i lunghi muri di cinta, dagli immensi portoni con pilastri ornati di vasi, e finalmente la città, con la sua fila di casette grigie, di botteghe meschine, di taverne sospette, da cui uscivano alle volte delle grida, degli strepiti di rissa.
Prada volle assolutamente condurre i compagni sino in via Giulia, a cinquanta metri dal palazzo.
- Non mi disturba punto, ve l'assicuro... Suvvia, non potete fare l'ultimo pezzo di strada a piedi con la fretta che avete!
La via Giulia dormiva già nella sua pace secolare, affatto deserta, sepolta in abbandono malinconico, con la doppia fila dei suoi pallidi fanali. Ed appena fu sceso dalla carrozza Santobono non aspettò Pietro, il quale, d'altronde, passava sempre dalla porticina della via laterale.
- Arrivederci, signor parroco.
- Arrivederci, e mille grazie, signor conte.
Tutti e due allora seguirono con lo sguardo fino al palazzo Boccanera, di cui la vecchia porta monumentale, nera d'ombra, era ancora spalancata.
Videro, per un momento, la sua alta persona nerboruta spiccare su quell'ombra.
Poi entrò, s'ingolfò sotto l'atrio, col suo piccolo canestro, portando seco il destino.
...
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12.
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...
Erano le dieci quando Pietro e Narciso, che avevano pranzato al Caffè di Roma, dove erano rimasti poi a discorrere lungamente, scesero a piedi il Corso per recarsi al palazzo Buongiovanni. Dovettero stentare assai per giungere alla porta.
Le carrozze arrivavano in fila, e la calca dei curiosi fermi davanti al palazzo dilagava, invadendo tutta la via, nonostante le guardie, e facendosi così densa che i cavalli non potevano progredire.
Le dieci grandi finestre del primo piano sfolgoravano nella lunga facciata monumentale, diffondendo una vivida luce bianca, la luce meridiana delle lampade elettriche che rischiarava come d'un raggio di sole la via, gli equipaggi arenati nell'onda umana, la ressa curiosa ed appassionata, da cui sorgeva un tumulto straordinario.
E non era solo la consueta curiosità di vedere a passare delle divise e scendere delle signore in abito sfoggiato che radunava quella folla; si era accalcata ? come Pietro udì da lì a poco ? per aspettare l'arrivo del Re e della Regina, i quali avevano promesso di fare atto di presenza alla gran festa con cui il principe Buongiovanni celebrava la promessa corsa tra sua figlia Celia ed il tenente Attilio Sacco, figlio di uno dei ministri di Sua Maestà.
Eppoi, quel matrimonio era una vera gioia, era lo scioglimento felice di una storia d'amore per cui tutta la città si era infervorata; il colpo di fulmine, la giovane coppia così bella, la fedeltà incrollabile che vinceva gli ostacoli, il tutto in condizioni romanzesche, di cui il racconto circolava tra la gente, facendo palpitare i cuori e salire le lagrime agli occhi.
Era questa la storia che, alle frutta, Narciso aveva raccontato a Pietro, il quale la conosceva già in parte. Si affermava che se il principe aveva ceduto, dopo una ultima scenata terribile, era stato solo pel timore di vedere Celia lasciare un bel giorno il palazzo a braccio dell'amante, come essa l'aveva minacciato di fare. V'era nella sua placidità di vergine ignorante un tal disprezzo per tutto quello che non era il suo amore, che il principe l'indovinava capace di commettere le peggiori follìe con la massima ingenuità.
La principessa sua moglie non si curava di quella storia, da inglese flemmatica, ancora bella, che credeva di aver fatto abbastanza per la casa col portare cinque milioni di dote e dare cinque figli al marito.
Il principe, irrequieto e fiacco, malgrado i suoi scatti, in cui si ritrovava l'antico sangue romano, già viziato dalla fusione con un sangue straniero, non aveva altra spinta alle sue azioni, ora, che la tutela della sua casa e delle sue ricchezze, intatte fino allora, ma che tremava di veder crollare anch'esse tra le rovine del patriziato; e nel cedere al desiderio della figlia aveva probabilmente obbedito all'idea di avere, mercè il genero, un valido appoggio al Quirinale, senza guastarsi però col Vaticano.
Certo era una profonda vergogna, ed il suo orgoglio sanguinava per l'alleanza con quei Sacco, quella gente da nulla.
Ma Sacco era ministro, ma era passato così rapidamente di successo in successo, che sembrava avviato a fortuna sempre maggiore, come la conquista del portafogli delle Finanze, che agognava da un pezzo, dopo quella del portafogli dell'Agricoltura.
Con lui, Buongiovanni era sicuro di ottenere i favori del re e di trovar appoggio da quel lato, se il papa naufragava un giorno.
Poi il principe aveva assunto delle informazioni sul giovane, un po' disarmato di fronte a quell'Attilio così bello, così prode, così retto, che era l'avvenire, forse l'Italia gloriosa del domani. Era militare, lo si spingerebbe fino ai più sommi gradi.
Si aggiungeva malignamente che l'ultima ragione che aveva deciso il principe, molto avaro e disperato di dover disperdere la sua sostanza fra cinque figli, era stata la fortunata combinazione di poter dare a Celia una dote derisoria.
Avendo aderito al matrimonio, voleva celebrare la promessa con una festa che facesse chiasso, una di quelle feste che si davano molto di rado a Roma ormai ? le porte aperte a tutte le società, i sovrani invitati anch'essi, il palazzo sfolgorante come nei giorni illustri del tempo antico, salvo a rimetterci molto di quel denaro che custodiva con tanta fierezza, ma volendo dimostrare per baldanza che non era vinto e che i Buongiovanni non dissimulavano nulla, non arrossivano di nulla.
Si assicurava veramente che quella orgogliosa baldanza non provenisse da lui, ma che gli fosse stata suggerita, senza che egli ne avesse coscienza, da Celia, la placida, l'innocente, che desiderava di mettere in mostra la sua felicità a braccio d'Attilio, di fronte a tutta Roma, plaudente a quella storia d'amore che finiva lietamente come nelle belle fiabe.
- Diamine! ? disse Narciso, che una ressa della folla costringeva all'immobilità; ? non arriveremo mai lassù. Hanno invitato tutta la città, coloro!
E siccome Pietro stupiva di aver veduto a passare un prelato in carrozza:
- Oh! ne incontrerete più d'uno. Sì, i cardinali non vi saranno per la presenza dei sovrani, ma i prelati verranno senza dubbio. Si tratta di una casa neutra, in cui la società bianca e la nera possono fraternizzare. Eppoi le feste sono scarse; la gente vi si affolla.
Riferì allora come, all'infuori dei due balli di gala che la Corte dava all'inverno, ci volessero delle circostanze eccezionali per decidere il patriziato a dare delle feste di quel genere.
Due o tre salotti neri si aprivano bensì verso la fine del carnevale. Ma le festine di famiglia surrogavano quasi dappertutto i ricevimenti di lusso. Le principesse non ricevevano che di giorno.
E, in quanto ai pochi salotti bianchi, erano anche essi dei ritrovi intimi, più o meno misti, perchè nessuna signora era diventata la regina assoluta della nuova società.
- Finalmente ci siamo ? disse Narciso, sulle scale.
Pietro, inquieto, riprese:
- Restiamo assieme. Non conosco che la sposa e poco anche quella, e ci tengo ad essere presentato da voi.
Ma anche l'ascesa dello scalone era una impresa ardua tanto era grande la ressa degli invitati che vi si pigiavano.
Nei tempi antichi, quando usavano le candele di cera e le lampade ad olio, non aveva mai sfolgorato di splendore così abbagliante.
Le lampade elettriche, ardendo in gruppo negli stupendi candelabri di bronzo che fregiavano i ripiani, lo inondavano di un torrente di luce candida.
I freddi stucchi dalle pareti erano velati da una serie di arazzi, la storia di Psiche e dell'Amore, arazzi meravigliosi, rimasti in famiglia dal tempo del Risorgimento. Un morbido tappeto copriva i gradini logori, e dei gruppi di piante verdi, delle palme, alte come alberi, ornavano i vestiboli. Una risurrezione di vita, un'onda di sangue giovanile affluiva, riscaldando l'antica dimora, con la folla delle signore che salivano ridenti e profumate, le spalle nude costellate di diamanti.
In cima alla scala, Pietro vide subito, all'ingresso della prima sala, il principe e la principessa Buongiovanni, ritti l'uno vicino all'altra, a ricevere gli invitati.
Il principe, un biondo che cominciava ad incanutire, alto e sottile, con pallidi occhi nordici, trasmessigli dalla madre, in una faccia energica da capitano dei papi; la principessa che mostrava appena trent'anni, sebbene avesse passata la quarantina, ancor bella, con visino tondo e delicato, sorridente in serenità che niente poteva sconcertare, felice e paga nell'adorazione di sè stessa.
Portava un vestito di raso color di rosa, sfavillante per un mirabile finimento di enormi rubini, che mettevano degli sprazzi di fuoco sulla sua pelle fina ed i suoi capelli da bionda.
E dei cinque figli, il maggiore era in viaggio; le tre altre figliuole, ancora troppo giovani per intervenire alla festa, erano in collegio; per cui non si vedeva che Celia, col suo vestitino di mussolina bianca, bionda anch'essa, che, incantevole coi grandi occhi innocenti e la bocca candida, serbava, sino allo scioglimento della sua avventura amorosa, il suo aspetto da giglio chiuso, impenetrabile nel suo mistero di vergine.
I Sacco erano appena giunti, ed Attilio, che era vicino alla sposa, portava la sua uniforme da tenente, ma appariva così ingenuamente, così apertamente felice della sua immensa ventura, che la sua bella testa dagli occhi baldi, dalla bocca soave, risplendeva in una luce straordinaria di gioventù e di forza.
Entrambi, l'uno vicino all'altra, in quel trionfo del loro amore, apparivano sulla soglia come la gioia, la salvezza stessa della vita, la speranza assoluta nelle promesse del domani; e tutti gli invitati che, entrando, li vedevano così, non potevano trattenere un sorriso e s'intenerivano, scordando la loro curiosità maligna e pettegola, per dar il loro cuore a quella coppia amorosa, così bella e così beata. Narciso s'era fatto avanti per presentare Pietro. Ma Celia non gliene lasciò il tempo.
Mosse un passo incontro al prete e lo condusse presso i genitori.
- L'abate Pietro Froment, amico della mia cara Benedetta.
Vi fu uno scambio di saluti cerimoniosi.
Pietro fu molto commosso dalla cortesia della fanciulla, la quale gli disse poi:
- Benedetta verrà or ora colla zia e Dario. Dev'essere così felice questa sera! E vedrete come è bella!
Allora Pietro e Narciso le presentarono le loro felicitazioni.
Ma non poterono trattenersi; la folla li sospingeva; i principi avevano appena il tempo di salutare, inchinandosi continuamente, con un sorriso, sommersi, travolti nella ressa. E quando Celia ebbe condotto i due amici presso Attilio, dovette riprendere il suo posto di piccola regina della festa, accanto ai genitori,
Narciso conosceva un po' il tenente. Vi furono delle nuove congratulazioni, delle strette di mano.
Poi tutti e due finirono col fermarsi un momento in quella prima sala, dove lo spettacolo ne valeva veramente la pena.
Era una vasta sala, parata di velluto verde a fiori d'oro, detta la sala delle armature, perchè conteneva infatti una collezione molto importante di corazze, di mannaie, di spade, che avevano servito quasi tutte ai Buongiovanni del quindicesimo e del sedicesimo secolo.
E tra quei fieri arnesi di guerra si vedeva una mirabile portantina del secolo scorso, fregiata delle più delicate dorature e pitture, in cui la bisavola dell'attuale Buongiovanni, la celebre Bettina, una bellezza leggendaria, si faceva condurre in chiesa.
Sulle mura, poi, non erano che quadri storici, battaglie, firme di trattati, ricevimenti reali, in cui i Bongiovanni avevano rappresentato una parte; senza contare i ritratti di famiglia, le alte figure orgogliose, capitani di terra e di mare, dignitari della chiesa, prelati, cardinali, fra cui trionfava al posto d'onore il papa, il Buongiovanni vestito di bianco, di cui l'elezione al trono pontificio aveva arricchito la sua progenie.
Ed era fra quelle armature, quella bella portantina galante, sotto a quei ritratti antichi, che i Sacco, marito e moglie, si erano fermati anch'essi, a pochi passi dai padroni di casa, partecipando al gaudio ed alle felicitazioni.
- Guardate ? bisbigliò piano Narciso a Pietro ? i Sacco sono là, rimpetto a noi, quell'omuncolo nero e quella signora vestita di seta color di malva.
Pietro ravvisò Stefana che aveva incontrata dal vecchio Orlando, col suo visino bianco dal sorriso cortese, i suoi lineamenti minuti, sommersi nell'adipe incipiente. Ma la sua attenzione si volse specialmente al marito, bruno ed asciutto, con occhi a fior di testa, in una faccia di un giallo d'itterizia, la bocca sporgente, il naso d'aquila, un tipo allegro da pulcinella napoletano, che gridava, gesticolava, con un buon umore così contagioso, che le persone attorno a lui ne rimanevano subito ammaliate. Aveva una facondia straordinaria, sopratutto una voce che era un incomparabile strumento di fascino e di conquista.
Bastava vedere come accaparrava facilmente i cuori in quel salotto per spiegarsi i suoi successi fulminei nel mondo brutale e così mediocre della politica.
S'era diportato con destrezza straordinaria nell'affare del matrimonio, ostentando una delicatezza esagerata contro Celia e persino contro Attilio, protestando che rifiutava il suo assenso per timore che lo si accusasse di rubare una dote od un titolo.
Non aveva ceduto che dopo i Buongiovanni, ricorrendo prima per consiglio al vecchio Orlando, di cui la suprema lealtà era proverbiale in tutta Italia: tanto più che nell'agir così, sapeva di andare incontro ad una approvazione, perchè l'eroe ripeteva ad alta voce e senza complimenti che i Buongiovanni dovevano stimarsi fortunati di accogliere in famiglia il suo pronipote, un bel giovane, pieno di cuore, prode ed onesto, che rigenererebbe il loro vecchio sangue esausto, facendo avere delle belle creature alla loro figliuola.
E Sacco, in tutta quella faccenda, s'era servito mirabilmente del nome leggendario di Orlando, facendo suonare alto la loro parentela, dimostrando una venerazione filiale pel glorioso fondatore della patria senza aver l'aria di sospettare, neppure per un attimo, a che punto questi lo sfuggisse e lo odiasse, disperato di vederlo al potere e convinto che condurrebbe il paese alla rovina e al disonore.
- Ah! ? riprese Narciso volto a Pietro ? è un uomo positivo ed arrendevole, a cui gli schiaffi non dànno noia! A quanto pare, ci vogliono di quegli uomini senza scrupoli negli Stati in miseria, che attraversano delle crisi politiche, finanziarie e morali. Si dice che questi, con la sua sfrontatezza imperturbabile, l'astuzia del suo spirito ingegnoso, le sue infinite risorse di resistenza che non indietreggiano davanti a nessun ostacolo, abbia conquistato il favore del Re. Ma guardate un po', guardate se non lo si direbbe già il padrone di questo palazzo, in mezzo alla ressa di cortigiani che lo circonda!
Infatti gli invitati che passavano con un semplice saluto davanti ai Buongiovanni, si affollavano attorno a Sacco, perchè egli rappresentava il potere, gli impieghi, le pensioni, le croci ? e se si rideva ancora di sottecchi nel vederlo là, con la sua magrezza nera e turbolenta, fra gli illustri antenati della casa, lo si additava però come una forza nuova, quella forza democratica che, ancor torbida, sorgeva dovunque ora da quel vecchio suolo romano, in cui il patriziato giaceva in rovina.
- Dio mio! che folla! ? mormorò Pietro. ? Chi sono mai tutte quelle persone?
- Oh! ? rispose Narciso; ? la società è molto mista: non si tratta già più di neri e di bianchi, ma di grigi. L'evoluzione era fatale, e l'intransigenza del cardinale Boccanera non poteva estendersi a tutta una città, a tutto un popolo. Soltanto il papa dirà sempre di no, resterà sempre immutabile. Ma, attorno a lui, tutto cammina e si trasforma invincibilmente. Cosicchè fra pochi anni, malgrado ogni resistenza, Roma sarà italiana. Fin da oggi, sapete, quando un principe ha due figli, l'uno entra al Vaticano, l'altro passa al Quirinale. Bisogna vivere, non è vero? Le famiglie illustri si vedono in pericolo di morte, ma non hanno l'eroismo di spingere l'ostinazione fino al suicidio. E vi ho già detto che siamo sopra un terreno neutro qui, perchè il principe Buongiovanni è stato uno dei primi a comprendere la necessità della conciliazione. Sente che la sua fortuna è finita, non ha il coraggio di arrischiarla nè in operazioni industriali, nè in affari; la vede già divisa tra i suoi cinque figli, che la divideranno di nuovo; ecco perchè si è messo col Re, senza voler romperla col papa per prudenza... Voi vedete quindi in questa sala l'imagine precisa dello sfacelo, della confusione che regna nelle idee e nelle opinioni del principe.
S'interruppe per dirgli il nome dei personaggi che entravano.
- Guardate! Ecco un generale molto amato dopo la sua ultima campagna d'Africa. Avremo molti militari questa sera, tutti i superiori d'Attilio, invitati per fare un circolo illustre al giovine. Ed ecco l'ambasciatore di Germania. E' probabile che il corpo diplomatico intervenga tutto, stante la presenza delle Loro Maestà. E, per contrasto, vedete quell'omaccione laggiù? E' un deputato molto influente, un risalito della nuova borghesia. Trent'anni fa, egli non era che un fattore del principe Albertini, uno di quei mercanti della campagna, che girano i campi in stivaloni e cappello a cencio. Ed ora guardate quel prelato che entra.
- Questi lo conosco ? disse Pietro. ? E' monsignor Fornaro.
- Per l'appunto, monsignor Fornaro, un personaggio. Mi avete detto difatti che era relatore nella causa del vostro libro. Un prelato incantevole! Avete osservato con che riverenza ha salutato la principessa? E che incedere dignitoso, che grazia, sotto la sua mantellina di seta violetta!
Narciso continuò ad enumerare principi e principesse, duchi e duchesse, uomini politici, dignitari, diplomatici e ministri, borghesi ed ufficiali, la più incredibile baraonda, senza contare la colonia straniera, gli inglesi, americani, tedeschi, spagnuoli, russi, la vecchia Europa e le due Americhe. Poi tornò ad un tratto al Sacco, alla piccola signora Sacco, per raccontare gli sforzi eroici fatti da lei per appoggiare l'ambizione del marito, dando dei ricevimenti. Quella donna così dolce, dall'aria modesta, era molto scaltra, provveduta delle doti le più serie, la pazienza e la pertinacia piemontese, l'ordine e l'economia. Quindi ristabiliva in casa l'equilibrio compromesso dalla esuberante foga del marito.
Egli le doveva molto, senza che nessuno lo imaginasse.
Ma finora non era riuscita ad opporre agli ultimi salotti neri un salotto bianco che formasse l'opinione pubblica. Non riuniva che persone della sua società, non un principe era venuto; si ballava da lei il lunedì, come in venti altri piccoli salotti borghesi senza influenza e senza splendore.
Il vero salotto bianco, che dirigeva le cose e gli uomini di Roma, era tuttavia allo stato di sogno.
- Guardate come esamina ogni cosa qui ? riprese Narciso. ? Sono sicuro che si istruisce e fa dei piani. Ora che sarà imparentata con una famiglia principesca, spera forse di radunare finalmente la buona società.
La folla era così fitta in quella sala, che i due uomini soffocavano, urtati, spinti contro il muro. Quindi l'addetto condusse seco il prete, dandogli dei particolari sul primo piano del palazzo, uno dei più sontuosi di Roma, celebre per la magnificenza delle sue sale di ricevimento.
Si ballava nella galleria dei quadri, una sala principesca lunga venti metri, piena di capolavori, con otto finestre sul Corso.
I rinfreschi erano imbanditi nella sala delle antichità, una sala di marmo dove c'era una Venere scoperta vicino al Tevere, che rivaleggiava con la Venere Capitolina.
Poi veniva una fila di sale stupende, ancora sfolgoranti di lusso antico, addobbate delle stoffe le più rare, con dei singoli capi del loro arredamento antico, capi a cui gli antiquarii facevano la corte, sperando nella inevitabile rovina futura.
Ed una di quelle sale fra le altre era celebre ? la saletta degli specchi, un locale rotondo, in stile Luigi quindici, interamente rivestito di specchi fra cornici di legno scolpito, di una ricchezza immensa e di uno squisito stile rococò.
- Fra un po' vedrete tutte queste cose ? disse Narciso, che era entrato là per respirare un pochino. ? Vi hanno portato delle poltrone dalla galleria vicina, per le belle signore che desiderano di essere vedute, di essere amate.
La sala era vasta, col più mirabile parato di velluto di Genova che si potesse vedere, un antico velluto a fiorami, con fondo di raso pallido e larghe corolle, di cui i toni verdi, azzurri e neri divinamente sbiaditi, avevano assunte le tinte dolci ed avvizzite dei vecchi fiori d'amore.
Sulle mensole, nelle nicchie di quella sala figuravano gli oggetti d'arte più preziosi del palazzo, cofanetti d'avorio, legni scolpiti, dipinti, dorati, capi d'opera, una raccolta di meraviglie. Ed infatti molte signore si erano già rifugiate sui numerosi sedili, sfuggendo la ressa, sedute in piccoli crocchi a ridere ed a discorrere coi pochi uomini che avevano scoperto quel cantuccio di grazia e di galanteria.
Nulla era più gentile a vedersi, sotto il vivo splendore delle lampade, che quelle spalle nude, d'una finezza di raso, quelle nuche flessibili su cui si intrecciavano le capigliature bionde e nere.
Le braccia nude uscivano dalle maniche arruffate di tinta chiara, come viventi fiori di carne. I ventagli si agitavano con molle lentezza, come per avvivare il fuoco delle pietre preziose, diffondendo ad ogni soffio un odore di donna, misto ad un profumo predominante di violetta.
- Eh! ? esclamò Narciso ? il nostro buon amico, monsignor Nani, che saluta, laggiù, l'ambasciatrice d'Austria.
Appena Nani scorse il prete ed il suo compagno, si accostò a loro e si ritirarono tutti e tre nel vano di una finestra per discorrere un pochino, a loro agio.
Il prelato sorrideva, incantato della bellezza della festa, ma serbando la serenità di un'anima triplicemente corazzata d'innocenza fra tutte quelle spalle messe in mostra, come se non le avesse neppur vedute.
- Ah! caro figliuolo ? disse a Pietro ? come sono felice di incontrarvi! Ebbene, che ne dite della nostra Roma quando si mette a dare delle feste?
- Oh! è stupendo, monsignore!
Egli parlò poi con intenerimento della profonda devozione di Celia, fingendo di non vedere nei Bongiovanni che dei fedeli del Vaticano, volendo far onore a quel ricevimento sontuoso, senza aver neppure l'aria di immaginare che il re e la regina stessero per intervenire.
- Ho pensato a voi tutt'oggi, caro figliuolo. Avevo saputo della vostra gita da Sanguinetti per quell'affare... Ebbene, come vi ha ricevuto?
- Oh! molto paternamente... M'ha fatto capire, sulle prime, l'impaccio in cui lo metteva la sua posizione di protettore di Lourdes. Ma poi si è mostrato amabilissimo e mi ha formalmente promesso il suo aiuto con una dolcezza che m'ha commosso.
- Davvero, caro figliuolo? Del resto, non ne stupisco. Sua Eminenza è tanto buona!
- E debbo soggiungere, monsignore, che sono tornato col cuore leggero e pieno di speranza. Mi sembra omai che la mia causa sia quasi vinta.
- E' naturalissimo, lo comprendo.
Nani continuava a sorridere del suo fine sorriso intelligente, da cui trapelava un'ironia così discreta, che non se ne sentiva la puntura.
Dopo breve silenzio, soggiunse con la massima semplicità:
- Il male si è che la Congregazione dell'Indice ha condannato il vostro libro ier l'altro, in apposita adunanza, convocata dal segretario. E la sentenza verrà recata dopodomani a Sua Santità per la firma.
Pietro, sbalordito, lo fissava. Se il vecchio palazzo gli fosse caduto sulla testa, non sarebbe rimasto più accasciato. Era finito, dunque! Il viaggio di Roma, l'esperienza che era venuto a tentare, mettevano capo a quella sconfitta, che gli rivelavano così bruscamente in mezzo ad una festa! Ed egli non aveva neppur potuto difendersi, aveva perduto le giornate senza trovar nessuno a cui rivolgersi, nessuno davanti a cui perorare la sua causa!
Un senso di sdegno sorse in lui e non potè a meno di sussurrare amaramente:
- Ah! come mi hanno ingannato. Quel cardinale che mi diceva questa mattina: Se Dio è con voi, vi salverà, anche vostro malgrado! Ah! capisco ora quello che intendeva; faceva un bisticcio, mi augurava un disastro, perchè la docilità mi guadagnasse il paradiso... Sottomettermi, ah! non lo posso! Ho l'anima troppo fremente di sdegno e di dolore.
Nani lo ascoltava, lo studiava con curiosità.
- Ma, caro figliuolo, non c'è ancora nulla di definitivo, finchè il Santo Padre non avrà firmato. Avete la giornata di domani e persino la mattina di posdomani. Ed un miracolo è sempre possibile.
Poi, abbassando la voce e prendendolo in disparte, mentre Narciso, da esteta innamorato dei colli lunghi e dei seni puerili, esaminava le signore:
- Aspettate, ho una cosa da parteciparvi in gran segreto. Fra un momento, durante il cotillon, venite a raggiungermi nel salottino degli specchi; là discorreremo a nostro agio.
Pietro lo promise con un cenno del capo, ed il prelato si allontanò con discrezione, e si perdette nella folla. Ma il giovane prete aveva un ronzìo nelle orecchie e non riusciva ad aprire l'anima alla speranza.
Che poteva fare in un giorno, mentre aveva perduto un mese senza ottenere un'udienza dal Papa? Nel suo sbalordimento si avvide che Narciso gli parlava d'arte.
- E' strano, come le forme delle donne si sono sciupate nei nostri orribili tempi di democrazia. Sono diventate goffe e d'una volgarità disgustosa. Guardate un po' quelle signore là, davanti a noi; non una che abbia la linea fiorentina, il seno piccolo, il collo lungo e maestoso...
S'interruppe per esclamare:
- Ah! eccone una che è piuttosto carina... Quella bionda coi capelli lisciati sulla tempia... Guardate: quella appunto con cui monsignor Fornaro si è messo a discorrere.
Infatti, da un momento, monsignor Fornaro andava da una bella signora all'altra, con un sorriso di amabile conquista. Era stupendo quella sera, con l'alta figura pomposa, le guancie rosee, l'affabilità trionfante. Eppure non si riferiva nessuna storia licenziosa sul suo conto; lo si considerava solo come un prelato galante che si piaceva nella compagnia delle signore.
Ed egli fermava, discorreva, chinandosi sulle spalle nude, sfiorandole, respirandole, con labbra umide ed occhi ridenti, in una specie di beatitudine devota.
Scorse Narciso che incontrava qualche volta e si fece avanti. Il giovine dovette salutarlo.
- State bene, monsignore, dacchè ho avuto l'onore di vedervi all'ambasciata?
- Oh! benissimo, benissimo!... Che festa stupenda, eh?
Pietro aveva fatto un inchino. Era quell'uomo di cui la relazione aveva provocato la condanna del suo libro: ed egli gli rimproverava specialmente i modi lusinghieri, le promesse bugiarde della sua cortese accoglienza.
Ma il prelato, molto scaltro, dovette capire che Pietro aveva saputo la condanna. Quindi stimò più dignitoso di non riconoscerlo apertamente; e si limitò, anche lui, a fare un cenno del capo, con un lieve sorriso.
- Quanta gente ? replicò ? e quante belle signore! Fra un po' non si potrà più circolare in questa sala.
Tutti i sedili erano occupati dalle signore, e l'afa cominciava a farsi soffocante in quel profumo di violette, a cui si associava l'odore di carne delle nuche bionde o brune. I ventagli si agitavano più celeremente, e nel ronzìo più alto, nel frastuono delle conversazioni in cui tornavano sempre certe parole, salivano delle risate argentine.
Probabilmente s'era diffusa qualche novità, una diceria che la gente bisbigliava sommesso e che metteva il subbuglio di gruppo in gruppo.
Monsignor Fornaro, sempre molto bene informato, volle essere il primo a dar quella notizia, che nessuno ancora diceva ad alta voce.
- Sapete perchè quelle signore si agitano così?
- Per la salute del Santo Padre, forse ? disse Pietro nella sua inquietudine. ? La sua condizione s'è forse aggravata da ieri sera?
Il prelato lo guardò sorpreso. Poi, con una specie di impazienza:
- Oh! no, no. Sua Santità sta molto meglio, grazie al cielo. Un addetto del Vaticano mi ha assicurato poco fa, che aveva potuto alzarsi questo dopo pranzo e ricevere i suoi intimi come al solito.
- Per altro il suo stato ha destato molti timori ? interruppe Narciso. ? Vi assicuro che all'ambasciata non erano tranquilli, perchè un conclave sarebbe una cosa seria per la Francia in questo momento. Essa non vi avrebbe nessuna autorità; il nostro governo repubblicano ha torto di trattare il Papato come una cosa insignificante... Senonchè, quando mai si sa se il papa è ammalato o no? Ho udito in modo indubitabile che è stato in pericolo l'anno scorso, quando nessuno ne diceva parola; mentre, l'ultima volta, in cui tutti i giornali lo davano per morto, parlando d'una bronchite, l'ho veduto, io che vi parlo, molto in forze e molto allegro... E' ammalato quando gli fa comodo, credo.
Monsignor Fornaro scartò, con un gesto frettoloso, quell'argomento inopportuno.
- No, no, siamo rassicurati ormai; non se ne discorre più... Quello che interessa le signore è l'annullamento del matrimonio Prada, votato oggi, con grande maggioranza, dalla Congregazione del Concilio.
Pietro si commosse di nuovo. Non avendo avuto il tempo di veder nessuno al palazzo Boccanera, dopo il ritorno da Frascati, temeva che la notizia fosse falsa.
Il prelato stimò bene di dare la sua parola d'onore.
- La cosa è sicura: la tengo da un membro della Congregazione.
Ma, ad un tratto, fece le sue scuse, scappando.
- Oh! ecco una signora che non avevo veduta e che desidero di salutare; scusatemi.
E, subito, si affrettò ad ossequiarla. Non potendo sedere restò in piedi, piegando l'alta persona e ravvolgendo quasi della sua galante cortesia la giovane signora, così snella, così amabile, che rideva d'un riso così grazioso, sotto il lieve sfioramento della mantellina di seta violetta.
- Conoscete quella signora, eh? ? domandò Narciso a Pietro. ? No, davvero?... E' l'amica del conte Prada, la graziosissima Lisbeth Kauffmann che gli ha dato, poco tempo fa, un bel maschietto e ricompare oggi per la prima volta in società. Sapete che è tedesca, che ha perduto qui il marito e dipinge un pochino, ed anche abbastanza bene. Si perdona molto a quelle signore della colonia straniera, e questa raccoglie speciali simpatie per l'allegra amabilità con cui riceve nella sua palazzina di via Principe Amedeo... Potete figurarvi quanto la notizia dell'annullamento del matrimonio che circola qui, deve divertirla!
Era veramente gentilissima quella Lisbeth, molto bionda, molto rosea, molto allegra, con la sua pelle di raso, i suoi occhi di un azzurro così delicato, la sua bocca, di cui l'amabile sorriso era celebre per la sua grazia.
E quella sera specialmente appariva così lieta di vivere nello sfolgorìo della sua veste di seta bianca a lustrini di oro, così felice e sicura nel sapersi libera, amante ed amata, che la notizia bisbigliata alle sue spalle, le malignità dette dietro i ventagli, sembrava si svolgessero in trionfo per lei.
Per un momento, tutti l'avevano fissata. Si ripetevano le parole, dette da lei a Prada, quando aveva scoperto di essere incinta d'un uomo che oggi la Chiesa dichiarava impotente. "Povero amico mio, partorirò dunque un bambino Gesù!".
E la gente soffocava dalle risate, bisbigliandosi alle orecchie degli scherzi licenziosi, mentre lei, sfolgorante nella sua serenità impudente, gradiva con espressione beata le galanterie di monsignor Fornaro, che le faceva i suoi complimenti sopra una tela, una Vergine del Giglio, mandata da lei ad una Esposizione.
Ah! quell'annullamento di matrimonio che faceva da un anno le spese della cronaca scandalosa di Roma, che chiasso produceva per l'ultima volta, piovendo così nel bel mezzo di un ballo! La società nera e la bianca l'avevano scelto a lungo come campo di battaglia per scambiarsi le più incredibili maldicenze, dei pettegolezzi senza fine, delle frottole assurde.
E questa volta, tutto era finito; il Vaticano, imperturbabile, aveva il coraggio di pronunziare l'annullamento, sotto il pretesto che non s'era potuto consumare il matrimonio per l'impotenza del marito.
Tutta Roma ne avrebbe riso collo scetticismo generale con cui si considerano le questioni pecuniarie della Chiesa. Nessuno più ignorava gli incidenti della lotta. Prada, che, disgustato, si era tenuto in disparte; i Boccanera, che, preoccupati, avevano mosso cielo e terra ed i denari distribuiti ai cardinali per comperare la loro influenza, e la forte somma con cui s'era pagata indirettamente la relazione, finalmente favorevole, di monsignor Palma.
Si parlava di più di centomila franchi in tutto, somma che non si trovava molto cara, perchè un altro divorzio, quello d'una contessa francese, era costato quasi un milione. Il Santo Padre aveva tanti bisogni.
Nessuno s'occupava di quei fatti, d'altronde; la gente si limitava a scherzare malignamente; i ventagli si agitavano sempre nell'afa crescente, le signore avevano un lieve brivido di compiacenza sotto il volo sommesso delle parole, appena mormorate, che sfioravano le loro spalle nude.
- Oh! come la contessina dev'essere contenta, ? riprese Pietro. ? Non avevo compreso perchè la sua piccola amica ci aveva detto che sarebbe stata così bella, così felice questa sera. E verrà certamente ora che ha saputo la notizia, poichè prima, finchè durava quel processo, si considerava come in lutto.
Ma Lisbeth, avendo veduto Narciso, che la conosceva per aver attraversato il suo studio, come tutta la colonia straniera, egli le andò vicino per salutarla.
Tornava presso a Pietro quando una viva commozione agitò i pennacchi di diamanti ed i fiori delle capigliature. Molte teste si voltarono, il ronzìo crebbe.
- Oh! ? mormorò Narciso stupito ? è il conte Prada in persona! Ha una bella disinvoltura, in verità! Vestitelo di velluto e d'oro ed avrete un vero tipo di bell'avventuriere del secolo decimoquinto, senza scrupoli e ghiotto di tutte le voluttà!
Prada entrava snello, disinvolto, allegro, quasi trionfante.
E sopra il largo sparato bianco della camicia, che la marsina incorniciava di nero, aveva una orgogliosa fisionomia da rapina, con gli occhi sinceri e duri, la faccia energica, tagliata dalla linea scura dei folti baffi.
La sua dentatura da lupo non s'era mai rivelata in un sorriso di sensualismo più beato.
Esaminò e spogliò tutte le donne con una rapida occhiata.
Poi, come ebbe veduto Lisbeth, così birichina, così rosea, così bionda, il suo sguardo si raddolcì e mosse palesemente verso di lei, senza punto curarsi della curiosità intensa con cui la gente lo fissava e chinatosi parlò con lei per alcuni minuti, dopo che monsignor Fornaro gli ebbe ceduto il posto. Probabilmente ella le confermò la notizia che correva, perchè egli, nel rialzarsi, fece un gesto, dando in una risatina un po' forzata.
Fu in quel punto che vide Pietro e lo raggiunse nel vano della finestra. Strinse anche la mano a Narciso. E subito, con la sua solita baldanza:
- Vi ricordate quello che dicevo, tornando da Frascati?... Ebbene, è cosa fatta a quanto pare; hanno annullato il mio matrimonio... E' così enorme, così impudente, così imbecille, che ne dubitavo ancora poco fa.
- Oh! ? dichiarò Pietro, ? la notizia è sicura. Ce l'ha confermata or ora monsignor Fornaro, il quale l'aveva saputa da un membro della Congregazione. E si afferma che hanno votato l'annullamento a gran maggioranza.
Una risata scosse Prada.
- No, in verità, è impossibile imaginare una cosa più buffa! Per quanto io sappia, è il più bello schiaffo dato alla giustizia ed al buon senso. Ah! se possono anche far annullare il matrimonio civilmente e se la mia amica che vedete laggiù vi acconsente, come Roma si divertirà! Ma sì! la sposerò a Santa Maria Maggiore, in gran pompa. E v'ha pel mondo un marmocchio che prenderà parte alla festa, tra le braccia della balia!
Rideva troppo forte, era troppo brutale in quell'allusione alla creatura, attestato vivente della sua virilità. Soffriva dunque? Era indizio di dolore quello stiramento delle labbra che rivelava i denti bianchi? Si sentiva che egli fremeva, lottando contro un risveglio di passione segreta e tumultuosa, che non voleva confessare neppure a sè medesimo.
- E voi, caro abate ? riprese con fuoco ? saprete anche l'altra notizia; vi hanno detto che la contessa viene?
Chiamava così Benedetta per abitudine, dimenticando che non era più sua moglie.
- Me lo hanno detto ora, infatti ? rispose Pietro.
Esitò un momento, prima di soggiungere, nel bisogno di prevenire ogni sorpresa sgradita:
- Vedremo probabilmente anche il principe Dario, poichè non è partito per Napoli, come io vi avevo detto. Un ostacolo all'ultimo minuto, credo.
Prada non rideva più. Si limitò a sussurrare, con volto improvvisamente rabbuiato:
- Ah! il cugino verrà anche lui? Benissimo, così li vedremo entrambi.
E tacque, come invaso da una folla di pensieri serii che lo costringevano alla riflessione, mentre i due amici continuavano a discorrere. Poi, fece un gesto di scusa, si cacciò in fondo al vano, e, togliendosi di tasca un taccuino, ne lacerò una pagina, su cui scrisse, a matita, limitandosi ad ingrossare un po' la scrittura, queste quattro righe: "Una leggenda afferma che il fico di Giuda risorge a Frascati, mortale per chiunque voglia essere papa un giorno. Non mangiate i suoi fichi avvelenati, non li date nè ai vostri servi, nè alle vostre galline".
Piegò il foglio, lo suggellò con un bollo, e scrisse l'indirizzo: "A Sua Eminenza Reverendissima ed illustrissima il cardinale Boccanera".
Quando ebbe riposto il tutto in tasca, diede un lungo respiro e tornò allegro.
Era come un malessere invincibile, un terrore indefinito che lo aveva agghiacciato, e, senza formulare quell'impressione con un ragionamento chiaro, aveva sentito il bisogno di assicurarsi contro la tentazione di una viltà, di una nefandità possibile.
E non avrebbe potuto ridire l'associazione d'idee che lo aveva condotto a scrivere quelle quattro righe, subito, nel luogo stesso in cui si trovava, senza alcun indugio, sotto pena della massima delle sventure. Non aveva che un pensiero ben definito: lasciando la festa, andrebbe a buttar quel biglietto nella buca del palazzo Boccanera. Adesso era tranquillo.
- Che avete, caro abate? ? domandò, associandosi di nuovo alla conversazione. ? Siete tutto rannuvolato.
E Pietro, avendogli fatto parte della cattiva notizia, il suo libro condannato, l'ultimo giorno che gli rimaneva per agire, se non voleva che il suo viaggio a Roma fosse una sconfitta, protestò, come se avesse avuto bisogno egli stesso di agitarsi e di stordirsi per continuare a sperare ed a vivere.
- Eh, via! non vi scoraggiate; è il vero modo di perdere le forze. Una giornata è molto... Si fanno tante cose in una giornata! Un'ora, un minuto bastano, perchè il destino agisca e le sconfitte si mutino in vittorie...
Si riscaldava di nuovo, e soggiunse:
- Suvvia! andiamo nella sala da ballo. E' un prodigio, a quanto pare.
Scambiò un'ultima tenera occhiata con Lisbeth, e Pietro e Narciso lo seguirono, tutti e tre muovendo a gran fatica verso la galleria, in mezzo all'onda fitta delle gonnelle, tra quella marea di nuche e di spalle, d'onde saliva la passione che crea la vita, l'odore di amore e di morte.
La galleria, larga dieci metri e lunga venti, si svolgeva in splendore incomparabile, con le otto finestre, che, libere da ogni tenda, incendiavano le case rimpetto.
Era uno sfolgorìo abbagliante: sette paia di enormi candelieri di marmo, che dei gruppi di lampade elettriche trasmutavano in lumiere gigantesche, simili ad astri, inondavano la galleria del loro splendore: ed in alto, lungo i cornicioni, altre lampade, chiuse in coppe di cristallo, formavano una ghirlanda miracolosa di fiori di fiamma, tulipani, rose, peonie. L'antico velluto rosso, lamato d'oro, della parete, assumeva un riverbero di braciere, come un colore di brage incandescente.
Gli addobbi delle porte e delle finestre erano di merletto antico, ricamato in seta a colori, con fiorami di una vividezza intensa. Ma la ricchezza impareggiabile, unica al mondo di quelle sale, era, sotto il soffitto sontuoso, a cassettoni fregiati di rosoni d'oro, una collezione di capolavori più mirabili di quelli di qualsiasi museo: dei Raffaelli, dei Tiziani, dei Rembrandt, dei Rubens, dei Velasquez, dei Ribera, delle opere famose fra tutte, le quali, in quell'illuminazione impreveduta, apparivano all'improvviso trionfanti di gioventù, come ridestate alla vita immortale del Genio.
E, siccome le Loro Maestà non dovevano giungere che a mezzanotte, il ballo era cominciato; un valtzer travolgeva le coppie in un volo di vesti chiare tra la folla fastosa, tra uno sfavillare di decorazioni e di gioielli, di divise ricamate d'oro e di vestiti ricamati di perle, il dilagare di velluto, di raso, di seterie.
- E' portentoso, in verità! ? affermò Prada, col suo eccitamento febbrile. ? Venite da questa parte, torneremo nel vano di una finestra. Non v'ha posto migliore per vedere, senza essere troppo urtati.
Avevano smarrito Narciso, per cui solo Pietro e il conte raggiunsero il vano agognato.
L'orchestra, collocata sopra un piccolo palco, aveva finito il valtzer, ed i ballerini si erano messi a camminare lentamente, con fisionomia sbalordita e beata, in mezzo all'onda invadente della folla, quando si notò un ingresso che fece voltare tutte le teste.
Donna Serafina, in raso cremisi, quasi portasse i colori del fratello, giungeva con maestà regale, a braccio dell'avvocato Morano.
E si era stretta ancor di più nel busto, mettendo in mostra una vita sottile da giovanetta, nè mai la sua faccia rigida da zitellona, solcata da larghe rughe, di cui solo i capelli bianchi temperavano la durezza, aveva avuto una espressione di comando così caparbio e così trionfale.
Si udì un mormorìo di approvazione discreta, poichè quella comparsa era una specie di soddisfazione pubblica, la società romana avendo vivamente condannata l'indegna condotta di Morano quando questi aveva rotto una relazione di trent'anni, a cui la gente si era abituata come ad un matrimonio legittimo.
Si parlava di un capriccio inconfessabile per una borghesuccia, di un falso pretesto di rottura, per un alterco, a proposito del divorzio di Benedetta, allora in pericolo.
La rottura era durata quasi due mesi, con grande scandalo di Roma, in cui persiste il culto delle lunghe affezioni fedeli. Quindi la riconciliazione commuoveva tutti i cuori, come una delle più felici conseguenze del processo, guadagnato in quel giorno alla Congregazione del Concilio.
Morano penitente, donna Serafina che ricompariva al suo fianco, in quella festa, era una cosa molto lodevole; era l'affetto vincitore, i buoni costumi salvati, l'ordine ristabilito.
Ma l'impressione si fece più viva quando si scorse, dietro la zia, Benedetta che era a fianco di Dario.
Quella placida noncuranza delle convenienze consuete, quel trionfo manifesto del loro amore, celebrato al cospetto di tutti, nel giorno stesso in cui si era annullato il matrimonio, parve a tutti un atto di audacia così bello, di baldanza così giovanile e così fiduciosa, che ne ottennero subito il perdono in un sussurrìo di ammirazione generale.
Come per Celia ed Attilio, i cuori volavano verso di essi, verso lo splendore di bellezza di cui sfolgoravano, verso la felicità indicibile che splendeva nel loro volto.
Dario, ancora pallido per la lunga convalescenza, aveva, nella sua delicatezza un po' sottile, i suoi begli occhi limpidi da fanciullo, la sua barba castana e crespa da giovane Dio, una grazia elegante in cui si ritrovava tutto il vecchio sangue principesco dei Boccanera.
Benedetta, la candidissima, sotto l'elmo dei capelli neri, la placidissima e la savissima, aveva il suo bel riso, quel riso così caro in lei, e di seduzione così irresistibile, che la trasfigurava, dando un incanto soave alla sua bocca un po' tumida, mettendo una luce di paradiso nei suoi grandi occhi foschi ed imperscrutabili.
Ed in quel suo ritorno ad un'êra d'infanzia gaia e dolce, essa aveva avuto l'istinto squisito di mettere un vestito bianco, un vestito affatto semplice da giovanetta, che era come il simbolo che la rivelava una vergine, un giglio purissimo, serbatosi al marito prescelto. Non mostrava nulla della sua carne, neppure il modesto scollo lecito alle fanciulle.
Era l'impenetrabile e formidabile mistero d'amore ? una bellezza suprema di donna, di cui l'onnipotenza dormiva, velata di bianco.
Nessun adornamento, nessun gioiello, nè alle mani, nè alle orecchie. Al collo, null'altro che un vezzo, ma un vezzo da regina, la famosa collana di perle dei Boccanera, trasmessale dalla madre, che tutta Roma conosceva, delle perle di una grandezza favolosa, messe al collo con noncuranza, e che bastavano per farla apparire regina, nella semplicità assoluta delle sue vesti.
- Oh! ? mormorò Pietro, rapito ? come è bella, e come è felice!
Si rimproverò subito di aver parlato ad alta voce, perchè udì, accanto, un gemito sordo da belva ferita, un grugnito involontario, che gli rammentò la presenza del conte.
Ma questi soffocò subito quel grido della sua piaga, improvvisamente riaperta. Ed ebbe ancora la forza di ostentare un'allegria brutale.
- Caspita! Non mancano di audacia, quei due! Spero bene che li mariteranno e li metteranno a letto davanti a noi!
Poi, rimpiangendo quello scherzo triviale, in cui sfogava il dolore delle sue inappagate brame virili, volle fingere la noncuranza.
- E' veramente bellina questa sera. Ha le più belle spalle del mondo, sapete, ed è un vero successo per lei sembrare ancor più bella senza mostrarle.
Continuò su quel tono, riuscendo a discorrere con piglio indifferente e raccontando dei minuti particolari sul conto di quella che si ostinava a chiamare la contessa. Ma si era cacciato fino in fondo del vano, probabilmente per la tema che qualcuno notasse il suo pallore, la convulsione dolorosa che gli contraeva il labbro.
Non era in grado di lottare, di mostrarsi insolente ed allegro accanto alla gioia, così ingenuamente manifestata, di quella coppia.
E fu lieto della tregua che gli diede in quel punto l'arrivo del re e della regina.
- Ah! ecco le Loro Maestà ? esclamò, volgendosi verso la finestra. ? Guardate un po' che serra-serra in istrada!
Infatti, sebbene i vetri fossero chiusi, un tumulto di folla saliva dalla via.
E Pietro, avendo guardato, scorse nel riverbero delle lampade elettriche, un'onda di teste umane che invadeva il mezzo della strada e si stringeva attorno alle carrozze.
Più volte già aveva incontrato, nelle sue passeggiate quotidiane a villa Borghese, il re che veniva in carrozza come un modesto particolare, senza guardie, senza scorta, con un solo aiutante.
Altre volte era solo, guidando un leggero phaeton, senza altra scorta che un servitore in livrea nera. Anzi una volta aveva condotto seco la regina, entrambi l'uno accanto all'altra, come una coppia affettuosa che va a diporto.
E la gente affaccendata delle vie, i passeggiatori, nel vederli così, si limitavano a salutarli con un gesto affettuoso, senza importunarli con acclamazioni, mentre i più espansivi si avvicinavano liberamente per salutarli con un sorriso.
Pietro era stato molto sorpreso e commosso nel concetto tradizionale che si faceva dei re, che si circondano di precauzioni e sfilano in mezzo ad una pompa militare, vedendo l'amabile bonarietà di quella coppia augusta, che se ne andava a suo talento, con sicurezza assoluta, fra l'amore sorridente del suo popolo.
Aveva raccolto per ogni dove altre informazioni sul Quirinale: la bontà e la semplicità del re, il suo desiderio di pace, la sua passione per la caccia, la solitudine e l'aria libera, passione la quale gli aveva certamente fatto sognare spesso, nel suo disgusto del potere, una vita libera, scevra da ogni ufficio autoritario di sovrano, quell'ufficio peri cui non sembrava creato.
Ma il popolo adorava in ispecie la regina, di un'onestà così spontanea e serena, che era la sola ad ignorare gli scandali di Roma; molto colta d'altronde, molto raffinata, al corrente di tutte le letterature, e felicissima di essere intelligente e molto superiore al suo circolo, e sapendolo e piacendosi a farlo vedere, senza esagerazione, con una grazia perfetta.
Prada, che era rimasto, come Pietro, dietro i vetri, a guardare, additò la folla con un cenno.
- Adesso che hanno veduto la regina, andranno a letto contenti. E non c'è un solo agente di questura, laggiù, ve ne rispondo... Ah! essere amati, essere amati!
Il suo affanno lo ripigliava; si volse verso la galleria scherzando.
- Attento, caro abate! Non bisogna perdere l'ingresso delle Loro Maestà. E' il punto culminante della festa.
Scorsero alcuni minuti: poi, all'improvviso, l'orchestra s'interruppe in mezzo ad una polka per intuonare, con tutta la sonorità dei suoi istrumenti, la marcia reale. Nacque una confusione tra i ballerini; il centro della sala si vuotò.
Il re e la regina entravano, accompagnati dal principe e dalla Principessa Bongiovanni, che erano andati a riceverli appiè della scala.
Il re era in marsina e la regina aveva un vestito di raso color paglia, coperto da mirabili merletti, e sotto il diadema di diamanti che le cingeva i bei capelli biondi, aveva un geniale aspetto di giocondità, un viso rotondo e fresco, spirante l'amabilità, la dolcezza e lo spirito.
La banda suonava ancora l'inno con fervida accoglienza, piena d'entusiasmo.
Dietro il padre e la madre, nell'onda degli astanti che seguivano i principi, era comparsa Celia, poi erano venuti Attilio, i Sacco, dei congiunti e dei dignitarii.
E, mentre si aspettava che la marcia reale finisse, non vi era che uno scambio di sguardi e di sorrisi; nella sonorità degli strumenti e lo splendore dei lumi, tutti gli invitati, in piedi, si sospingevano, si rizzavano in punta di piedi, sporgendo il capo, con gli occhi ardenti, in una vera marea di teste e di spalle sfavillanti di gemme.
Finalmente l'orchestra tacque, e le presentazioni ebbero luogo.
Le Loro Maestà, che conoscevano già Celia, le fecero le loro felicitazioni con bontà veramente paterna.
Ma a Sacco, e come ministro e come padre, premeva sopratutto di presentare il figlio Attilio.
Piegò la duttile schiena da omuncolo, trovò le belle parole che ci volevano per l'occasione, in modo che fu il tenente che rese omaggio al re, mentre egli serbava per la regina l'ossequio del bel giovane, amato con tanta passione.
Le Loro Maestà mostrarono di nuovo una benevolenza estrema, persino con la signora Sacco, che si teneva in disparte, sempre modesta e prudente.
Ed allora accadde un fatto di cui il racconto, portato poi di sala in sala, doveva suscitare delle chiose interminabili.
La regina, scorgendo Benedetta, che il conte Prada le aveva condotto dopo il loro matrimonio, le sorrise, essendosi presa di tenera ammirazione per la sua bellezza e la sua grazia, cosicchè la giovine donna, costretta ad avvicinarsi, ebbe l'insigne favore di una conversazione di alcuni minuti, accompagnata dalle parole le più cortesi, parole che giunsero alle orecchie di tutte le persone vicine.
La regina ignorava certo l'avvenimento del giorno, l'annullamento del matrimonio con Prada, la prossima unione con Dario, ufficialmente annunziata in quella festa, con cui si celebrava ormai una doppia promessa d'amore.
Ma l'impressione ne risultò nullameno: non si parlò più che dei complimenti rivolti a Benedetta dalla più virtuosa e la più intelligente delle regine, ed il suo trionfo se ne accrebbe; essa apparve più bella, più superba, più vittoriosa, raggiante nella felicità di appartenere allo sposo prescelto.
Allora Prada fu preso da un'angoscia indicibile.
Mentre i sovrani continuavano a discorrere, la regina con le dame venute ad ossequiarla, il re con gli ufficiali, i diplomatici, tutt'una sfilata di personaggi importanti, Prada non vedeva che Benedetta felicitata, adulata, sfolgorante, all'apice dell'amore e della gloria. Dario le stava vicino ed esultava e sfolgorava con lei.
Era per essi che si dava quella festa, per essi che i lumi risplendevano, che l'orchestra suonava, che tutte le belle signore di Roma si erano spogliate, col seno sfolgorante di diamanti, in mezzo ad acute fragranze d'amore: per essi le Loro Maestà erano entrate, al suono della marcia reale, per essi la festa diventava un'apoteosi, per essi una sovrana adorata sorrideva, facendo a quella celebrazione della loro promessa, il dono della sua presenza, simile a quelle fate benigne delle fiabe, di cui la visita assicura la felicità ai neonati. Essi toccavano in quel momento supremo di splendore l'apogeo della felicità e dell'esultanza. La vittoria toccata a quella donna di cui egli aveva avuto in sua balìa la bellezza, senza poterla possedere, di quell'uomo che stava per rapirgliela; era una vittoria così pubblica, così manifesta, così insultante, che egli la riceveva in piena faccia, come uno schiaffo di fuoco.
E non sanguinava soltanto nell'orgoglio e nella passione amorosa: era anche ferito nella sua fortuna pel trionfo dei Sacco.
Era dunque vero che le delizie del clima di Roma finivano col corrompere i rudi conquistatori del Nord, perchè egli avesse quella sensazione di stanchezza e di esaurimento, e si svelasse già vinto quasi?
Quel giorno stesso, a Frascati, nel disastroso affare edilizio, aveva sentito i suoi milioni in pericolo, sebbene rifiutasse di ammettere che i suoi affari andavano male, come si vociferava; mentre questa sera, in mezzo alla festa, vedeva il Mezzogiorno trionfare, Sacco riportare la palma, da uomo che può soddisfare impunemente ogni desiderio vorace, sotto un sole di fiamma.
Quel Sacco ministro, quel Sacco famigliare del re, che si imparentava, mercè le nozze del figlio, con una delle case più illustri dell'aristocrazia romana, quel Sacco destinato ad essere un giorno il padrone di Roma e dell'Italia, avendo fin d'ora ai suoi cenni il denaro ed il popolo, che nuovo schiaffo era per la sua vanità di uomo di rapina, pei suoi appetiti sempre ingordi da gaudente, che si sentiva spinto lontano dalla tavola prima della fine del convito!
Tutto rovinava sotto di lui, tutto gli sfuggiva: Sacco gli rubava i suoi milioni, Benedetta lo feriva nelle carni, lasciandogli quell'atroce ferita di quella brama inappagata che non doveva rimarginarsi mai più.
In quel momento, Pietro udì di nuovo quel gemito sordo da belva, quel grugnito involontario e disperato che gli aveva fatto tremare il cuore. Guardò il conte chiedendogli:
- Soffrite?
Ma davanti a quell'uomo livido, che rimaneva molto calmo per uno sforzo sovrumano di volontà, rimpianse la domanda indiscreta, lasciata senza risposta d'altronde. Quindi, per toglierlo d'imbarazzo, continuò a discorrere, dicendo ad alta voce le riflessioni che lo spettacolo della pompa, a cui assisteva, destavano in lui.
- Ah! vostro padre aveva ragione: noialtri francesi, con la nostra educazione così profondamente cattolica, persino in questi giorni di dubbio universale, non vediamo mai altro in Roma, che la Roma secolare dei papi, quasi senza sapere e senza poter intendere le profonde modificazioni che, d'anno in anno, creano la Roma italiana dell'oggi. Se sapeste che poco conto facevo al mio arrivo del re, del suo governo e della giovane nazione che lavorava a procurarsi una capitale! Scartavo questi fatti, non me ne curavo, nel mio sogno, di risuscitare Roma, una nuova Roma cristiana ed evangelica, per la felicità avvenire dei popoli!
E dando in una lieve risata, con una certa pietà ironica del proprio candore, additava, con un gesto, la galleria, il principe Buongiovanni, chino in quel punto davanti al re, la principessa che ascoltava le galanterie di Sacco, l'aristocrazia papale abbattuta, i risaliti di ieri accettati, la società nera e la bianca fuse a tal punto che non vi erano più che dei sudditi, alla vigilia di formare un popolo.
La conciliazione impossibile tra il Vaticano ed il Quirinale non appariva inevitabile nei fatti, se non nei principii, di fronte all'evoluzione quotidiana di quegli uomini, di quelle donne in baldoria, sorridenti ed azzimati, che il soffio del desiderio travolgeva?
Bisognava pur vivere, amare, essere amati, creare delle nuove vite in eterno!
Ed il matrimonio di Attilio e di Celia doveva essere il simbolo dell'unione necessaria, la gioventù e l'amore che trionfano degli odii antichi, tutti i dissidii scordati in quell'amplesso del bel giovane che passa e si porta via fra le braccia la bella fanciulla conquistata perchè il mondo continui.
- Guardateli un po' ? riprese Pietro ? come sono belli quei fidanzati, e giovani e gai e fiduciosi nell'avvenire! Capisco che il vostro re sia venuto qui per compiacere il suo ministro e compiere la conquista di una delle antiche famiglie romane; questa è ottima politica, politica coraggiosa e paterna. Ma voglio anche credere che egli abbia compreso il significato commovente di queste nozze ? la vecchia Roma incarnata in quella soave fanciulla, così ingenua, così amorosa che si dà alla giovine Italia, a quel fervido e leale garzone, che porta così baldanzosamente l'uniforme. Ah! voglia il cielo che le loro nozze siano definitive e feconde, e che nasca da esse il paese illustre che io vi auguro di essere, con tutta l'anima, ora che ho imparato a conoscervi.
Aveva profferito quell'augurio di una nuova fortuna per la Città Eterna, con commozione così viva e profonda nel doloroso sfacelo del suo antico sogno di una Roma evangelica ed universale, che Prada non potè a meno di rispondere:
- Vi ringrazio; fate un augurio che è nel cuore di ogni buon italiano.
Ma la voce gli si spense in gola.
Mentre guardava Celia ed Attilio che discorrevano sorridendosi, aveva veduto Benedetta e Dario che li raggiungevano, con lo stesso sorriso di felicità infinita.
E quando le due coppie, così splendide, così trionfanti di vita balda e lieta, furono riunite, non ebbe più la forza di rimanere in quel luogo, di guardarli e di rassegnarsi a spasimare.
- Ho una sete da morire ? disse brutalmente. ? Venite nella sala dei rinfreschi a bere qualcosa.
E manovrò in modo da scivolare dietro la folla, lungo le finestre, senza essere osservato, dirigendosi verso la porta della sala delle antichità, in capo alla galleria.
Mentre Pietro gli teneva dietro, un'onda di gente li divise, ed il prete si trovò spinto verso le due coppie, che continuavano a discorrere teneramente. Celia, avendolo riconosciuto, lo chiamò con un cenno amichevole.
Nel suo fervido culto della bellezza essa era in estasi davanti a Benedetta, giungendo le manine di giglio, come davanti alla Madonna.
- Oh! signor abate, fatemi un piacere, ditele che è bella, più bella di quanto v'ha di bello sulla terra, più del sole, della luna, delle stelle!... Se tu sapessi, cara! Mi dà un brivido il vederti bella a questo punto, bella come la felicità, bella come l'amore.
Benedetta si diede a ridere, mentre i due giovani la imitavano.
- Sei bella quanto me, cara... Siamo belle perchè siamo felici.
Celia ripetè lentamente:
- Sì, sì, felici... Ti ricordi la sera in cui mi dicevi che non si poteva maritare il re ed il papa? Noi li maritiamo, Attilio ed io, eppure siamo felici!
- Ma Dario ed io non li maritiamo, tutt'altro ? riprese allegramente Benedetta. ? Va là, basta amarsi, come tu mi hai risposto quella sera stessa, basta amarsi e si salva il mondo!
Quando Pietro potè finalmente giungere alla sala delle antichità, dove era la credenza, vi ritrovò Prada, in piedi, inchiodato, immobilizzato, che si saziava ancora gli occhi dell'atroce spettacolo che voleva sfuggire. Era stato costretto a voltarsi ed a guardare, a guardare ancora.
E fu così che, col cuore a brani, assistette alla ripresa del ballo, la prima figura di una quadriglia che l'orchestra suonava con grande chiasso di trombe.
Benedetta e Dario, Celia ed Attilio ballavano di fronte.
E quelle due coppie giovani ed innamorate, che ballavano nella luce bianca, nel lusso, nella fragranza d'amore, offrivano uno spettacolo così grazioso, così adorabile che il re e la regina si avvicinarono, e vollero vederle.
Si udirono delle parole di ammirazione; una tenerezza infinita si effondeva da tutti i cuori.
- Muoio di sete, venite dunque ? ripetè Prada, che riuscì finalmente a strapparsi da quella tortura.
Si fece dare un bicchiere di limonata in ghiaccio e lo vuotò di un sorso, col fare avido di un febbricitante di cui nulla più potrà placare il fuoco interno.
Quella sala delle antichità era un vasto locale, a suolo di mosaico, e pareti di stucco, dove figurava, lungo le pareti, una celebre collezione di vasi, di bassi rilievi, di statue.
I marmi dominavano, ma vi erano alcuni bronzi, fra cui un gladiatore morente, di bellezza incomparabile.
Ma la meraviglia era una Venere famosa, che faceva riscontro alla Venere Capitolina, più sottile, più flessuosa ancora, col braccio sinistro steso in atto di abbandono voluttuoso.
Quella sera un potente riflettore elettrico gettava su quella forma un'abbagliante luce d'astro, e nella sua divina e pura nudità, il marmo pareva dotato di una vita sovrumana, immortale.
La credenza era disposta lungo la parete di sfondo ? una lunga tavola ricoperta da tovaglia ricamata e carica di piatti con frutta, dolci, carni fredde; dei fasci di fiori sorgevano tra le bottiglie di sciampagna, i punchs bollenti ed i gelati, e tutt'un esercito di bicchieri, di tazze da the e di scodelle da brodo; tutto uno sfoggio di cristalli, di porcellane e di argenterie, scintillanti nella luce.
E l'innovazione felice di quella sera era stata una serie di tavolini disposti nella massima parte della sala; tavolini dove gli invitati potevano sedere, invece di bere in piedi e farsi servire come in un caffè.
Pietro vide ad uno di quei tavolini Narciso con una giovane signora, e Prada si accostò ravvisando Lisbeth.
- Mi ritrovate in buona compagnia, eh? ? disse galantemente l'addetto d'ambasciata. ? Giacchè mi avevate perduto, non ho trovato nulla di meglio che di offrire il braccio alla signora e condurla qui.
- Una buona idea ? disse Lisbeth, col suo riso gentile ? tanto più perchè avevo molta sete.
Avevano chiesto del caffè in ghiaccio che sorseggiavano lentamente con cucchiaini d'argento dorato.
- Anch'io muoio di sete ? disse il conte ? e non riesco a dissetarmi!... Voi ci invitate, non è vero, caro Habert? Quel caffè mi calmerà forse un pochino. Ah! cara amica, lasciate che vi presenti l'abate Froment, un giovane sacerdote francese dei più distinti.
Restarono seduti a lungo tutti e quattro, discorrendo e ridendo un pochino alle spalle degli invitati che sfilavano.
Ma, nonostante la sua solita galanteria per l'amica, Prada restava preoccupato e la dimenticava alle volte, ricadendo nella sua tristezza, mentre i suoi occhi tornavano verso la galleria vicina, d'onde arrivavano il frastuono della musica e del ballo.
- Ebbene, amico mio, a che pensate? ? domandò graziosamente Lisbeth, vedendolo così pallido, così smarrito, così astratto.
Egli non rispose; poi, ad un tratto, disse:
- Guardate! Ecco la vera coppia felice, la gioia e l'amore!
E indicava con un gesto la marchesa Montefiori, la madre di Dario, ed il suo secondo marito, quel Giulio Laporte, ex sergente della guardia svizzera, che aveva quindici anni meno di lei, quel marito che aveva pescato sul Corso, con gli occhi di fiamma ancora stupendi, e di cui ella aveva fatto trionfalmente un marchese di Montefiori, per averlo tutto per sè.
Ai balli, alle veglie, non lo abbandonava mai, rimanendo al suo braccio, contro l'uso, facendosi condurre da lui nella sala dei rinfreschi, tanto era felice di mettere in mostra quel bell'uomo di cui andava superba.
E tutti e due, in piedi, mangiavano dei sandwichs e bevevano dello sciampagna, lei ancora mirabile per la bellezza poderosa, sebbene fosse più che cinquantenne, lui, spavaldo, coi baffi al vento, da avventuriero fortunato di cui l'allegra volgarità piaceva alle signore.
- Sapete ? riprese il conte più piano ? che essa ha dovuto ritirarlo da un mal passo. Sicuro: vendeva delle reliquie, vivacchiava facendo il mediatore pei conventi di Svizzera e di Francia, ed aveva iniziato tutt'un affare di reliquie false con certi ebrei di qui, che gli fabbricavano dei piccoli reliquarii antichi con degli avanzi di ossa di montone, il tutto bollato e firmato dalle autorità le più autentiche. Si è soffocata quella storia, in cui erano implicati anche tre prelati. Ah! che uomo felice! Osservate come essa lo divora cogli occhi. E lui, con che piglio da gran signore le regge quel piatto, in cui essa mangia un'ala di pollo!
Continuò, parlando bruscamente con sorda ed acre ironia degli amori a Roma. Le donne vi erano ignoranti, gelose e caparbie. Quando una donna aveva conquistato un amante se lo serbava per tutta la vita, egli diventava la sua proprietà, la sua cosa, ne disponeva a qualunque ora, a suo talento.
E citava delle relazioni perenni, come fra altre quella di donna Serafina e di Morano, diventati veri matrimonii; e derideva quella mancanza di fantasia, quel dono troppo totale e troppo gravoso, quei baci che diventavano prosa borghese, e non potevano avere una chiusa, seppure l'avevano mai, che fra le più spiacevoli catastrofi.
- Ma che avete, caro amico, che avete mai? ? protestò di nuovo Lisbeth, ridendo. ? E' una bellissima cosa anzi, quella che ci riferite! Quando ci si ama davvero, bisogna amarsi sempre.
Era incantevole coi fini capelli biondi al vento, la delicata nudità bionda; e Narciso languente, con gli occhi semichiusi, la paragonò ad una figura del Botticelli, da lui veduta a Firenze.
La notte s'inoltrava, Pietro era ricaduto nelle sue tetre preoccupazioni, quando udì una signora che passava, dire che si ballava già il cotillon.
Infatti, l'orchestra suonava in lontananza, ed egli ricordò all'improvviso l'appuntamento datogli da monsignor Nani nel salottino degli specchi.
- Ve ne andate? ? chiese prontamente Prada, vedendo che salutava Lisbeth.
- No, no! Non ancora!
- Ah! va bene. Non ve ne andate senza di me. Voglio camminare un pochino; vi accompagnerò... Mi aspettate? Bene: venite qui a prendermi allora.
Pietro dovette attraversare due sale, una gialla ed una azzurra, prima di giungere al salottino degli specchi.
Questo era una meraviglia in verità, una rotonda di specchi appannati, tra ricche cornici di legno a dorature, in quisito stile rococò.
Gli specchi vestivano anche il soffitto, cosicchè le imagini si moltiplicavano, si confondevano all'infinito, da tutte le parti.
Per temperare la luce non vi si era introdotta l'elettricità, e non vi ardevano che due candelabri a candele color di rosa. I mobili e gli addobbi erano di seta azzurra molto pallida.
E, nell'entrare, si risentiva un'impressione di incanto, di soavità senza pari, quasi si venisse introdotti presso la fata, regina delle fonti, in un palazzo d'acqua limpida, illuminato sin nelle sue profondità più recondite da gruppi di stelle.
Pietro scorse subito monsignor Nani, placidamente seduto sopra un canapè basso, e, come aveva sperato, lo trovò affatto solo, il cotillon avendo attirato la folla verso la galleria. Regnava un gran silenzio: si udiva appena l'orchestra, di cui i suoni si spegnevano, in un lieve sospiro di flauto.
Il prete si scusò di essersi fatto aspettare.
- Ma che, ma che, caro figliuolo ? disse Nani, con la solita amabilità ? stavo benissimo in questo gabinetto. Quando ho veduto che la ressa si faceva troppo minacciosa, mi sono rifugiato qui.
Non parlò delle Loro Maestà, ma lasciò capire cortesemente che aveva evitato la loro presenza. Era venuto, prima pel grande affetto che portava a Celia, poi per un delicatissimo fine diplomatico, perchè il Vaticano non sembrasse in rotta definitiva coi Buongiovanni, quell'antica famiglia così celebre nei fasti del Papato.
Certamente il Vaticano non poteva sottoscrivere a quelle nozze che univano la Roma antica col giovane regno d'Italia: ma non voleva nemmeno aver l'aria di scomparire, di adirarsi, abbandonando i suoi più fidi servitori.
- Suvvia, caro figliuolo ? riprese il prelato ? si tratta di voi ora... V'ho detto che la Congregazione dell'Indice aveva concluso per la condanna del vostro libro, ma che la sentenza non verrebbe presentata al Santo Padre e firmata da lui che posdomani. Avete dunque una giornata ancora davanti a voi.
Pietro non potè a meno di interromperlo, con impeto doloroso.
- Ahimè, monsignore, che volete che ne faccia? Vi ho già pensato e non trovo nessuna occasione, nessun mezzo di difesa... Vedere Sua Santità, e come? ora che è così ammalato!
- Oh! ammalato, ammalato ? mormorò Nani, col suo fare arguto. ? Sua Santità sta molto meglio, poichè ho avuto l'onore oggi di essere ricevuto da lui, come tutti i mercoledì. Quando il papa è un po' stanco e lo danno per ammalato, lascia dire; così riposa e trova l'agio di giudicare certe ambizioni e certe impazienze che si agitano attorno a lui.
Ma Pietro era troppo sconvolto per ascoltare attentamente.
- No, è finito; sono disperato. Mi avete parlato della possibilità di un miracolo, ma io non ho molta fede nei miracoli. Giacche sono vinto a Roma, ripartirò, tornerò a Parigi, dove continuerò la lotta... Oh! certo! L'anima mia non può rassegnarsi, la mia speranza della salvezza mercè l'amore non può estinguersi così, e risponderò con un nuovo libro e dirò in qual terra novella debba sorgere la novella religione.
Vi fu una pausa. Nani lo guardava con gli occhi acuti, in cui l'intelligenza aveva la chiarezza dell'acciaio.
Nella pace profonda, nell'afa tepida del salottino, di cui gli specchi riflettevano le innumerevoli candele, uno scoppio più sonoro dell'orchestra echeggiò, svolgendo una dolce frase di valzer, poi si spense.
- Caro figliuolo, l'ira è sempre pessima consigliera... Vi ricordate che fin dall'epoca del vostro arrivo io vi ho promesso di fare un tentativo per conto mio allorchè aveste procurato invano di essere ricevuto dal Santo Padre?
E, vedendo che il giovane prete si agitava:
- Ascoltatemi, non vi eccitate... Sua Santità, purtroppo! non è sempre ben consigliata. Fra le persone che lo circondano ve ne sono parecchie di cui lo zelo difetta d'intelligenza. Ve l'ho detto, vi ho messo in guardia contro le pratiche inconsulte... Ecco perchè ho voluto consegnare io stesso, tre settimane fa, il vostro libro al Santo Padre, perchè egli si degnasse di gettarvi gli occhi. Ero sicuro che avrebbero trovato modo di impedire che giungeste fino a lui. Ed ecco quello che ho l'incarico di dirvi: Sua Santità, che ha avuto la somma degnazione di leggere il vostro libro, desidera formalmente di vedervi.
Un grido di gioia e di ringraziamento morì in gola a Pietro.
- Ah! monsignore, ha! monsignore!
Ma Nani gli fece rapidamente cenno di tacere, guardandosi attorno, con somma inquietudine, quasi temesse che qualcuno potesse udirli.
- Zitto, zitto, è un segreto, Sua Santità desidera di ricevervi in udienza particolare, senza che nessuno ne sia edotto... Datemi retta. Sono le due del mattino, eh! Ebbene, oggi stesso, alle nove di sera, vi presenterete al Vaticano, chiedendo del signor Squadra. A tutte le porte vi lasceranno passare. E quando sarete salito, il signor Squadra vi aspetterà e vi introdurrà... Ma non una parola di tutto ciò! ? Nessuno al mondo deve sospettare della cosa.
La felicità e la gratitudine di Pietro traboccarono.
Afferrò le mani morbide e grasse del prelato:
- Ah! monsignore, come esprimervi la mia riconoscenza? Se sapeste! L'ombra e la notte mi avevano invaso l'anima, dacchè mi sentivo lo zimbello di quelle potenti Eminenze che si facevano beffe di me! Ma voi mi salvate, riprendo fede nella vittoria, giacche mi verrà concesso di gettarmi ai piedi di Sua Santità. Il Padre di ogni giustizia e di ogni Vero, non può che assolvermi, poichè io lo amo, lo ammiro, io sono convinto di non aver combattuto che per la sua politica e per le sue idee più care... No, no! è impossibile, non firmerà, non condannerà il mio libro!
Nani, che si era svincolato, procurava di calmarlo, con gesto paterno, serbando il suo sorrisetto di sprezzo per un così inutile dispendio di entusiasmo. Vi riuscì e scongiurò Pietro di allontanarsi. L'orchestra tornava a suonare, in lontananza.
Poi, come il prete lo lasciava, ringraziandolo di nuovo, si limitò a dirgli:
- Caro figliuolo, ricordatevi che la sola cosa grande è l'obbedienza.
Pietro, che non desiderava altro ormai che di andarsene, ritrovò quasi subito Prada nella sala delle armature.
Le Loro Maestà avevano lasciato il ballo, in grande cerimonia, accompagnate dai Buongiovanni e dai Sacco. La regina aveva abbracciato Celia in atto materno, mentre il re stringeva la mano ad Attilio, concedendo quegli onori con una adorabile bonarietà, che faceva gongolare le due famiglie.
Molti invitati seguivano l'esempio dei sovrani, lasciando la festa in piccoli gruppi. Ed anche il conte, che pareva singolarmente nervoso, ancora più amaro e più irritato di prima, aveva fretta di andarsene.
- Ah! siete qui, finalmente; vi aspettavo... Ebbene, andiamocene, subito... Il vostro compatriota, Narciso Habert, mi ha pregato di dirvi che non importa che lo cerchiate. E' sceso per accompagnare la mia amica Lisbeth fino alla carrozza... In quanto a me, ho assolutamente bisogno d'aria. Voglio fare un giro a piedi e vi accompagnerò fino in via Giulia.
Poi, mentre riprendevano i loro indumenti nel vestibolo, non potè trattenere una sghignazzata, soggiungendo con voce brutale:
- Li ho veduti che se ne andavano assieme, tutti e quattro, i vostri amici, ed è bene che vi piaccia di tornare a piedi, perchè non vi era posto per voi in carrozza. Quella donna Serafina, ci vuole una bella sfacciataggine, alla sua età, per trascinarsi qui col suo Morano, per trionfare così in pubblico del ritorno dell'infedele!... E gli altri due, i giovani, ah! confesso che stento a parlare pacatamente di loro, perchè hanno commesso, nel mostrarsi qui questa notte, una turpitudine singolarmente imprudente e crudele.
Gli tremavano le mani, e mormorò ancora:
- Buon viaggio, buon viaggio, giovinotto, giacchè andate a Napoli!... Sì, ha detto a Celia che partiva questa sera alle sei per Napoli. Ebbene, che i miei voti lo accompagnino. Buon viaggio!
Fuori, i due uomini provarono una sensazione deliziosa nel passare dall'afa soffocante delle sale alla frescura della mirabile notte, limpida e serena. Era una di quelle stupende notti di plenilunio, una di quelle notti romane, in cui la città dorme sotto il cielo immenso, in un chiarore paradisiaco, come cullata dal sogno dell'infinito.
Presero le vie più belle, prima il Corso, poi il Corso Vittorio Emanuele.
Prada si era calmato un pochino, ma restava ironico, parlando con verbosità febbrile, probabilmente per stordirsi, tornando sul capitolo delle signore di Roma in quella festa, che prima aveva detta splendida, e che metteva in burla ora.
- Esse hanno dei bellissimi vestiti, ma che stanno male, vestiti che fanno venire da Parigi e che non hanno potuto provare naturalmente. Ed accade lo stesso pei loro gioielli; hanno dei diamanti magnifici e specialmente delle perle stupende, ma così mal rilegate che al postutto sono orribili. E se sapeste come sono ignoranti, come sono frivole sotto la loro boria apparente. Tutto in loro è alla superficie, perfino la religione; sotto, non v'ha nulla, un vuoto senza fondo. Le guardavo mentre, a cena, mangiavano a due palmenti. Ah! in quanto a ciò hanno buon appetito! E notate che, questa sera, gli invitati si sono condotti benino, non hanno divorato. Ma se andaste ad un ballo di Corte vedreste un saccheggio senza nome, le tavole assediate, i cibi inghiottiti, una ressa di una voracità incredibile!
Pietro non rispondeva che a monosillabi, assorto com'era nella gioia per quell'udienza del papa, su cui fantasticava già, preparandola nei minimi particolari, senza potersi confidare con nessuno. Ed i passi dei due uomini rimbombavano sul lastrico asciutto, nella larga via, chiara e deserta, mentre la luna profilava nettamente in terra le loro ombre nere. Ad un tratto, Prada si tacque. La sua spavalderia ciarliera era esaurita, e si sentiva invaso e come paralizzato dalla lotta terribile che combatteva nel suo intimo.
Due volte già aveva toccato, nella tasca della marsina, il biglietto scritto a matita, di cui ripeteva seco stesso le quattro righe:
"Una leggenda afferma che il fico di Giuda risorge a Frascati, mortale per chiunque voglia un giorno esser papa. Non mangiate i suoi fichi avvelenati, non li date nè alla vostra servitù, nè alle vostre galline".
Il biglietto c'era, lo sentiva, e se aveva voluto accompagnare Pietro era stato per gettarlo nella buca del palazzo Boccanera. Continuando a camminare con passo lesto, il biglietto sarebbe nella buca prima che fossero passati dieci minuti: nessuna forza al mondo poteva impedirgli di gettarvelo, giacchè lo aveva formalmente deciso. Non commetterebbe mai il delitto di lasciar avvelenare la gente. Ma soffriva una tortura così atroce! Quella Benedetta e quel Dario avevano suscitato in lui una tal tempesta d'odio geloso!
Dimenticava Lisbeth che amava e quel bambino, quell'esserino della sua carne, di cui era così superbo. La donna aveva sempre acceso in lui una bramosia da maschio vincitore, ma non aveva goduto con profonda passione che quelle che gli resistevano.
Ed oggi ne esisteva una al mondo che egli aveva desiderata, che aveva comperata anzi, sposandola; e quella donna gli si era rifiutata, quella donna che era sua egli non l'aveva avuta, non l'avrebbe mai più.
Altre volte avrebbe dato il fuoco a Roma per possederla, ed ora si chiedeva che cosa potrebbe fare per impedirle di appartenere ad un altro.
Ah! quest'era il pensiero che gli esacerbava di nuovo la piaga sanguinosa nel fianco, il pensiero di quell'altro che godeva della roba sua! Come dovevano deriderlo insieme!
Come si erano piaciuti a coprirlo di ridicolo, diffondendo la menzogna della sua pretesa impotenza, quella menzogna da cui egli si sentiva colpito, seppure potesse dar tante prove della propria virilità!
Senza prestarvi fede egli stesso, li aveva accusati di essere amanti da lungo tempo, di raggiungersi di notte, in una sola alcova, in fondo a quel tetro palazzo Boccanera, di cui le storie d'amore erano leggendarie.
Ormai la cosa avrebbe avuto luogo senz'altro, giacchè erano liberi, od almeno svincolati dall'impegno religioso.
Egli li vedeva uniti sullo stesso giaciglio, evocava delle visioni ardenti, i loro amplessi, i loro baci, la beatitudine del loro delirio.
Ah! no, no! Era impossibile! Piuttosto mandare in sfacelo la terra!
Poi, mentre Pietro e lui lasciavano il Corso Vittorio Emanuele per sprofondarsi nelle antiche viuzze, strette e tortuose, che mettevano alla via Giulia, egli si rivide in atto di gettare il biglietto nella buca del palazzo. Poi, si disse come le cose dovevano procedere.
Don Vigilio, il quale custodiva, per ordine espresso dal cardinale, la chiave di quella buca, scenderebbe per tempo, troverebbe la lettera, e la consegnerebbe a Sua Eminenza, la quale non permetteva che altri ne dissuggellasse pur una.
Ed il cardinale ordinerebbe di gettare quei fichi, e non vi sarebbe più possibilità di delitto e la società nera tacerebbe il caso.
Ma che accadrebbe invece ove il biglietto non venisse rinvenuto nella buca?
Fece allora questa ipotesi ? vide distintamente i fichi giungere sulla tavola, al pranzo del tocco, nel loro nitido canestrino, così civettevolmente ricoperto di foglie.
Dario c'era, come al solito, solo collo zio, poichè non partiva per Napoli che alla sera.
Lo zio ed il nipote mangiavano entrambi di quei fichi, oppure era uno solo che ne assaggiava, ed in questo caso qual era dei due? Qui la visione si confondeva ? egli rivedeva il destino intento all'opera sua, quel destino incontrato da lui sulla via di Frascati, mentre muoveva, fra gli ostacoli, alla sua mèta misteriosa, senza inciampo possibile.
Il canestrino di fichi andava, andava sempre, verso l'opera predestinata, senza che vi fosse possibilità al mondo da trattenerlo.
La via Giulia si allungava senza fine, tutta bianca di luce, e Pietro uscì come da un sogno, davanti al palazzo Boccanera, nero sotto il cielo d'argento.
Suonavano le tre del mattino ad una chiesa dei dintorni.
Ed ebbe un lieve brivido nell'udire accanto a sè quel lamento doloroso da belva mortalmente ferita, quel grugnito sordo che il conte aveva mandato di nuovo, senza volerlo, nell'atroce conflitto. Ma subito diede in una risata ironica, e disse, stringendo la mano al prete:
- No, no, non vado più in là... Se mi vedessero qui a quest'ora, mi crederebbero ancora innamorato di mia moglie.
Accese un sigaro e se ne andò, nella notte limpida, senza voltarsi indietro.
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FINE Parte 4.